“Innuendo” compie 30 anni: tutta la storia dell’ultimo album dei Queen con Freddie ancora in vita

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Il 4 febbraio 1991 è una data decisamente importante nella storia dei Queen: in questo giorno, infatti, viene pubblicato nel Regno Unito Innuendo, ultimo album composto interamente di inediti a cui Freddie Mercury ha partecipato attivamente ed uscito mentre era ancora in vita.

GLI ANTEFATTI

Partiamo riavvolgendo il nastro: a maggio del 1989 viene pubblicato The Miracle e, per la prima volta nella loro carriera, i Queen non partono per il tour promozionale. In un’intervista rilasciata alla BBC Freddie dice che è stanco della solita routine “album-tour, album-tour”, ma le speculazioni sul suo stato di salute iniziano a farsi sempre più pesanti.
La diagnosi di positività di Mercury al virus HIV era arrivata già nell’aprile del 1987, mentre nel 1989 la malattia era degenerata in AIDS, ma a parte la band e pochissimi tra i collaboratori più stretti, nessuno era a conoscenza delle reali condizioni di Freddie, e qualsiasi illazione veniva prontamente smentita.

L’ultima apparizione in pubblico di Mercury risale al 18 febbraio 1990 ai Brit Award, dove i Queen ricevono un premio speciale per il loro incredibile contributo alla musica anglosassone. In quell’occasione è Brian May a parlare a nome della band, mentre Freddie dirà solo un “Thank you, goodbye” prima di lasciare il palco.
Quell’apparizione, che lo vede dimagrito di molti kg e provato fisicamente, unita al silenzio che continua a tenere sulla questione («non voglio che la gente compri i miei dischi per compassione, continuerò a lavorare alla mia musica con i Queen fino allo sfinimento») scatena ancora di più i rumors sul suo stato di salute, fino a portare i giornalisti a stazionare costantemente fuori dalla sua abitazione di Londra.

Per evitare la pressione mediatica, Mercury e il resto della band decidono di trasferirsi in pianta stabile a Montreux, in Svizzera, dove avevano comprato da qualche anno i Mountain Studios e dove potevano concentrarsi al meglio sul proprio lavoro senza pressioni da parte del mondo esterno, ed è qui che fino a novembre 1990 vengono portati avanti i lavori per la registrazione di Innunendo.
La casa discografica, la band e il produttore David Richards speravano di poter pubblicare l’album per le feste natalizie, ma lo stato di salute di Freddie costringeva spesso a pause nella lavorazione, che spostò l’inizio delle vendite al 4 febbraio 1991, dopo che il 14 gennaio era stata pubblicata in Europa la title-track del disco come singolo apripista.

Anche per questo lavoro, come per il precedente, la band decise di accreditare ufficialmente i brani a tutti e quattro i componenti. Questa scelta portò diversi benefici: come raccontato da May, facilitò il processo di lavorazione dei brani, mentre Roger Taylor ricorda che è servito ad eliminare gli slanci egoistici da parte dei singoli membri per veder pubblicate le proprie tracce.

Ora veniamo finalmente al disco.
Stilisticamente si tratta di una specie di ritorno alle origini, un album proiettato negli anni ’90 ma che strizza l’occhio ai lavori della band degli anni ’70, con architetture musicali complesse (Innuendo), pezzi dall’atmosfera psichedelica (I’m Going Slightly Mad e Bijou) o che spingono decisamente sull’acceleratore (Headlong, The Hitman).

IL DISCO

Ma procediamo con ordine, perchè le storie dietro e intorno ad alcune canzoni devono essere raccontate, e bisogna partire ovviamente dal primo brano del disco, che dà il nome anche all’intero lavoro.

