Cosa resta di questo Sanremo?

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Sanremo 2021
@Silvia Saponaro

Un caffé mediocre lascia un lieve senso di bruciatura sulla lingua mentre stropiccio gli occhi e cerco di fugare l’ultimo dubbio circa il Festival: è accaduto davvero o era tutto un sogno febbricitante?

Tre gruppi d’ascolto su whatsapp e una sequela infinita di storie intrise di un vetriolo ingiustificato (tranne nel caso della cover di Irama a causa della quale lui e la sua stirpe saranno miei eterni nemici) mi confermano che si sia trattato perlomeno di un’esperienza corale.

Ma cosa resta, a parte le occhiaie, di quest’edizione del Festival ridotta come la stanza d’albergo di Orietta Berti in piena emergenza floreale?

Un fottio e mezzo (termine tecnico, ndr) di macerie, ma macerie riutilizzabili, ottimi materiali ma usati male: questo Festival è stato trovare un manoscritto inedito del buon vecchio Billy Shakespeare e usarlo per raddrizzare la gamba del tavolo che mezza che nazzica, è come avere a disposizione la voce di Malika Ayane e farle cantare Ti piaci così.

Mentre chiediamo all’orchestra di far suonare il violino più piccolo del mondo per tutti quelli che «Noi pubblico maturo non ci ritroviamo in questo festival di sconosciuti perché musica delli giovini bruttih», analizziamo meglio i lati positivi e quelli terrificanti, spiegando a mamma Rai che se si viene pervasi dallo Zeigeist non è il caso di chiamare l’esorcista.

Non si parla  di trasformare il Festival di Sanremo nel Miami (festival milanese con nomi più o meno emergenti mediamente  validi), si parla di capire una volta per tutte che la scena musicale italiana ha raggiunto ormai un’ampiezza tale da rendere impossibile limitarla a “quello che passa in radio“, il fiume che scorre impetuoso e inarrestabile, corso d’acqua che porta con sé l’intera storia dell’umanità e che, coadiuvato dallo sviluppo, ha aumentato esponenzialmente la sua velocità rendendo sempre più difficile bagnarvisi: per metabolizzare il Rock ci sono voluti decenni in un tempo in cui dieci anni erano un tempo ragionevole, vi sfido a enumerarmi la miriade di correnti musicali sviluppatesi nell’ultima decade (eh no miei cari, l’Indie non è un genere, è solo un termine a ombrello che usano i redattori pigri e quelli che vogliono far finta di darsi un tono).

Possibile ma dispendioso a causa dell’ampiezza di getto del nuovo mercato musicale, mercato che si porta dietro un’apparente democraticità musicale ma anche una competitività senza eguali.

In tutto questo bailamme socio-econo-musicale dove si colloca Sanremo? Probabilmente sull’isola di Jurassic Park dove tecniche ultramoderne tengono in piedi creature vecchie di millenni: una cosa fighissima se scritta come Achille Lauro comanda oppure una cosa meh psichedelica tenuta in piedi con lo sputo dalla presenza del Chris Pratt di turno se ci si limita a far vedere i bestioni senza componente umana.

Abbiamo la possibilità di avere un palco e un contesto in cui vedere Orietta Berti diventare fenomeno semi involontariamente punk (e quindi ancor più punk in quanto non per scelta ma per vocazione) insieme a un Fulminacci che se la va a giocare coi grandi sin da subito (e che dimostrerà a brevissimo di essere l’Erling Haaland della musica italiana), vedere Lo Stato Sociale diventare un’istituzione (e signori, in un’altra occasione parleremo della loro rinascita e del perché DOVETE VOLERGLI BENE A QUESTI MAGNIFICI STRONZETTI), ma anche il delirio tecnico extremporale extraspaziale Extraliscio con Davide Toffolo a cui dobbiamo tanto, fino ad arrivare all’umile Fasma che fa il ragazzetto ma se vi toglieste paraocchi e paraorecchie vi rendereste conto che ha un potenziale enorme.

