Francesco Moneti: “A molti sembra ancora strano che fare il musicista sia un mestiere”

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Ph. by Silvia Saponaro

Un viaggio, fisico ed interiore, trasposto in musica. Questo è ciò che ha fatto il violinista e polistrumentista aretino Francesco Moneti- figlio del chitarrista dei Kiks e componente storico dei Modena City Ramblers e La casa del vento- nel suo nuovo album Cosimic Ramblers. Un viaggio, questa volta da solista, in cui Moneti- in collaborazione con la preziosa produzione di Gino Generoso Pierascenzi– mescola influenze di musiche di  diverse parti del mondo, dalI’Irlanda all’Africa, ai Balcani e al  Medioriente. Il primo singolo- Jerusalem vibes-  è un omaggio a  Gerusalemme e alla sua atmosfera unica di incontro tra culture, raccolte in una canzone.

                                                 L’INTERVISTA

– Sembra banale ma per un artista di lungo corso come te è doveroso chiederti: come è nata la tua passione per la musica? E quanto ha influito avere un padre chitarrista?

Sicuramente il fatto di avere respirato buona musica sin dalla tenera eta’e avere visto chitarre e strumenti per casa ha influito molto. Lo vedo con mio figlio che ha due anni e sembra più interessato ai miei strumenti che ai suoi giochi, tanto che mi ha già rotto un archetto del violino, fortunatamente non troppo costoso(ride)

– Il tuo album solista ”Cosmic Rambler “ parte dalla tua esperienza in Palestina, dove sei stato ben 3 volte. Qual è il ricordo più forte che ti ha lasciato questo Paese?

Gerusalemme e’una delle citta’ piu’ belle che abbia visto ed ha un fascino unico: vicoli misteriosi,echi di musiche lontane,il mercato che e’un’orgia di sapori e colori,le luci della notte.

Mi ricordo delle passeggiate da solo in silenzio dove mi rigeneravo letteralmente. In piu’ c’è questo senso di pace e calma ma con una tensione latente,data la situazione nota,che non ho trovato in nessun altro posto.

– Esprimere tutto con i soli strumenti senza un testo non è affatto semplice. Cosa ti ispira di più nel momento in cui componi un brano?

A me piacciono molto il cinema,le serie tv ed i fumetti,e spesso compongo immaginandomi delle scene da film o pensando a paesaggi e luoghi che ho visitato o che vorrei visitare.

Per scrivere “the sun is just a dot”il brano che ho dedicato alla sardegna,mi son davvero immaginato certe immagini che puoi solo vedere nell entroterra sardo quando guidi per ore tra le montagne e vedi dietro  ed attorno a te degli spazi vastissimi e non antropizzati.

In quel brano ho cercato di replicare col violino il suono delle launeddas, lo strumento principe della musica sarda.

Ma, piu’in generale, io vengo ispirato da tante cose.

Non so,il  rumore della macchina obliteratrice dei biglietti della metropolitana mi puo’ ispirare un ritmo e da quello puo’ nascere un’altra canzone. C’e tanta musica intorno a noi, se ci pensi.

– Ascoltando l’album sembra di aver viaggiato assieme a te, in un turbinio di suoni differenti e stili. Da dove nasce la tua passione per questa mescolanza di generi?

Mah,guarda io la vedo cosi.

La musica e’come un giardino pieno di alberi di frutta. Tu puoi scendere nel giardino,fermarti al primo albero di mele e saziarti con quelle. Il giorno dopo puoi fare la stessa cosa oppure puoi vedere cosa offre l albero dopo o fare dieci passi e provare le banane.

La musica e’la stessa cosa.

Ci sono musicisti che si fermano al primo albero e vanno avanti cosi per tutta la carriera,un po’ per comodita’,un po’ per paura.

Io son curioso da sempre e mi piace assaggiare di tutto e mettermi in gioco.

– Nel corso della tua carriera hai suonato praticamente sempre in gruppo, in particolare con La casa del vento e i Modena City Ramblers. Lavorando da solista hai avuto più possibilità di esprimere te stesso o preferisci comunque il lavoro di squadra?

Voglio molto bene a tutti i ragazzi delle due band e in entrambe le band ho sempre avuto tanta liberta’ e possibilita’ d esprimermi pero’ giustamente devi interagire con gli altri e non porre sempre il tuo ego davanti a tutto.

