Nuovo disco per Lastanzadigreta: «Le canzoni sono utilissime proprio perché sono inutili»

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Lastanzadigreta
Foto di Renzo Chiesa

Lastanzadigreta è un collettivo di cinque musicisti torinesi, formato da Alan Brunetta, Leonardo Laviano, Umberto Poli, Flavio Rubatto e Jacopo Tomatis. Attivo dal 2009, nel 2017 il gruppo ha pubblicato il primo disco, Creature selvagge, vincendo la Targa Tenco per la miglior Opera prima. Pochi giorni fa la band ha dato alle stampe il secondo album, Macchine inutili, disponibile in cd, vinile e digitale.

Lastanzadigreta ha curato la produzione insieme a Dario Mecca Aleina, mentre la copertina è di Cinzia Ghigliano. Il disco è un caleidoscopio di suoni e temi, che conferma l’ecletticità della band. Abbiamo scelto di presentare l’album intervistando Jacopo Tomatis.

Lastanzadigreta
La copertina del vinile

Con il titolo Macchine inutili volete fare un omaggio al lavoro di Bruno Munari. Puoi spiegarci il significato di questo omaggio?
Ci è piaciuto molto questo concetto di macchina inutile. Munari lo usa per una serie di opere, sia di sculture che di illustrazioni, che realizza negli anni dell’industrializzazione italiana. Teorizza questa idea di una macchina inutile, come di un qualcosa che non riduce la fatica, non produce né lavoro né ricchezza, ma che bisognerebbe fissare, scrive in una nota molto bella, «come si guardano le nuvole dopo essere stati sette ore in un’officina di macchine utili». Ci piaceva moltissimo questa idea di un dispositivo che in apparenza non serve a nulla, ma che in realtà serve per sganciarsi dall’obbligo di essere a tutti i costi utili e produttivi. Questa è una specie di profezia che si è auto-avverata, perché oggi siamo tutti connessi 24 ore su 24 a lavorare costantemente.

Questo concetto come si sposa con il mondo della musica?
L’idea che le canzoni potessero essere delle macchine inutili, per rompere la nostra devozione al lavorare e al produrre, ci piaceva molto e quindi abbiamo scelto di andare su questa linea munariana e giocosa per parlare delle nostre cose. Le canzoni sono utilissime proprio perché sono inutili. Ce ne stiamo rendendo conto adesso che siamo tutti bloccati in casa e non possiamo andare ai concerti, a teatro e al cinema. Cosa sarebbe la vita se non avessimo almeno la televisione per guardare un film o il giradischi per ascoltare un disco? Sono tutte cose che in apparenza sono inutili, perché non producono ricchezza, però sono fondamentali, perché danno un senso a quello che noi facciamo, danno un senso alla vita. In questo senso le macchine inutili sono le più utili che esistano, se andiamo a vedere la qualità della vita.

Cos’è per voi una canzone?
La canzone è la forma di espressione più potente in assoluto, io credo. Quello che uno può fare con una canzone è assolutamente incredibile e noi siamo convinti di questo. La nostra idea è anche quella di una responsabilità nel fare canzoni. Questo lavoro è anche figlio di una nostra riflessione sul senso di mettersi a fare un disco, che già di per sé è un oggetto tremendamente demodé. La risposta alla nostra riflessione è stata: «Ci interessa farlo, perché abbiamo delle cose da dire con le canzoni».

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Foto di Renzo Chiesa

La riflessione è durata quattro anni, visto che il vostro precedente disco risale al 2017?
Noi siamo un collettivo, non c’è un autore principale. Lavoriamo molto rimpallandoci suggestioni e idee, scambiandoci ascolti e pezzi di canzone. È un lavoro molto bello, ma anche molto lungo, ogni canzone è il frutto di dieci o venti passaggi. Questo è il modo che noi abbiamo trovato di lavorare insieme, senza accoltellarci troppo. È un lavoro che richiede tempo e ci siamo presi tutto quello che ci serviva. Poi è arrivata la pandemia e ci ha rallentato ulteriormente.

Come siete riusciti ad incidere un disco in un periodo così difficile?
Abbiamo avuto la fortuna che quando è scoppiato tutto, nel febbraio dello scorso anno, il disco lo stavamo finendo, sul fronte delle registrazioni. Abbiamo dovuto mixarlo senza andare in studio, nessuno di noi poteva fisicamente affiancare il produttore. Il problema, più che altro, è ora: come si fa a promuovere, suonare e vendere un disco senza fare concerti? Questa è la situazione attuale. È un lavoro incompleto, anche se per fortuna la gente ha modo di ascoltare lo stesso. Noi siamo in cinque e il nostro lavoro è suonare insieme, oggi probabilmente saremmo in giro per l’Italia a fare concerti. Questo ovviamente è un problema, anche economico naturalmente.

