Bruce Springsteen e il suo spot per l’America ri-Unita

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Inutile nasconderlo, Bruce che fa una pubblicità, per di più di una macchina, per di più della Jeep (cioè la Fiat) ha fatto storcere il naso a tutti noi. Eppure quello spot andato in onda domenica scorsa durante il Superbowl (l’evento televisivo che ha gli slot pubblicitari più costosi al mondo)  lo abbiamo visto e rivisto tutti. Io per prima. E io per prima ho pensato “Bruce è un artista, non è un marchio” (o un brand come dicono quelli bravi). Lui che ha sempre rifiutato tonnellate di denaro per qualsiasi pubblicità, addirittura 12 milioni di dollari (nel 1984) quando l’allora presidente della Chrysler Lee Iacocca voleva la sua “Born in the U.S.A.”. Lui che contestò aspramente l’utilizzo che il Presidente Ronald Reagan, faceva di quello stesso brano durante la sua campagna elettorale, dicendo a tutto il mondo: “Non credo che il Presidente abbia ascoltato bene le parole di questa canzone, e allora la ricanterò in maniera più chiara e a voce più alta fino a che non capirà di cosa parla veramente”. Uno schiaffo in faccia di risonanza planetaria, appunto, a chi voleva appropriarsi di un’idea e di un modo di pensare diametralmente opposto al suo. Perché allora oggi, dopo quasi quarant’anni, Springsteen accetta di fare una pubblicità? Io per prima ho pensato che fosse uno sbaglio poi però ho riguardato e riascoltato il video e ho capito che Bruce non ha fatto pubblicità alla Jeep (oltretutto quella che si vede nel video è la sua CJ-5 personale del 1980), ma ha mandato un messaggio forte e chiaro come più e meglio non si potrebbe alla sua America. Quell’America ferita, spaccata, abbrutita e umiliata dai quattro anni di gestione Trumpiana che l’hanno riportata indietro di cento anni, quel Paese che ha visti azzerati sogni, speranze e concetti su cui si è costruito il Paese stesso, come la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, l’inclusione, la democrazia. In soli quattro anni è stato cancellato il concetto stesso di sogno americano.

Se dunque Springsteen, nel 2021, ha deciso di girare un mini-film con il fidato Thom Zimny, lo ha fatto per parlare al cuore della gente e dell’America stessa, per ritrovare tutti insieme quello spirito di comunità e di libertà che ha fatto grande (questo sì) l’America. Non è, e non potrebbe essere, una questione di soldi, ma di comunicazione e di messaggio alla gente.  Dice Bruce nello spot, significativamente intitolato The Middle:

C’è una cappella in Kansas, nel centro esatto degli Stati Uniti. Non chiude mai, tutti sono i benvenuti, tutti sono invitati ad incontrarsi qui, nel centro. Non è un segreto. Negli ultimi tempi, il centro è stato un luogo difficile da raggiungere, tra il rosso e il blu, tra la politica e il popolo, tra la nostra libertà e le nostre paure. Ora, la paura non è mai stata la nostra parte migliore e quanto alla libertà, questa non è solo di pochi fortunati: appartiene a tutti noi, chiunque tu sia, da qualunque parte tu provenga. Questo è ciò che ci lega e proprio di questo legame abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di incontrarci al centro, dobbiamo solo ricordare che il terreno comune è la terra stessa su cui camminiamo. Per poterlo raggiungere possiamo scalare una montagna, attraversare il deserto e superare queste divisioni. La nostra luce ha sempre trovato il modo di farsi largo tra le tenebre. E c’è speranza sulla strada, davanti a noi”.

Fin troppo facile individuare nella piccola cappella di Lebanon in Kansas, una metafora dell’America centro sempre aperto, dove tutti sono benvenuti e dove tutti sono invitati ad incontrarsi, quell’America centro del mondo occidentale e dei sognatori di tutto l’universo, esattamente come lo siamo tutti noi. Fin troppo semplice riconoscere il tocco di Ron Aniello che con Bruce ha prodotto non soltanto gli ultimi due album Western Stars e Letters To You ma anche Wrecking Ball (2012) e High Hopes (2014), fin troppo evidenti i richiami e le atmosfere degli ultimi due dischi del Boss.

Per la cronaca, a portare a casa il prestigiosissimo accordo con Bruce è stato Olivier Francois, parigino di nascita e responsabile marketing di Stellantis (la multinazionale che controlla 14 marchi di automobili diversi tra cui Fiat, Chrysler, Dodge e Jeep), che per dieci anni ha “corteggiato” Jon Landau affinché sottoponesse l’idea giusta a Springsteen. “Ci sono voluti dieci anni – ha dichiarato Francois – ma ne è valsa assolutamente la pena. E’ il trionfo della perseveranza e dell’ostinazione, non mi sono mai arreso: Springsteen ha accettato soltanto all’inizio dell’anno e ha girato tutto nella domenica precedente alla messa in onda (il 30 gennaio, nda). Gli avevamo proposto di filmare delle scene nel suo ranch che avremmo poi montato sulla musica, invece lui è venuto a Lebanon, con la sua macchina ed è rimasto dodici ore sul set senza mai lamentarsi di nulla, nemmeno del freddo polare che c’era. Bruce non è in vendita, e tantomeno in affitto, sicuramente  è un uomo che non ha bisogno di nulla di tutto quello che tu credi di avere”.

