Fusaro, l’album d’esordio è un nostalgico e delicato flusso di coscienza

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Che fosse un cavallo di razza era evidente già con l’uscita di Dormi Serena, la romantica ninna nanna pubblicata come singolo lo scorso novembre (di cui ci ha parlato qui). Con quel brano il giovanissimo Fusaro ha messo in evidenza uno stile raffinato ed essenziale, diventato a tutti gli effetti il tratto distintivo della sua musica e della sua arte.

Oggi, a qualche mese di distanza, esce per Libellula Music e Vertigo Di quel che c’è non manca niente, il disco d’esordio del giovane cantautore piemontese. Un album pensato, suonato e perfettamente costruito sul timbro delicato e, a tratti, inquieto dell’artista. Quello stesso timbro vocale che – supportato dalla sua scrittura ricercata e fuori dal comune – diventa, in questo collage di brani, un affilato strumento comunicativo.

La cifra stilistica di Fusaro riesce ad attingere dalla tradizione del migliore cantautorato italiano e lo trasporta ai giorni nostri, tracciando un percorso che attraversa – con un pizzico di incertezza e una lieve malinconia – la “normale” quotidianità di questo ragazzo della porta accanto.

La necessità degli affetti, l’importanza delle radici e il legame speciale con i ricordi  erano gli elementi caratterizzanti di Dormi Serena. E tutti questi frammenti di memoria, remota o recente, – come tasselli di un puzzle caduto in terra e ricostituito alla perfezione – riescono a ritrovarsi e ricomporsi, ognuno a suo modo, nei diversi brani che compongono Di quel che c’è non manca niente.

Il tempo – lento o veloce, passato o futuro, che scorre o che verrà –  è il filo conduttore del disco. La nostalgia di ieri e la speranza sul domani si mescolano in questo percorso di pezzi, in cui il mood tipicamente cantautorale realizzato su suoni ovattati e battute lente, si alterna a ritmi energici che sfruttano a pieno l’estensione vocale di questo giovanissimo artista.

È così che alla dolcezza del racconto di una notte d’estate in Dormi serena (che nel disco è la traccia numero 8) si affiancano nell’album altri passaggi emozionali: ne Il testimone, il brano di apertura, l’intento sembra quello di costruire un ponte proprio tra passato e futuro, aprendo a una riflessione su genetica o eredità. Raccontando quello che era il Fusaro ragazzino e immaginando ciò che sarà.

In Solo un giocattolo invece, primo singolo estratto dall’album, indiscusso protagonista è il rapporto con il fratello dell’artista. Il legame che unisce due bambini che imparano a capirsi anche grazie alle loro differenze, nonostante tutto e tutti. Perché solo un fratello riconosce l’importanza di una navicella spaziale costruita col cartone in cui sogno e fantasia superano gli ostacoli. E soltanto a un fedele e insostituibile compagno d’infanzia si può cedere il posto da Capitano su quella stessa navicella, perchè vale la pena spiccare il volo solo se c’è chi davvero ti conosce a guardare il tuo decollo.

28 dicembre è una sorta auto-ramanzina di chi ha voglia di imparare a guardare al mondo, forse, con un pizzico di leggerezza in più. Di chi desidera osare senza paura. “Sono stupido io” è il mantra che Fusaro si ripete prima di ricordare a se stesso quanto lui sia uno che sogna la vita ma poi vive i ricordi.

In Vile (a riva) e Il mare di Maltà è il mare il centro del racconto e si divide nei due brani consecutivi come un curioso ossimoro. Nel primo pezzo la distesa blu diventa sinonimo di speranza, quella che desidera ardentemente che una persona “seconda solo a niente e nessuno” possa starci dietro in un viaggio verso riva, assecondando i nostri ritmi e rispettando i nostri tempi. Nel secondo pezzo invece il mare (di Malta) traccia la fisiologica e inquieta paura di un addio che sopraggiunge nei pensieri.

Uno, due e tre è forse uno dei brani più intimi all’interno di un disco in cui intimità è già la parola d’ordine. Il bisogno, a volte, di scappare è sopraffatto dalla assoluta necessità di restare, o quanto meno di tornare. Nel corso del pezzo si affronta la consapevolezza del legame con le proprie radici, di quel filo rosso impossibile da spezzare  perché parte di un gomitolo sempre pronto a riavvolgersi verso i posti e le persone del cuore. Un concetto magistralmente spiegato in un verso: “Sogni sempre di andare lontano ma non riesci a non dargli la mano”.

Il featuring con Bianco, Serie A, che ha anticipato di poco più di due settimane l’uscita dell’album, è un invito a non prestarsi alle scorciatoie della vita. È l’accorata riflessione di chi ha capito che aggirare gli ostacoli non porta lontano ma rimpicciolisce e immiserisce i traguardi.

Il pezzo finale, che da il titolo all’album, è certamente il più delicato ed emozionante. Per stessa ammissione di Fusaro Di quel che c’è non manca niente è un’espressione spesso usata da suo nonno e questo brano parla proprio di famiglia, affetto, esigenza emotiva. “Di quel che c’è non manca niente” è un invito a soffermarsi sulle cose semplici, essenziali e davvero importanti. Un promemoria che in questi tempi difficili, in cui anche gli abbracci sembrano essere diventati un lusso, cade a pennello più che mai. La casa, quel termine che abbiamo imparato a ripetere sempre più spesso nel corso dell’ultimo anno, racchiude decisamente molto più di quattro mura. È tutto ciò che ci serve e di cui  non possiamo fare a meno. Ed è partendo da questa certezza che possiamo comprendere che per vedere ogni giorno un nuovo continente dalle stesse finestre, ci basta avere intorno “un gruppo di persone con lo stesso cognome”.

Il primo disco di Fusaro ha una potenza sentimentale che non può lasciare indifferente chi ascolta. I suoni puliti ma ovattati e una voce sempre in primo piano si mescolano perfettamente a raffinatezza e immagini evocative. Dal disco nel suo insieme emerge un affascinante bagaglio emotivo e culturale, in cui il meglio della provincia si mixa alla bellezza della vita di un ragazzo che appartiene alla generazione Z, pieno di sogni e desideri.

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