Stiamo parlando di Innuendo, definita unanimemente la Bohemian rhapsody degli anni ’90 sia per la durata (6’30” contro i 5’55”) che per lo stile variegato, che passa dal progressive all’opera fino al flamenco e al bolero.
La canzone è stata letteralmente messa insieme come se fosse un puzzle: l’idea di base del brano nasce da una jam session tra May, Taylor e Deacon a cui Mercury ha aggiunto alcune linee melodiche e parte del testo, completato poi dal batterista.
Ci sono alcune particolarità da annotare su questa canzone.
La prima riguarda i cambi di tempo: oltre al classico 4/4 troviamo nell’assolo di chitarra flamenca prima 3 battute in 5/4 e poi altre 5 battute in 3/4. Quella di usare tempi dispari e di alternarli con quelli standard è una carrateristica che Freddie ha usato spesso nei brani composti da lui (su tutti Bycicle Race, We Are the Champions e Somebody to Love).
Inoltre per la prima e unica volta in tutta la discografia dei Queen ci sono delle chitarre che non sono suonate da Brian May, bensì da Steve Howe, chitarrista degli Yes. Questo il racconto della storia: durante una pausa da delle sessioni di registrazione a Ginevra, Howe si recò a Montreux, dove incontrò Martin Groves, che aveva lavorato in passato con gli Yes e che ora stava lavorando coi Queen come supervisore della strumentazione. Una volta giunto in studio Mercury, di cui è amico di lunga data, gli chiede di registrare delle chitarre per il nuovo album, ma lui gentilmente declina l’invito. Ci vuole tutta la forza persuasiva della band al completo a convincerlo a partecipare.
Queste le sue parole su quella giornata: «Dentro ci sono Freddie, Brian e Roger tutti seduti insieme. Loro fanno: “Ti facciamo ascoltare l’album”. Ovviamente lo sto ascoltando per la prima volta […] e hanno tenuto “Innuendo” per ultima. L’hanno messa e sono rimasto sbalordito. Sono intervenuti tutti: “Vogliamo qualche pazza chitarra spagnola che voli sopra le righe. Improvvisa! ‘Ho iniziato a improvvisare qualcosa con la chitarra, ed è stata piuttosto dura. Dopo un paio d’ore, ho pensato: “Ho morso più di quanto posso masticare, qui”. Ho dovuto imparare un po’ della struttura, capire quali fossero le radici degli accordi, dove dovevi andare a cadere se ti mettevi a fare una corsa folle; devi sapere dove stai andando. Si stava facendo sera, abbiamo scribacchiato e io ho improvvisato, ed alla fine è stato davvero divertente. Andiamo a cena, torniamo in studio e ascoltiamo. E dicono: “È fantastico. Questo è quello che volevamo”».

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Il secondo brano del disco è I’m Going Slightly Mad, ed è anche il secondo singolo estratto, pubblicato il 4 marzo 1991, un mese dopo la pubblicazione dell’album. La canzone, scritta totalmente da Freddie, punta a dare un tono lieve e divertente al testo, anche con l’aiuto del videoclip ad essa collegato. Il testo nacque durante una serata tra amici nella casa del cantante, come racconta nella sua autobiografia Jim Hutton, ex compagno di Freddie: «Freddie iniziò con Peter Straker cercando di inventare una serie di testi sciocchi, uno più divertente dell’altro. Ha urlato quando hanno pensato cose come “I’m knitting with only one needle” e “I’m driving on only three wheels these days”. Ma il colpo da maestro è stato: “I think I’m a banana tree”. Una volta che è venuto fuori, non c’è stato modo di fermare Freddie e Straker: erano a pieno regime. Sono andato a letto per addormentarmi ascoltando le loro risate che arrivavano fino al piano di sopra.»

Terzo brano, terzo singolo: stiamo parlando di Headlong, che viene rilasciato per la programmazione radiofonica il 14 maggio 1991 (anche se, curiosamente, fu il singolo di lancio dell’album per il mercato americano).
Inizialmente questa canzone, scritta testo e musica da Brian May, avrebbe dovuto far parte dell’album solista che il chitarrista britannico stava preparando (e che sarebbe poi stato pubblicato nel 1992, dal titolo Back to the Light), ma dopo aver sentito Freddie cantare la traccia vocale del brano ha acconsentito affinchè facesse parte di Innuendo.

