Filippo Clary: ecco il disco della mia libertà. E con Niccolò Fabi un esordio in italiano

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Filippo Clary si è sempre cibato di musica. La sua esperienza nel campo inizia circa un trentennio fa, quando lavorava come dee jay attraversando la disco music tipica dell’epoca. Ci sono stati poi la scoperta del rap, l’attenzione alla musica black fino ad arrivare al jazz sperimentale con i Gabin di cui è una delle metà fondatrici (insieme a Max Bottini). Autore, compositore, produttore: Filippo Clary esordisce oggi con un nuovo album “da solista” in cui si avvale di molte e prestigiose collaborazioni e in cui prova a sintetizzare 30 anni di esperienza in soli 8 brani.

Il disco ha una cifra stilistica importante e variegata che percorre caratteri, generi, suoni, melodie e arrangiamenti. Questa assoluta poliedricità che costruisce diversi scenari emotivi, diventa proprio il tratto distintivo dell’album stesso. Clary in questo lavoro si scopre artigiano del suono ed è pronto a modellare i suoi umori, un brano dopo l’altro, dedicandosi anche a nuovi esperimenti. Uno su tutti La pioggia, il pezzo affidato alla voce di Niccolò Fabi, il primo in italiano nell’intera discografia di Clary.

Abbiamo intervistato Filippo Clary per farci raccontare di questo suo nuovo lavoro che uscirà nei prossimi mesi.

Questo album, nonostante contenga diversi feat., è il tuo primo lavoro da solista. Come lo definiresti?

Dopo 4 album fatti da Gabin, si possiamo dire che è il primo album da solista. Un’esperienza nuova, sia di vita che professionale. E per cui mi sento responsabile in maniera totale e felice. C’è stata per me una totale libertà, non che non ce ne fosse prima, ma in questo caso è amplificata perché dipende tutto solo da me. Mi sento un po’ come un padre che da solo deve far crescere dei figli: è un’esperienza professionale molto stimolante ma che è anche un lancio nel vuoto. Se faccio musica, però, ci sarà un perché, come diceva una famosa canzone.

Quanto della tua esperienza, personale e professionale, con i Gabin hai portato in questo album?

Beh, direi tutta. Tutta perché in passato ho utilizzato quello che ho fatto come Gabin anche per esprimermi e oggi continuo a farlo. Sono stati 15 anni di musica e collaborazioni importanti di cui sono onorato. Non è da tutti i giorni sentire una tua canzone interpretata da un artista come Chris Cornell o Dee Dee Bridgewater.

Il disco attraversa diversi mondi sonori. Come mai questa varietà?

Questa varietà è insita nella mia anima, che è piena di colori e di umori. Quantomeno nella musica, visto che nella vita tutti noi abbiamo difficoltà ad essere totalmente liberi. La musica, invece, me lo permette. Già nei Gabin avevo sperimentato questa varietà e tanti diversi stili e, in fondo, ero e sono io l’unico comune denominatore. Per me – dopo tanto tempo – fare musica è diventato come fare delle fotografie dove la luce non è mai uguale. È come fotografare un attimo, un umore o un momento di vita. Questo album rappresenta una vita nuova dopo Gabin e ammetto che, dopo 15 anni, c’è stato anche il travaglio della separazione, quindi con questo lavoro ho come ricominciato daccapo. Ho conosciuto altri artisti e collaborato con altri artisti e, mentre facevo altre cose, ho iniziato a scrivere. Ogni volta è un colore diverso e a volte anche io mi sorprendo. Sembra un po’ come una compilation, magari da viaggio: c’è la canzone del buonumore, quella più intima, quella romantica, quella da ballare. Io la vedo così, forse, perché in parte mi è rimasta quell’anima da dee jay per cui concepisco come un concetto di playlist del cuore tutti i miei lavori.

La pioggia, il singolo in feat. con Niccolò Fabi e l’ultimo uscito prima dell’arrivo dell’album,  è il primo brano della tua discografia con un testo in italiano. Come mai questa svolta?

