Prog Rock. Ristampato a 50 anni di distanza l’unico album dei De De Lind

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Detengono il primato di uno dei titoli più lunghi che siano mai stati  dati a un album, quel Io non so da dove vengo e non so mai dove andrò uomo è il nome che mi han dato, uscito nel 1973. A distanza di quasi cinquant’anni la casa discografica originaria ristampa in ellepì il primo e unico album dei milanesi De De Lind. Una formazione che si è egregiamente misurata nei vari Festival Pop e che ha proposto uno stile dove arieggia una certa cupezza di fondo, intriso di poesia lirica e dove le chitarre, insieme alla forte presenza del flauto traverso, caratterizzano tutto l’album. Finito nel mirino dei collezionisti, questo album è arrivato anche recentemente a essere venduto nella versione originale ben sopra i mille euro. Al di la della rarità del pezzo questo album suona ancora bene e mantiene un fascino particolare, come viene attestato da enciclopedie e libri dedicati agli anni Settanta. Finita l’esperienza di gruppo il solo Vito Paradiso prosegue nel campo musicale a livello professionistico incidendo due album, nel 1978 Noi belli e noi brutti e nell’80 Per lasciare una traccia. È a lui che siamo rivolti per farci raccontare qualcosa dell’album che dal 12 marzo la Universal riporta in circolazione. 

Che impressione fa sapere che la casa discografica originaria ripubblica il vostro disco?
Sono contento, in tutti questi anni ho assistito a tante ristampe per questo album, sia in vinile che in cd e mi fa piacere che stavolta è la vecchia casa discografica che lo pubblica, allora si chiamava Phonogram e noi uscimmo con la divisione Mercury. Come De De Lind abbiamo fatto un solo album che è rimasto nel cuore di molti, lo so dagli articoli che ancora escono e che parlano del disco in termini entusiastici. Eddy Lorigiola, il nostro bassista, mi ha anche segnalato che il gruppo barese Architrave Indipendente ha messo in circolo il brano Fuga e morte che apriva il nostro album. 

A proposito, che fine hanno fatto gli altri componenti?
Matteo Vitolli, alle chitarre e pianoforte preparato, non ha più frequentato il mondo della musica anche se giusto quattro anni fa si è reso protagonista di una reunion in un locale gestito dai figli a Vigevano. Vi ha partecipato anche Gilberto Trama che era il nostro musicista più preparato, non a caso suo padre era nell’orchestra Rai come chitarrista. Gilberto sapeva suonare il flauto traverso, strumento molto presente nell’album, era diplomato in clarino e sapeva suonare ogni tipo di sax. Purtroppo Gilberto ci ha lasciato tre anni fa. C’era Eddy Lorigiola al basso che prima di entrare nei De De Lind ha frequentato il Derby suonando nell’orchestra Jazz di Gino Corcelli e a volte ha accompagnato personaggi come Bindi e Lauzi. 

Come vedi la situazione musicale di oggi rispetto a quello che hai vissuto negli anni Settanta?
Non la riconosco. Avevamo altre aspettative e pur arrivando a incidere un album non c’era nulla di scontato. Oggi contano le visualizzazioni e pare che vendere dischi non sia più necessario, pensa che in via Vittorio Emanuele a Milano ho visto un manifesto enorme di un cantante a me sconosciuto, evidentemente da qualche parte arrivano ancora i profitti per i cantanti, magari dai like che ricevono? 

Ricordi quella volta che avete avuto più successo dal vivo?
Si suonava sia nei locali che nei Festival Pop, come il grande raduno del Be In di Napoli. Eravamo in tanti musicisti, partiti da Milano tutti insieme su un pullman. Voglio però ricordare, come esibizione dove ci hanno molto apprezzato, quella al Teatro Ariston di Sanremo. Suonavamo con vari artisti, noi eravamo prima di Johnny Hallyday che si arrabbiò poi con il suo manager perché avevamo ricevuto troppi applausi e lo avevano ridimensionato. Ci eravamo guadagnati un certo successo, al punto che finimmo in un calendario della Coca Cola insieme a gruppi come Dik Dik e Formula 3 con le foto di Oliviero Toscani.

Come è nata l’idea di un album così particolare?
Avevamo inciso qualche singolo prima, poi abbiamo iniziato a scrivere una suite, si usava in quel periodo. Uno stile che prendeva spunto dalla musica classica dove ci sono vari movimenti e temi che ricorrono con orchestrazioni diverse. Suonavamo fuori Milano quando un funzionario della Phonogram venne ad ascoltarci e noi gli presentammo il lavoro intero. Ci comunicò subito l’opportunità di incidere un intero album.

Il flauto traverso aveva molto caratterizzato il vostro stile. Possiamo dire che avevate ascoltato i Jethro Tull?
Certo che sì, come anche gli altri gruppi inglesi che andavano per la maggiore. Però credo che il nostro pop italiano abbia mostrato evidenti segni di originalità. Ogni gruppo aveva una caratteristica diversa dall’altro, c’era chi usava due tastiere, chi esibiva un pop sinfonico e chi invece aveva una matrice blues rock. Una varietà di stili che rendeva stimolante l’ascolto al pubblico che ci sosteneva.

Entrando nel dettaglio come avvenne la registrazione?
Lo registrammo in agosto in solo sette giorni, con una tecnica di registrazione moderna. Eravamo in Piazza Cavour all’ultimo piano nella sala di registrazione della Phonogram, dove prima c’era un  vecchio teatro con soffitti alti. Per accelerare i tempi ho cantato anche di mattina che non è l’ideale per un cantante. Avevamo chiesto più tempo, ma il direttore Phonogram aveva una tabella di marcia e dopo di noi era in attesa Orietta Berti.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014) e Cose dell'altro suono (Arcana, 2020).

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