Anche I Can’t Live with You era stata scritta da May per il suo disco solista ma, come per Headlong, gli altri membri della band si affezionarono al brano, che entrò quindi nella discografia dei Queen, diventando anche un singolo per il solo mercato statunitense. Un paio di curiosità su questa canzone ce la svela direttamente Brian: «Col passare del tempo scopro di essere più interessato ai testi rispetto a prima. Molte persone dicono che puoi creare solo quando soffri. Ma quando soffrivo davvero, non riuscivo a creare nulla. Non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal letto. Quando ne stai uscendo fuori e inizi di nuovo a mettere le cose nelle scatole giuste, è allora che puoi metterlo in musica. Ci sono un po’ di quel genere di cose in questo album. Ce ne sono alcune in “I Can’t Live with You”; è molto personale, ma ho cercato di non renderlo autobiografico perché quello restringe troppo il campo. Ho cercato di esprimerlo in una forma in cui tutti potessero ritrovarsi”. »
E sul mixaggio del brano: «Per qualche ragione, “I Can’t Live with You” era quasi impossibile da mixare. Era una di quelle cose in cui alzi tutti i fader e suona abbastanza bene, e pensi: “Ci lavoreremo per un paio d’ore”. Poi diventa sempre peggio, e ancora peggio. Abbiamo continuato a tornare al mix grezzo. Ha un’atmosfera. Penso che suona così speciale perché abbiamo tenuto un sacco di roba del demo originale. Di solito viene risuonato tutto».

Entriamo nella parte centrale dell’album, forse quella meno riuscita, sicuramente quella conosciuta.
Don’t Try So Hard è una canzone scritta interamente da Mercury, e rispetto alle tematiche cupe di gran parte del resto dell’album qui troviamo una sorta di inno alla vita, oltre all’ennesima dimostrazione dell’estensione vocale di Freddie.
Anche qui abbiamo un’annotazione curiosa da riportare: il suono che si sente ad inizio brano è il “rumore” che fa il sintetizzatore Korg M1 quando viene acceso (per la precisione è il preset 00: Universe).

Proseguiamo con Ride The Wild Wind, idealmente il seguito di I’m in Love with My Car, entrambe scritte infatti da Roger Taylor, che parla proprio della passione del batterista per le automobili e per le corse, tanto che in alcuni punti della canzone è possibile sentire una macchina vera: si tratta infatti di una Audi Quattro S1 da rally.

All God’s People è l’unico brano dell’album che vede alla partecipazione alla scrittura un membro esterno ai Queen: si tratta di Mike Moran, che ha firmato questo brano insieme a Freddie Mercury. Inizialmente la canzone si intitolava Africa by Night e avrebbe dovuto far parte di Barcelona, l’album di Freddie e Montserrat Caballé uscito nel 1988, poi il frontman chiese a May di suonare le parti di chitarra e da lì uno dopo l’altro anche gli altri due membri della band si unirono alla lavorazione, facendolo diventare un pezzo dei Queen.

Il 5 settembre 1991, giorno del compleanno di Mercury, negli Stati Uniti viene rilasciato un nuovo singolo estratto da Innuendo. Stiamo parlando di These Are the Days of Our Lives, brano scritto principalmente da Roger Taylor e che ebbe un ottimo successo commerciale, probabilmente derivante dal fatto che sul mercato europeo fu pubblicato come singolo pochi giorni dopo la morte di Freddie, arrivando al numero uno nel Regno Unito (5 settimane), in Irlanda (6 settimane), Polonia (14 settimane). Questo valse alla canzone anche il Brit Award per il miglior singolo dell’anno nel 1992.