Una delle vostre caratteristiche è quella di utilizzare gli strumenti più diversi ed eterogenei, anche oggetti che apparentemente non sono strumenti. Cosa avete suonato in questo disco?
Un po’ di tutto. Fin dall’inizio la nostra filosofia è stata quella di suonare cose alle quali non eravamo abituati. Quindi ciascuno si applicava a strumenti, anche tradizionali, diversi dai suoi classici, per uscire un po’ dalla propria comfort zone. Da lì siamo passati all’idea del raccattare tutto quello che si può suonare. Abbiamo usato drum machine comprate al mercatino per 3 euro, prototipi degli anni ’60 e ’70, probabilmente mai registrate professionalmente. E poi tastiere giocattolo e strumenti didattici: nel disco, ad esempio, ci sono un sacco di sezioni fatte con le claviette, quelle che si usano a scuola per imparare a leggere la musica. E poi percussioni di recupero, pentole, padelle, forchette e cucchiaini. Ci sono dei bicchieri che vengono rotti ad un certo punto del disco: un suono che non era voluto, ma che abbiamo deciso di lasciare lo stesso. Ed ancora vari strumenti a corda di recupero, ricostruiti o inventati, sintetizzatori vintage e vecchi harmonium. C’è un po’ di tutto, la nostra sala prove è veramente una specie di rigattiere. Questo ci piace molto, ne andiamo molto fieri.

Lastanzadigreta
Foto di Renzo Chiesa

Parliamo di un paio di canzoni del disco. In Tarzan (quello vero) toccate un tema importante come quello della Resistenza.
Ci piaceva fare una canzone su questo tema, noi spesso, per quelli che sono i nostri valori, ci siamo trovati a suonare il repertorio della Resistenza. Il problema di queste canzoni è che spesso il linguaggio va bene per ricordare il passato, ma oggi suona molto retorico, lontano da quello che è il linguaggio del 2021. Abbiamo così dedicato un pezzo ad un personaggio della Resistenza, che raccontiamo in maniera un po’ trasfigurata, come una specie di supereroe e di fantasma che continua ad aleggiare intorno a noi. Si tratta di Dario Scaglione, un partigiano che è diventato anche un personaggio letterario, citato nel libro Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Il romanzo si chiude con la scena della battaglia in cui muore Dario Scaglione, in Valdivilla, nelle Langhe. Noi siamo di una zona abbastanza vicina alle Langhe ed abbiamo un legame particolare con quel territorio. Ci piaceva l’idea di raccontare una storia di Resistenza senza retorica, semplicemente provando a riflettere di cosa è rimasto di quel movimento e di quelle idee.

In Spid, invece, trattate con ironia il tema della burocrazia.
È una canzone che funziona molto bene se stai in coda in Posta, come mantra per ingannare il tempo. Spid è una canzone ospite, nel senso che abbiamo chiesto a un nostro amico, Gigi Giancursi, di scrivere una canzone per noi. Gigi era nei Perturbazione, ora è un bravissimo solista e ci conosce molto bene, perché abbiamo lavorato spesso insieme ed è anche la voce di alcuni nostri brani. Conoscendo la nostra passione per il surreale, ci ha proposto questa filastrocca-mantra, in cui ci sono soltanto sigle di cose fastidiose, come l’iban e il durc. Gigi non sapeva che l’album si sarebbe chiamato Macchine inutili e quando gliel’ho detto siamo entrambi scoppiati a ridere, perché in effetti non c’è macchina più inutile della burocrazia. Ci è piaciuto mettere la canzone alla fine del disco, perché è una sorta di conclusione ironica.

È uscito il disco, ma non potete andare in tour: che cosa pensate di fare in questo periodo?
Come tutti, un po’ aspettiamo. Non so bene cosa, aspettiamo Godot probabilmente. Abbiamo la speranza di poter prima o poi uscire. Già nei precedenti lockdown abbiamo fatto un po’ di attività social, delle cover ad esempio, e quando riusciamo continuiamo a farle, ciascuno nella sua stanzetta, passandoci i pezzi. Questo è stato anche divertente, ci ha permesso di smontare alcuni brani che ci piacciono, senza preconcetti. Abbiamo fatto cover dal Cantacronache agli 883. Altre ne faremo prossimamente, ci piacerebbe fare qualche cover di Sanremo. Però per lo più aspettiamo che succeda qualcosa, intanto il disco è fuori e quantomeno rimane la consolazione che la gente possa ascoltare il frutto di tanti mesi di lavoro.

Il lyric video di Attenzione attenzione, la prima traccia del disco:

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran, iniziata nel 2000 e che prosegue tuttora. Per 15 anni ho collaborato anche con il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 e fino alla sua chiusura ho curato il blog Atuttovasco.

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