Eppure quest’edizione si è trovata in un patetico limbo di chi vuole osare ma non troppo, come in una canzone di Ermal Meta ma al contrario si è optato per relegare buoni contenuti in un contenitore mediocre, dare la colpa alla conduzione Amadeus bis è sacrosanto ma dargli tutte le colpe è follia pura.

Nell’architettura Lovecraftiana di questo Festival, la pandemia svolge un ruolo primario: l’inserimento graduale di cantanti appartenenti a “quell’altra musica“: quella dei live club e quella delle nuove generazioni (con l’esclusione dei figli dei Talent, chimera ancora problematica); più banalmente: cerchiamo interazione online piuttosto che il vecchio pubblico alla vecchia maniera.

Tale razionale ha palesemente forzato la mano in quello che può rivelarsi un unicum o può rivelarsi la nuova fondazione, l’anno prossimo si spera di tornare al buon vecchio Sanremo, ma lo si potrà scindere da Sanmeme? Se si vuole restare a galla no.

La formula è semplice: tira fuori dal cilindro qualche artista che piaccia a chi fa uso abituale di dispositivi connessi all’internet, spera che facciano commenti divertenti così che pure altri si sintonizzino tanto i dati dell’audience non dicono se «l’hanno visto perché gli è piaciuto» o «l’hanno visto perché ridono di noi» o semplicemente «perché cercano la base per i meme», formula talmente semplice che non può fallire più di tanto, manca il passo successivo: Amadeus è, parafrasando Il Padrino, un consigliori da tempo di pace e Fiorello è esponente di un umorismo fisico e impulsivo che fa dell’esagerazione costante la sua unica carta, a volte strappa un sorriso mentre altre è esasperante, soprattutto se accostato ad esibizioni che ne escono innegabilmente trivializzate.

Aldilà dei gusti personali, Fiorello è stato un’appendice parassitaria che si nutriva dell’impeto, del momentum, dello slancio dei momenti, trivializzandoli in nome di una risata grossolana e trasferendo l’attenzione su di sé, come i protagonisti delle sitcom quando vedono qualcuno rubargli la scena.

Non è un’ironia da debellare, è un’ironia che non trova spazio nel futuro in cui ci si è appena bagnati i piedi, un’ironia un minimo più contestualizzata, la generazione mia e quelle adiacenti non stanno chiedendo per forza Lundini (però per favore dateci Lundini) ma gente che sappia maneggiare questo materiale, consigliori da tempi di cambiamento; la suggestione Cattelan devo dire che potrebbe essere il giusto anello mancante per ultimare il cambiamento.

Meno gag sulle poltrone, meno scimmiottamenti dei rapper da supergggiovani, meno «sono il signor Guardatemi, guardatemi!» e più progetti di chiese transoceaniche sarebbero già un grosso passo avanti.

L’organizzazione dello show e la scrittura di livello parrocchiale si è fatta sentire anche di più data l’assenza di ospiti particolarmente interessanti, o meglio, particolarmente magnetici: si salvano solo Mahmood come unico centro gravitazionale in grado di far accendere la televisione per vederlo esibirsi, Elodie per aver dimostrato che si può fare roba da Superbowl con materiale nostrano, Umberto Tozzi perché Umberto Tozzi e ovviamente Achille Lauro che riesce a essere sempre di quell’esagerazione mistica che lo fa apprezzare da te e fa bestemmiare Zio Franco e fa rosicare il cugino per cui la musica è finita col terzo millennio che “EH MA LA MUSICA VERA LO MARKETING LA VEREZZA WILLIE PEYOTE”.

Mancava però l’ospite che ti fa dire “Oh metti Sanremo che magari becchiamo X“.

Dichiarazioni come «la musica è stata ferma un anno, facciamola lavorare» e poi mandare sul palco la Vanoni che di certo non ha più preoccupazioni di mutuo o il resto della gang non sono state proprio mosse degne di Kasparov, soprattutto dato che hanno allungato il brodo all’inverosimile quando le tempistiche gargantuesche avevano già dimostrato le loro problematiche.