Delilah è una (dimenticabile) canzone scritta interamente da Mercury e dedicata… alla sua gatta. Infatti, tra gli 11 gatti che affollano la casa del cantante, Delilah è la sua preferita e questa dichiarazione d’amore vuole essere una sorta di lascito in vista della fine ormai vicina.
Probabilmente gli altri membri della band “concessero” a Freddie di inserire questa canzone nell’album per via le sue condizioni di salute, nonostante non ne fossero entusiasti, tanto che Roger Taylor ebbe a dire «Odio “Delilah”! Non sono io».

Con The Hitman si torna a spingere sull’acceleratore e torniamo ad un lavoro di gruppo frutto della collaborazione tra Mercury, Brian May e John Deacon: Freddie iniziò a scrivere il brano alle tastiere, ma in un altra tonalità. Successivamente May prese il riff, cambiandolo di tono e registrando una demo in chiave rock. Deacon, infine, mise mano alla struttura, riarrangiandola, mentre tutti e tre hanno aiutato Mercury a finire il lavoro sul testo. A posteriori è chiaro capire chi sia The Hitman, il killer di cui parla Freddie: l’AIDS.

La penultima traccia dell’album, Bijou, vede un esperimento (decisamente riuscito) di una canzone “al contrario”, nata da un’idea di Freddie e Brian, ovvero con la chitara che “canta” le strofe e la voce che riempie le pause. Le parole, gli accordi e il titolo sono del cantante, mentre per le parti di chitarra hanno lavorato insieme, con Freddie che ha cantato la prima strofa e successivamente May che l’ha “trasportata” sulla sua Red Special.
Questo brano è stato scritto e registrato senza nessun apporto da parte di Taylor e Deacon, un unicum nella discografia dei Queen.

Siamo quindi giunti al gran finale, al capolavoro che, in un certo senso, chiude la carriera dei Queen, o almeno quella dei Queen con Freddie.
Certo, nel 1995 verrà pubblicato Made in Heaven, ma questo Freddie non avrebbe mai potuto saperlo, sebbene fino a quando le forze glielo hanno consentito abbia cantato qualsiasi cosa lui e i suoi compagni scrivessero in modo da poter lasciare la maggior quantità di materiale possibile da usare dopo la sua morte.
The Show Must Go On è una fine consapevole ma al tempo stesso non è una fine, come dice il titolo stesso: è il lascito finale ai suoi fan e ai membri stessi della sua band di uno dei più grandi performer della storia della musica, destinato a morire di lì a pochi mesi di una morte degna del peggior contrappasso dantesco.
Per quanto possa sembrare incredibilmente autobiografica la canzone però non fu scritta da Freddie, bensì da Brian May, nonostante avessero deciso insieme il tema di cui avrebbe dovuto parlare il brano, scrivendo a quattro mani anche le prime parole del testo. Questo il ricordo del chitarrista: «”The Show Must Go On” è arriva da Roger e John che suonavano la sequenza degli accordi, e io ho iniziato a metterli giù. All’inizio c’era solo questa sequenza di accordi, ma avevo questa strana sensazione che potesse essere in qualche modo importante, e mi sono appassionato e ci ho lavorato sopra tantissimo. Mi sono seduto con Freddie, abbiamo deciso quale dovrebbe essere il tema e abbiamo scritto la prima strofa. Quella canzone ha una storia lunga, ma ho sempre pensato che sarebbe stata importante perché avevamo a che fare con cose di cui era difficile parlare in quel momento, ma in musica si poteva farlo».
Una curiosità da annotare riguardo la lavorazione del brano riguarda l’incisione delle parti vocali: May aveva registrato la demo cantando la traccia ma utilizzando il falsetto per le parti alte del brano, in quanto non era in grado di raggiungre quelle note a voce piena. Quando fece ascoltare la demo a Freddie gli disse «”Fred, non so se riuscirai a cantarla”. E lui ha detto “Lo farò, cazzo, tesoro.” Buttò giù la vodka d’un fiato, andò dentro e la fece, lacerando completamente quella voce».
Per quello che riguarda il testo siamo di fronte ad una poetica altissima, uno dei momenti in cui la penna di Brian May tocca una delle sue vette più alte, con allusioni, metafore e altre figure retoriche che parlano di una tragedia imminente ma che, nonostante questo, dimostrano un grandissimo desiderio di vivere e una forza d’animo immensa che fa da contraltare alla forza fisica che svanisce. Versi come “I have to find the will to carry on with the show” (“devo trovare la volontà di andare avanti con lo show”), “inside my heart is breaking, my make-up may be flaking” (“dentro il mio cuore si sta spezzando, il mio trucco potrebbe cedere”) sono di una bellezza incredibile, ed ovviamente alla pubblicazione dell’album hanno alimentato ancor di più le speculazioni riguardo lo stato di salute di Mercury.
Ancora una volta Jim Hutton, che è stato al fianco di Freddie fino all’ultimo giorno, ci dà la sua testimonianza diretta: «Per me, la frase più autobiografica era: “My make-up may be flaking but my smile still stays on” (“Il mio trucco potrebbe cedere ma il mio sorriso rimane su”). Era vero. Non importa quanto Freddie si sentisse male, non brontolò mai con nessuno né cercò compassione di alcun tipo. Era la sua battaglia, sua e di nessun altro, e aveva sempre una faccia coraggiosa anche se ogni giorno crescevano sempre di più le probabilità contro di lui».
Musicalmente il brano ricalca il tema cupo del testo, partendo in tonalità di Si minore. Nella seconda strofa si sale di un tono e si passa in Do diesis minore, quasi a voler dare una speranza con quest’apertura armonica, ma la fine è inevitabile e si torna quindi alla tonalità inziale.
Il singolo venne pubblicato in Europa il 14 ottobre del 1991 come lancio dell’album Greatest Hits II e incredibilmente non raggiunse mai il numero 1 in nessuna classifica dei singoli, fermandosi al numero 2 in Francia, 3 in Polonia e 5 in Italia.