L’idea di scrivere in italiano era arrivata già con i Gabin perché volevamo mettere una specie di “bandierina” in Italia. Sentivamo che l’attenzione era più centrata sul fatto che le nostre canzoni erano famose perché scelte per delle pubblicità, ma meno sull’aspetto dei contenuti. All’estero invece l’attenzione era totale e ci sentivamo molto più gratificati. Volevamo fare un’esperienza simile con la nostra lingua. E l’idea di scrivere in italiano e fare una collaborazione con un artista italiano, lo ha scritto anche Niccolò in un post su Facebook, è di 6/7 anni fa, ma ci ha messo un po’ ad arrivare.

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Per una persona che ha sempre lavorato con l’inglese però anche confrontarsi praticamente con la metrica italiana non deve essere stato semplice…

È stato interessante. Il provino del La Pioggia –originariamente – nasce in inglese, io ce l’ho ancora e il primo demo ha una ritmica e una melodia molto diversa da quella che abbiamo pubblicato. C’è sempre quest’aria malinconica ma con un groove che sembrava simile a quello della musica nera, stile OutKast – che è un gruppo che adoro – ma con questi archi molto melanconici. Quando sono entrato, pian piano, nell’idea di cambiare il testo e scriverlo in italiano, ovviamente mi è cambiata anche la metrica e l’intenzione musicale. Questo fu un argomento interessante che affrontammo anche con Niccolò in studio. Perché anche lui – che è forse l’emblema della forza della parola e della lingua italiana –  sentendo la prima versione strutturata in inglese, mi ha detto che una volta modificato il testo avrei dovuto anche ammorbidire il senso della melodia. Devo dire che, in questo, cimentarmi con la lingua italiana è stata un’esperienza importante e appassionante: ho notato come cambia la forma di tutto, le parole influenzano molto. Ho modellato suoni e testi finchè non ho trovato qualcosa che mi corrispondesse. Credo, alla fine, che sia un buon esperimento, ben riuscito. E mi auguro non sia l’ultimo.

E la scelta di Niccolo Fabi quando è arrivata?

Quando io e la co-autrice del testo – che è colei che ha scritto tutti i testi dei Gabin in inglese – facemmo sentire il brano a Niccolò, fu subito folgorato e contento di questa partecipazione. Ci siamo messi in studio, lui ha cambiato alcuni versi e gli ha dato, come si dice, la zampata d’autore. Io ho sempre sposato l’idea di farla cantare a Niccolò perché secondo me era ed è l’anima giusta e la voce giusta per questo brano. Sono molto contento di questa collaborazione.

L’ultimo brano dell’album invece, Wordless, è l’unico pezzo unicamente strumentale. È voluto chiudere con un episodio di sola musica?

Si, è una mia caratteristica. Anche negli altri album lascio quasi sempre una parte solo di musica. Wordless per me è un pezzo fatto apposta per le immagini, è il classico brano che vedrei bene per un film o una sincronizzazione e ho deciso che  non c’era bisogno di metterci su delle parole, perché è una suggestione che mescola intimità a suoni molto forti. Penso che sia perfetto per chiudere questo lavoro che sento un po’ come un diario di bordo. Io non avevo intenzione di fare un album, mi sono ritrovato proprio con La pioggia in mano e allora ho iniziato a scrivere e ne sono venute fuori di ogni. Il disco è un saliscendi di suoni, groove e ritmi che vedono anche collaborazioni importanti come Mozez degli Zero7, Merel Van Dijk che è un’artista olandese bravissima, Zee Star con cui Gabin aveva già collaborato. In questo disco faccio la mia musica al di là delle radio version, di stili o mode. Forse pagherò il prezzo di questa totale libertà creativa, perché tutti ormai vorrebbero ascoltare solo un certo genere di musica, ma mi prendo questa responsabilità. E posso dire di essere molto soddisfatto: questo disco, per me, è il senso della libertà.

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