Francois ha raccontato in un’intervista alla stampa americana che per il Superbowl la sua azienda aveva acquistato due slot da 60 secondi ognuno, che dovevano essere riempiti da due video già pronti per la messa in onda, ma quando lo stesso Francois si è reso conto di avere tra le mani un mini-film da due minuti di Springsteen, è andato lui stesso di corsa alla CBS chiedendo  di  scambiare i due slot da 60” con uno da 90”, cosa complicatissima considerati i rigidissimi schemi pubblicitari del Superbowl. E’anche vero che qualsiasi  altro spot pubblicitario mandato dopo quello di Springsteen avrebbe tolto enfasi ad un discorso cosi toccante e intenso, di conseguenza  Francois ha deciso di prendere  un intero break pubblicitario. “Ho sempre pensato – ha detto ancora il manager francese – che Springsteen sia esattamente come la Jeep: iconico, Americano, robusto e autentico”.

E’ stato Jimmy Iovine a presentare Jon Landau a Olivier  Francois alla fine del 2011. Il manager francese – che nel corso degli ultimi anni ha portato al Superbowl ( in spot pubblicitari) personaggi come Eminem (2011, “Imported from Detroit”), Clint Eastwood (2012, “Halfway in America”), Bob Dylan (2014, spot per la Chrysler 200), Sting e Shaggy (2019), in maniera molto garbata e gentile ha iniziato a suggerire a Jon Landau qualche idea, ma Landau, in maniera altrettanto garbata e gentile, gli ha sempre risposto che non sarebbe mai accaduto. Fino a quest’anno appunto. “Senza mai aspettarmi troppo e senza mai pretendere troppo – ha detto  Francois –   nel corso degli anni ho proposto un po’ di idee a Landau che le ha sempre rifiutate gentilmente, io non volevo approfittare del nostro rapporto, ma sono pur sempre un venditore di automobili e non posso fare a meno di cercare di vendere le mie idee. Cosi quando all’inizio dell’anno David DeMuth (CEO della Doner, altra azienda Stellantis) mi ha chiamato per propormi qualcosa di interessante, sono stato subito molto contento: mi ha proposto la sceneggiatura di un video chiamato The Middle che ruotava attorno questa chiesetta di Lebanon che è esattamente al centro dei 48 stati ‘continentali’ degli USA (gli altri due, Alaska e Hawaii sono fuori del territorio, nda). L’ho subito messo nel mio computer e quando mi sono scambiato via sms gli auguri di Natale con Landau ho deciso di mandargli lo script aggiungendo ‘Non prenderla come una forzatura, lo so che non succederà mai, ma chissà…’..

Landau risponde subito che è al di là di qualsiasi possibilità ma alla fine, la fa vedere a Bruce che trova l’intero concetto molto spirituale, lo legge addirittura come fosse una preghiera e proprio per questo – sottolinea Francois – “Bruce ha preferito mettere una musica che facesse da tappeto sonoro alle sue parole. Springsteen è stato sincero, onesto e vero al 100%, il suo è un tentativo di unire le persone, non di dividerle. Ha sentito che era arrivato il momento per lui di mandare il suo messaggio all’America. Ad una personalità come Springsteen non puoi  dire nemmeno una sola parola da dire, se non sono profondamente motivati e convinti di quello che stanno dicendo. Springsteen è una leggenda vivente che devi rispettare, tu non stai lavorando con lui, tu stai lavorando per lui, in qualche modo diventi la sua agenzia, il suo agente, il suo partner, il suo amico è un rapporto che si basa sul rispetto non sui soldi”.

E  Jon Landau – come sempre – a chiudere il cerchio, dichiarando: “Il nostro obiettivo era quello di fare qualcosa di sorprendente, di rilevante, di immediato e di artistico, e credo che questo sia esattamente ciò che Bruce ha fatto con The Middle”. Amen…

 

P.S. L’unica altra volta in cui Bruce Springsteen aveva fatto  pubblicità era il 1974: il Boss era ospite di una radio di Philadelphia (WMMR) e scherzando lesse il testo promozionale di un vino.

La foto in evidenza è tratta dal video pubblicitario The Middle

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati “Ben Harper, Arriverà una luce” (Nuovi Equilibri, 2005, scritto in collaborazione con Ermanno Labianca), ”Gianna Nannini, Fiore di Ninfea” (Arcana), ”Autostop Generation" (Ultra Edizioni) e ben tre su Luciano Ligabue: “Certe notti sogno Elvis” (Giorgio Lucas Editore, 1995), “Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue” (Arcana, 2011) e il nuovissimo “ReStart” (Diarkos) uscito l’11 maggio 2020 in occasione del trentennale dell’uscita del primo omonimo album di Ligabue e di una carriera assolutamente straordinaria. Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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