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I VIDEOCLIP

Nel raccontare le canzoni dell’album sono stati volutamente lasciati da parte i videoclip tratti da Innuendo perchè meritano certamente un capitolo a parte, in quanto oltre che artistica la loro valenza è anche storica e per certi versi documentaristica, perchè da quell’apparizione ai Brit Awards di febbraio 1990 fino al fatidico 24 novembre 1991, sono le uniche testimonianze video che abbiamo di Freddie ancora in vita.
Tralasciando i clip di Innuendo e di The Show Must Go On, assemblati con immagini di repertorio, concentriamoci sui tre video per gli altri tre singoli dell’album, e facciamolo in ordine cronologico.

Il primo dei videoclip girati fu quello di Headlong: l’ambientazione da live è stata ricreata ai Metropolis Studios di Londra, dove è stata girata anche la parte relativa alla band che lavora in studio. Tutto questo materiale è andato poi a comporre l’EPK di Innuendo, filmato a novembre del 1990.
Da notare che la versione del videoclip contiene una breve sezione extra dopo il secondo ritornello che non è presente in nessuna delle versioni audio rilasciate.
Come accennato, questo è l’ultimo video a colori dei Queen in cui compare Freddie Mercury, le cui condizioni di salute stavano peggiorando a causa dell’AIDS.

A febbraio del 1991 ai Limehouse Studios viene girato il videoclip di I’m Going Sligthly Mad.
In questo video vediamo che la band è vestita e recita in modo assurdo e surreale: Brian May è vestito da pinguino (un richiamo al suo vestito della foto presente nel libretto del primo album dei Queen), Roger Taylor ha in testa un bollitore per il tè e cavalca un triciclo mentre Mercury si avvicina di soppiatto a lui e lo insegue, John Deacon è vestito da giullare e Freddie ha un casco di banane in testa, ricalcando la frase “I think I’m a banana tree” (“Penso di essere un albero di banane”). Inoltre c’è un uomo vestito da gorilla che la leggenda vuole essere impersonato da Elton John.
Questo è anche l’ultimo video dei Queen a presentare un significativo contributo creativo da parte di Mercury, che ha co-diretto alcuni degli storyboard, nonostante fosse già notevolmente in difficoltà a causa della malattia.
Per questo motivo furono presi diversi accorgimenti durante le riprese: Freddie era truccato molto pesantemente per coprire le macchie sul viso e aveva uno strato extra di vestiti sotto gli abiti di scena per nascondere la forte perdita di peso. Inoltre la parrucca aiutava a nascondere la perdita dei capelli.
Per mascherare il più possibile tutti questi difetti il video fu girato in bianco e nero e, grazie agli accorgimenti utilizzati, Freddie risulta essere molto mobile ed espressivo nelle scene che lo vedono protagonista.

