Se la nostra vita è un rimbalzo da una meta all’altra, il cui unico comune denominatore è il piacere, piacere di scoprire, di avere, piacere di condividere, di crescere, di cambiare, piacere di piacere, piacere di provare piacere, è la prospettiva stessa del piacere ad essere alla base delle nostre esistenze.

Farò questo e ne trarrò piacere. Otterrò quello e ne sarò gratificato dal piacere. Avrò lei, avrò lui e sarà il piacere.

Ma col sopraggiungere dei lutti, offesa profonda e rifiuto sono i primi naturali sentimenti.

Subito dopo vengono smarrimento e senso di vuoto, sembrando quest’ultimo sostituire tutte le nostre certezze, e con esse il piacere di fare le cose che normalmente ci attiva verso tutto e tutti.

Per questo chi si perde, chi non ha mai trovato o chi non riesce a trovare la via per la propria direzione, viene sedotto unicamente dal piacere in sé, fine a se stesso, dal piacere in quanto tale.

Si cade nella dipendenza, e non mi sentirei tanto facilmente esentato dal rischio di rientrare nella categoria dei dipendenti solo perché non ho mai avvicinato una sostanza “stupefacente”.

– Sono stupefatto, – dicevo per prendere in giro i miei compagni di tour – lei non conosce gli stupefacenti! – Prendevo in giro coloro che, tra sigarette alla marijuana, bevute colossali, acidi e funghetti, si divertivano alle mie spalle definendomi una verginella perché non aveva mai fatto l’esperienza con le droghe.

In verità la dipendenza come tentativo di fuga la conosciamo tutti, nessuno escluso, fosse anche solo dipendenza da ciò che apparentemente ci solleva dalla paura.

In questi mesi che si avviano ad essere ricordati come i più duri che l’umanità abbia dovuto reggere subito dopo il dramma planetario del secondo conflitto, ho assistito personalmente alla “caduta” di molti, tra amici e colleghi, tra quelli che si reggevano unicamente sul principio di una superiorità presunta nei confronti del resto.

Assegnavano erroneamente agli eventi un ruolo subordinato alle loro personali aspettative, abituati come erano al fatto che, secondo un calcolo molto approssimativo e sostanzialmente miope, tutto dovesse sempre e comunque, per forza, offrire loro una visibilità, un’esclusività, una dominanza, un’emendazione dal duro avanzare nel terreno impervio della vita.

Per cadere in questo tipo di inganni è sufficiente avere avuto uno straccio di successo, essere da altri ritenuto importante, (il successo altro non è se non l’attribuzione di valore e di importanta riconosciuto da terzi alle nostre cose), e questa illusione ti contagerà tanto intimamente da deformare l’idea di te stesso. 

Poi è arrivato il male.

Lo stop forzato che si è imposto contro ogni previsione, così totale e indiscriminato, reiterato, brutale, ha tolto a molti il senso stesso della propria vita. Ha mostrato il fatto inoppugnabile che vivere non è esattamente, non necessariamente, non esclusivamente, essere baciati dal privilegio.
La paura da una parte, e lo svuotamento di ruolo dall’altra, ha restituito molti di noi a ciò che sostanzialmente siamo: individui mai cresciuti, e mai avviati ad avere una visione in divenire delle cose.

Tornando a me, da bimbo ero afflitto da molte piccole crisi di stampo depressivo, già a partire dall’età di soli dieci anni, e fino a tutta l’adolescenza. Nei momenti in cui l’angoscia attanagliava il mio piccolo sentimento delle cose, ero solito chiedere a mia madre: – Vero, mamma, che noi non moriremo mai?

Ero una creatura che, toccata dall’intuizione che le cose del vivere siano assai più complesse e implacabili di ciò che potessero o dovessero inizialmente apparire ad un cucciolo d’uomo, protestava contro la propria angoscia cercando la risposta confortante. Il rifugio nell’illusione. Dimmi che noi non moriremo.

Questo ansiolitico rappresentato dall’illusione e dal desiderio di conforto, così naturale in un cucciolo, è venuto mano mano a cadere, in me, con l’incedere di fatti che non lasciavano spazio a dubbi.

Se non puoi controllare l’evoluzione degli eventi, puoi almeno fare di te stesso e della tua vita una sorta di antenna vibrante, per cogliere e rimandare le onde del bene che esistono e sono più forti di tutto e tutti.
Più forti persino dei lutti.

Coloro che intendono le cose della vita come una gara in cui cercare ad ogni costo di svettare ai primi posti, non fanno i conti né con lo scemare delle forze, (che una volta sopraggiunte, in assenza di una riflessione su di sé e sul mondo, ti lasceranno doppiamente vinto), né con l’eventualità che la pista stessa sulla quale ti stai illudendo di poter primeggiare in eterno potrebbe sprofondare.

“Il mondo cambia, il mondo trema, il mondo c’è anche senza noi.” Lo cantavo in una certa canzone anni addietro.

È l’evidenza brutale che le cose vanno avanti anche senza di noi. Il più radioso mattino potrà avere lo stesso luogo anche senza di noi. La più sottile, la più abbagliante, la più pura e pulita bellezza saprà essere del mondo anche quando noi non saremo più forma visibile o toccabile. Questa meraviglia dolorosa va accolta e assaporata per tempo, perché tale allenamento è allenamento al senso più profondo delle cose della vita.

E a chi nel leggere le mie righe si starà toccando per scaramazia (come se ciò potesse bastare), dirò di più.

Esso, il fallimento del vivere e il senso di lutto che alle volte impattiamo, è la più seducente delle bellezze del mondo stesso, giacché tale consapevolezza non può che potenziare il gesto vitale in tutta la sua grazia e in tutta la sua forza.

“Vivere è superare ostacoli”, scriveva Karl Popper.

Si potrebbe aggirare la forza oggettiva di tale affermazione aggiungendo che, in fondo, vivere è consapevolezza di non durare sempre nella stessa dimensione. E ciò è tutt’altro che deprimente.

Rafforza, semmai.

Aggiunge valore al qui, ora, adesso, a questo presente eterno.

Saper valutare ogni fallimento è una palestra senza eguali.

Non sapete dunque quanto vorrei poter insufflare energia nuova e luce di rinascita nelle coscienze che si sono oscurate per il sopraggiunto nuovo presente. Un presente come non mai duro e spietato. Un presente che, come un brutto sogno, vorremmo non esistesse e che è in verità assai più difficile di quanto solo possiamo immaginare.

Vorrei invece poter suggerire come in ipnopedia, sapete, quella pratica di raccontare le cose a chi dorme, il quale le assimilerà nel profondo, suggerire vorrei che valutare anche ragionevoli possibilità di fallimento, del tutto connaturate con l’esperienza del vivere, conferiscono molta più forza, vitalità e costanza nel crescere e vivere al meglio il meglio della vita, di quanta ne possa mai dare una farlocca idea di successo.

Ma queste sono fantasie mie. Antidepressivi naturali.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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