Colapesce e Dimartino: a Sanremo con un pezzo che canteremo anche fra trent’anni

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C’è chi li definirebbe indie, chi li descriverebbe come artisti di nicchia, chi li ama e li segue da un po’ e chi magari, invece, li ha scoperti proprio grazie al 71esimo Festival di Sanremo. Sono Colapesce e Dimartino (all’anagrafe Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino), che partecipano alla gara dell’Ariston con la loro Musica Leggerissima. Un brano dalle sonorità lievemente retrò e dal lessico ricercato e mai banale. Un pezzo che unisce perfettamente la melodia finissima, che si imprime nella mente già al primo ascolto, a un testo pulito ed elegante, scaturito dal lavoro certosino di questi due artigiani della parola.

La canzone è accompagnata da un videoclip che non nasconde i riferimenti agli anni ’80, alla disco psichedelica e ai Sanremo che furono. E, tra outfit improbabili dei protagonisti e un pizzico di nostalgia nei confronti dei dolci ricordi del passato, regala un omaggio anche a quel conduttore che di Festival ne ha presentati più di chiunque altro: Pippo Baudo.

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Colapesce e Dimartino sono considerati, a giusta causa, in questo Festival la quota più rappresentativa di una categoria che finalmente nel 2021 fa il suo grande e prepotente ritorno in gara come non accadeva da tempo: quella dei cantautori. Egregiamente rappresentata a Sanremo da diversi artisti in gara.

Cresciuti tra concerti nei live club e tanta gavetta, i due arrivano all’Ariston con una lunga strada alle spalle e forti di una collaborazione già consolidata: il 5 giugno 2020 hanno infatti pubblicato il loro primo album in “duetto”: I Mortali.

Un disco che si riallaccia alla tradizione del miglior cantautorato italiano e tenta di renderlo mainstream. Un po’ quello che questi due artisti stanno, forse, cercando di fare con la partecipazione alla kermesse canora: aprirsi al grande pubblico ma senza stravolgere se stessi.

Nella serata delle cover prevista per questa sera porteranno un brano dal valore sociale che rientra perfettamente nelle loro corde e ricalca quell’impegno civile che di sovente si ritrova nei brani del loro repertorio: Povera Patria di Franco Battiato.

Di seguito la nostra intervista a Colapesce e Dimartino.

Diciamo che una manifestazione come Sanremo nazionalpopolare, quest’anno si è aperta all’indie. Ma è anche il mondo indie da cui voi provenite ad essersi aperto a Sanremo. Come mai la scelta di partecipare al Festival, visto che entrambi avete dichiarato che non l’avete mai vissuta come una tappa obbligatoria della carriera? 

Dimartino: La scelta deriva forse dal fatto che avevamo la canzone giusta. Abbiamo trovato la canzone adatta, che non è stata scritta appositamente per Sanremo ma che in qualche modo ha molte caratteristiche che erano perfette per poterla portare su quel palco. Questo è sicuramente stato il primo motivo. Detto questo, io ho sempre seguito Saremo e due volte sono stato anche autore di pezzi in gara, quindi non ho mai davvero allontanato da me l’ipotesi di poterci provare. Lorenzo aveva anche tentato una decina d’anni fa, per cui per entrambi non era proprio una cosa impensabile.

In un Festival in cui si parla tanto d’amore nei testi, voi portate sul palco Musica Leggerissima, che sfiora delicatamente un tema importante: la depressione. E con questo pezzo allo stesso tempo spingete anche verso una voglia e un bisogno di leggerezza. È coraggioso aver scelto di toccare un tema così serio, correndo il rischio di risultare – nonostante il titolo – “pesanti” di fronte ad altre canzoni meno impegnative…

Colapesce: Penso che non sia un rischio che abbiamo corso, perché abbiamo lavorato moltissimo sul testo, proprio per trovare un equilibrio fra la leggerezza della parte musicale e l’utilizzo della parola. Abbiamo fatto un lavoro chirurgico, quasi da ebanista, pur di non rendere il brano pesante. Non si parla mai di depressione in maniera esplicita, palese e diretta ma il pezzo ti lascia intuire che nella vita di un uomo ci possono essere dei momenti scuri e il motivetto ti può allontanare da quel buco nero che rappresenta la depressione. Abbiamo utilizzato volutamente la locuzione “buco nero”perché ci sembrava l’immagine esatta e puntuale.

Dimartino: E forse, in qualche, modo il pezzo parla anche d’amore: l’amore che si dovrebbe avere verso se stessi. Quello da cui partire per poter poi amare gli altri.

Quanto questo brano è figlio del lockdown? 