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L’ultimo video girato dai Queen con Freddie Mercury è These Are The Days of Our Lives. Le riprese sono state effettuate il 30 maggio 1991 a Montreux, a meno di 6 mesi dalla sua morte ed erano presenti Freddie, Roger Taylor e John Deacon, mentre Brian May era fuori dal paese a causa di un tour promozionale e fu quindi filmato più tardi nel corso dell’anno ed aggiunto in digitale.
Come il precedente lavoro fatto per I’m Going Slightly Mad, anche questo video viene girato in bianco e nero per nascondere il più possibilie la malattia di Mercury, che è ancora pesantemente truccato per coprire le macchie dovute dalla malattia.
Rispetto al precedente video, dove mostrava ancora una mobilità invidiabile, qui Mercury appare quasi totalmente statico, probabilmente per una doppia precisa scelta scenica: dalle scene di backstage a colori rese pubbliche solo nel 2007 in occasione del suo 61° compleanno, si vede che Freddie fatica a camminare per scendere dal palco e quindi sue eventuali scene in movimento non sarebbero risultate fluide oltre a causargli probabilmente un eccessivo dolore, ma soprattutto che, parlando col regista Rudi Dolezal in una pausa delle riprese, si rende conto del fatto che si muove troppo, evidenziando all’interno di un abito decisamente troppo largo la sua eccessiva magrezza dovuta dal decorso terminale della malattia.
Roger Taylor ha commentato di come il cantante avesse fortemente voluto una documentazione visiva di quanto fosse malato, nonostante gli altri membri del gruppo fossero contrari a questa idea.
A causa delle ormai troppo evidenti condizioni riguardo la salute precaria di Freddie il video fu pubblicato solo dopo la sua morte, nel dicembre del 1991, e proprio gli ultimi fotogrammi in video di Freddie, mentre alza lo sguardo, fissa dritto in camera e sorridendo sussurra quelle ultime parole, “I still love you”, rappresentano il suo messaggio d’amore eterno a tutti noi.

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Tutti questi videoclip sono stati diretti da Doro Productions, ovvero Rudi Dolezal e Hannes Rossacher.
In una lunga intervista fatta con Dolezal, il regista austriaco ci ha raccontato molti particolari e aneddoti riguardanti il lavoro di molti anni svolto insieme ai Queen, oltre al suo rapporto di amicizia con Freddie e anche quello che ha significato lavorare a questi video avendo a che fare con le sue precarie condizioni di salute e sapendo quello che sarebbe successo di lì a poco.
Trovate l’intervista qui.

Tracklist
Come da consetudine per gli ultimi album della band sul disco tutte le canzoni sono accreditate ai Queen (tranne All God’s People, accreditata a Queen e Mike Moran). Qui sotto invece trovate gli effettivi autori dei brani.

1. Innuendo (Freddie Mercury, Roger Taylor)
2. I’m Going Slightly Mad (Mercury)
3. Headlong (Brian May)
4. I Can’t Live with You (May)
5. Don’t Try So Hard (Mercury)
6. Ride the Wild Wind (Taylor)
7. All God’s People (Mercury, Mike Moran)
8. These Are the Days of Our Lives (Taylor)
9. Delilah (Mercury)
10. The Hitman (Mercury, May, John Deacon)
11. Bijou (Mercury, May)
12. The Show Must Go On (May)

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