Mi piacciono entrambe le situazioni anche se ovviamente lavorando da solo e avendo un team ristrettissimo ed ottimo tipo quello che ho formato per”cosmic rambler”la gestione degli impegni e delle comunicazioni e’, per forza, molto piu’ snella.

Poi, nei gruppi si creano situazioni particolari.

Ti faccio un esempio:giorni fa mi hanno linkato su facebook un’esibizione dei mcr in un programma televisivo del 1997.

Ovviamente la band e’un po’ cambiata da allora.

Ho notato,con sorpresa, che a parte cisco,l ex cantante con cui ho fatto un fortunato tour lo scorso inverno e massimo giuntini,che e’ un mio amico da sempre, da ben prima che militassimo nei mcr,con gli altri ex mcr,non ho praticamente rapporti.

Ma non abbiamo litigato eh, assolutamente.

Solo che non ci vediamo ne’sentiamo mai,neanche per gli auguri di natale,per dire.

poi se ci vediamo,si ride e si scherza ma non c e’ mai la spinta ne’da una parte ne’dall altra per trovarsi o anche semplicemente salutarsi tramite un messaggio su whatsapp!

E si parla di persone con cui ho girato l’Italia e l’Europa in largo e in lungo,siam andati a suonare a cuba assieme,in bolivia etc.

Ed e’curiosa questa cosa.

Vedo foto e video  di tanti anni fa assieme a questi ex bandmates,tutti sorridenti ed abbracciati e ora, contatti con gli ex ramblers ridotti a zero.

 Questo ti chiarisce molte cose.

Quindi, in definitiva, c e’molta mistica e retorica sui gruppi,sui viaggi in furgone,il cameratismo,”l uno per tutti,tutti per uno” etc ma spesso son balle.

Dopo quasi trent anni di carriera posso tranquillamente dire che a volte scegli i compagni d avventura ed a volte semplicemente ci”inciampi”e si tratta spesso di rapporti di convenienza,vuoi economica o di opportunita’lavorative.

– La situazione sanitaria attuale ha fermato per un anno il settore del spettacolo, e si prevede che anche il 2021 sarà estremamente complicato. Come pensi di far comunque “vivere” live questo tuo nuovo progetto?

La situazione e’davvero drammatica.

Credo pero’ che il vero problema sia nelle produzioni medie,grosse e grossissime ovvero quando ci son tante persone che girano assieme.

Musicisti con tecnici ,road manager etc. Li la vedo veramente dura.

Forse un sottobosco di piccoli locali,piccoli teatrini puo’ aver piu’ chance e il mio progetto e’costruito per poter girare da solo o in due,io e gino pierascenzi,coproduttore artistico del cd e polistrumentista.

Mi sto gia’ organizzando per poter andare a suonare appena la situazione un po’si sbloccherà mentre, ripeto, per delle situazione piu’numerose tipo Modena city ramblers, Africa unite ,Negrita la vedo ancora molto male.

– In tanti anni di esperienza hai visto come la musica e l’approccio ad essa siano cambiati, tutto più fugace e superficiale. C’è ancora spazio, secondo te, per la “musica resta”, anche per le nuove generazioni?

Sicuramente adesso l’ arco d’ attenzione d un ascoltatore medio e’,come amo dire,”quello d un pesce rosso”.

Siamo bombardati da video,podcast,dirette fb e si fa fatica ad ascoltare con l’ attenzione necessaria un disco.

Pero’ io faccio anche il giurato in vari festival,l ho fatto per Arezzo wave e quest anno per il Firenze Music Contest e vedo che di gente che suona e bene ce n e’ tanta.

– Spesso il mestiere del musicista non viene visto come tale,e le difficoltà enormi del settore lo dimostrano

Ah, praticamente impossibile ed e’strano perche’ in Francia in Germania o olanda questo atteggiamento non esiste.

Forse perche’il concetto di lavoro per la massa e’visto come qualcosa che ti opprime e ti stanca mentalmente e fisicamente e trovano strano che qualcuno possa esercitare un mestiere che gli piaccia

Ma come? lo fa di mestiere e gli piace pure?mmh,non e’possibile,ci deve essere qualcosa sotto”.

 

 

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