Colapesce: Non è una canzone necessariamente legata al lockdown, però sicuramente ci ha fatto riflettere il fatto che molte persone, soprattutto del nostro giro musicale, si siano trovati senza lavoro. Non ci interessava soltanto l’aspetto economico di questa situazione ma anche l’aspetto psicologico che questo blocco ha creato. Soprattutto sulla nostra categoria. Sono stati chiusi i teatri e non si sa fino a quando lo saranno, molti locali hanno chiuso i battenti, molti lavoratori dello spettacolo, professionisti specializzati di qualsiasi tipo – da chi si occupa delle luci ai tour manager, a tanti altri ancora – hanno dovuto cambiare lavoro o addirittura molti un lavoro non ce l’hanno. Sicuramente il brano, in parte, abbraccia questo tema.

A proposito delle conseguenze del lockdown sul settore dello spettacolo, voi siete tra gli artisti che il 27 febbraio hanno preso parte all’iniziativa l’Ultimo concerto, un segnale importante a sostegno degli operatori del settore culturale e creativo e soprattutto legata ai piccoli live club da cui anche voi provenite…

Dimartino: I locali sono stati i luoghi da cui sono partite tante cose delle nostre carriere, tante idee, tante amicizie. L’altra sera a cena parlavamo proprio dei primi localini in cui abbiamo suonato, posti che facevano una specie di educazione musicale all’interno del territorio. C’era ad esempio a questo locale in Abruzzo che si chiamava Breve vita e – quando io ero agli inizi – era diventato una sorta di centro in cui tutti i cantautori di quel periodo andavano a suonare. Ti trovavi dentro a un localino di 50 metri quadri un pubblico fomentatissimo che conosceva tutte le tue canzoni. Quando ci sono andato la prima volta mi ricordo che c’erano addirittura degli striscioni: sembrava uno stadio dentro a un locale (ride). In quel caso il promoter e gestore del locale si comportava quasi come il direttore artistico di un teatro  e di questo genere di club in Italia ce n’erano tanti. Oggi però sono quelli  più grossi che stanno pagando il prezzo più alto e vivono la crisi maggiore. Non hanno contributi pubblici perché non sono teatri, sono i gestori che ci organizzano gli eventi a mandarli avanti e in questo momento storico, quindi, sono stati i più colpiti. E, ahimè, penso che ne vedremo chiudere tanti. Già l’anno scorso all’inizio del lockdown hanno chiuso locali storici come l’Ohibò, il Serraglio di Milano e tanti altri. Quelli erano posti in cui suonavano band che magari non avevano il pubblico dell’Alcatraz ma potevano essere quelli “a un passo da”. Questi luoghi contribuivano a creare quello che viene chiamato l’underground.

In un video che ha conquistato il web vi siete auto-piazzati al quinto posto, ma i bookmaker vi danno per favoriti alla vittoria. Siete scaramantici? Come l’avete vissuta?

Colapesce: Ci piace questa cosa! Scherzi a parte non crediamo ai bookmaker, crediamo solo nel nostro pezzo. E, a prescindere da dove si posizionerà, già siamo felici perché è un brano che potremo continuare a cantare anche fra trent’anni nel nostro repertorio. Non so se avrà il riscontro del pubblico, me lo auguro ovviamente, ma questo non dipende da noi. Certo, a saperlo 20 euro su di noi li avrei giocati… (ride).

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Questa sera per la serata delle cover porterete una canzone che ha una valenza sociale importante: Povera patria di Battiato. Cosa c’è dietro a questa scelta?

Colapesce: Ci sembrava il momento giusto per ricantarla perché è ancora attualissima, nonostante sia uscita trent’anni fa. È una canzone bellissima, contemporanea, elegante ed è un omaggio anche a un gigante della musica mondiale. Battiato, rispetto a tanti altri artisti italiani, ha una caratteristica unica: è un innovatore della parola e della musica. E varie volte ha ribaltato il paradigma della canzone pop italiana. Questo brano ci rappresenta molto ed è uno schiaffo in faccia sempre, tutte le volte che lo ascoltiamo. Pur non essendo giudicante.

Avete già all’attivo un album insieme, I Mortali, dopo Sanremo questo connubio continuerà o tornerete ad essere Colapesce e Dimartino singolarmente?

Dimartino: Intanto dopo Sanremo, il 19 marzo, uscirà una nuova edizione de I Mortali, che non è un repack dell’album già uscito ma sono 10 pezzi in più. Quindi è un altro disco. Ci saranno 6 brani del nostro repertorio personale ri-arrangiati in versione acustica, ci sarà Musica Leggerissima, la nostra cover di Povera patria e un inedito intitolato proprio I Mortali. E poi ci è piaciuto molto inserire nel disco Born to live di Marianne Faithfull che abbiamo tradotto in italiano. È un pezzo che abbiamo registrato in un’ora e ci è sembrato che desse un senso a I Mortali e a tutto il progetto, perché si chiama “Nati per vivere”. In realtà non sappiamo ancora cosa ne sarà poi di questo connubio, sicuramente faremo le cose che ci divertirà fare.

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