Soprattutto un conto è fare le due di notte per vedere Bruce Springsteen e Margherita Vicario, un conto è farle per vedere l’orchestra della Polizia di Stato e un tributo per cui Morricone ha probabilmente incaricato tutti i medium di lingua italiana di riferire «Grazie, come se avessi accettato, davvero».

Eppure le due le abbiamo fatte comunque, molteplici volte, perché Sanremo è una narrativa che ci prende, nonostante tutti i protestanti con una connessione a internet che ci tengono a dire “io non me lo guardo” per i più disparati motivi che però suonano tutti come “GUARDATE ME GUARDATE ME” disperati, anzi, a maggior ragione anche in risposta ai suddetti noiosoni, Sanremo è qualcosa che unisce in ogni caso, una barca troppo grande per affondare: l’Italia provincialotta che si mette il vestito buono ma fa figuracce a tavola, il peggior nazional popolare che per 5 serate l’anno fa tenerezza e viene dileggiato selvaggiamente, amare i pezzi belli e amare l’odiare i pezzi brutti, le stecche e i momenti imbarazzanti.

Ancora una volta un amabile disastro.

Un amabile disastro che però può trovare la strada giusta per diventare qualcosa di interessante: meno lustrini e più lustro, più vero, più unico non in senso di diverso ma in senso di “cosa che racchiude tutto e tutti”, in cui trova spazio il nuovo, il vecchio e la musica da casalinghi à la Renga.

Siamo troppo italiani per la rivoluzione, ma viviamo abbastanza il mondo per il cambiamento, la potenza c’è e la nuova scena ha dimostrato di essere benissimo in grado di mangiare in testa a molti usati garantiti o anche mangiare loro la testa come in una storia di Isayama, uccidere i giganti per prenderne il potere: può essere un processo pacifico e toccante come il passaggio di consegne tra Fasma e Nesli, due umili gregari della musica che hanno avuto la possibilità di toccare alcune corde emotive senza salvare il mondo o possiamo farlo con l’impeto e l’opulenza de La Rappresentante di Lista che con una costruzione assurda delle canzoni e la voce di una Dea che con un sorriso divertito può infondere vita in un Ariston vuoto.

Anche i dannati Maneskin a cui non avrei dato una lira post X Factor e che hanno bisogno di crescere tranquillamente appellandosi alla sacra costituzione invisibile dettata dal Dott. Prof. On. Dave Grohl «bisogna dargli il tempo di fare schifo per poi diventare grandi», sono riusciti a sorprendermi. Certo, ad oggi mancano di sostanza ma le capacità le hanno, meglio questo che il contrario se si ha tutto il tempo di migliorare e si ha quel fuoco che non è davvero voglia di rivoluzione e menate varie anacronistiche: è voglia di divertirsi, di fare il successo e di spaccare tutto.

A Damiano, Victoria, Ethan e Thomas non frega un cazzo di fare la rivoluzione davvero, ed è giusto così.

C’è più da domandarsi perché solo dopo una 50ina d’anni un genere musicale che ha esaurito gran parte del suo slancio vitale riesca finalmente ad approdare per bene all’Ariston, è questo il tempo che ci si mette a masticare e metabolizzare? Non ce lo si può permettere, il cambiamento risiede anche nell’accelerare questo processo senza prendere il pubblico per “troppo stupido” o da coccolare troppo! Mandategli contro roba nuova e diversa, che se è bella attecchirà nel tempo di 5 serate! Che diamine, sono riuscito ad affezionarmi pure a Francesco Renga e a considerarlo come una persona!

Questo Sanremo può essere il primo Sanremo del futuro o può essere il Sanremo “di cui non parleremo mai più”, bisogna fare scelte, scelte che richiedono capacità di giudizio e richiedono il coraggio vero, non quello del “vabbé buttiamola là“.

Il Festival Della Canzone Italiana è vecchio, ma non lo sarà per sempre.

Questi fiori non devono per forza appassire. 

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