Pensando ai live: ecco Tribù Urbana di Ermal Meta

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Tre anni di attesa sono tanti. Alimentano parecchio le aspettative e poi il rischio è rimanere delusi. Oppure esplodere di gioia. Non c’è via di mezzo.

La sensazione, all’annuncio dell’uscita di Tribù Urbana il prossimo 12 marzo, è stata come quando una persona che non si vede da tempo all’improvviso torna a casa. Si sa che è mancata, ma si realizza effettivamente quanto solo nel momento in cui varca la porta. Finalmente Ermal Meta è “tornato a casa” e, come ogni viaggio che si rispetti, è tornato a casa diverso da come era partito. 

Tribù Urbana, così come No Satisfaction, è un album che al primo ascolto ti spiazza. Ha bisogno di un po’ di tempo per essere digerito e assimilato, ma questo non vuol dire che sia brutto. A differenza di Non abbiamo armi, che colpiva dalla prima nota come un pugno alla bocca dello stomaco, questo nuovo lavoro del cantautore italo-albanese ha bisogno di essere ascoltato più di una volta per capirlo fino in fondo.

Quello che non è cambiato è certamente la penna di Ermal Meta, che resta inconfondibile: il peso di ogni parola è sempre ben calibrato, tutto accompagnato da un suono forte, nonostante sia diverso, ma perfettamente funzionante nel suo complesso. 

Mi si dirà che sono di parte, perché è vero, sono una fan di Ermal Meta. Eppure, ammetto che dopo il primo ascolto ho pensato “ma è un disco di Ermal?”. Solo che non mi piace fermarmi alle apparenze, e quindi sono andata più a fondo.

Questo disco scatta una serie di istantanee di questa tribù che circonda Ermal. Immagini tutte diverse in cui però è facile riconoscersi perché dai vicoli di Atene al centro di Dublino le cose che ci accomunano sono e saranno sempre di più di quelle che ci dividono. E questa forse è stata la prima cosa che ho apprezzato di questo disco: la capacità di far sentire chi lo ascolta parte di un qualcosa più grande. E in un momento in cui le distanze sembrano davvero incolmabili è una sensazione di cui si avvertiva il bisogno.

Questo album è una collezione di tante storie di vite imperfette che vanno “raddrizzate”. Tra le tante, quella di Ermal che ha 13 anni e della vita non sa niente” ma quella vita ci vuole restare aggrappato, perché sa che la vita importante. Questo è Il destino universale che ci rende tutti uguali, a prescindere – per esempio – da chi sentiamo di amare, come Nina e Sara che scoprono cos’è l’amore in una calda estate di tanti anni fa, sfidando le convenzioni e i pregiudizi di un mondo che si arroga ancora il diritto di decidere quali sentimenti siano giusti e quali no. La volontà di sentirsi “normale” di Nina, 16 anni, raccontata dalla naturalezza con cui nasce e si evolve il suo sentimento che si oppone agli stereotipi della società, rendono questo brano davvero prezioso.

Ma non è Il destino universale il pezzo più “autobiografico” di questo disco, nonostante la firma che Meta ha voluto lasciare. Quello in cui sembra di “vedere” più nitidamente Ermal tra le parole è il pezzo che esordisce con la frase “non parlo mai di me, non dico mai tutte le cose”. Si tratta di Non bastano le mani: “Per voltare certe pagine non bastano le mani” dice il testo, un messaggio che nella sua semplicità riguarda tutti, perché tutti, presto o tardi, ci siamo trovati a fare i conti con un capitolo della nostra vita che era il momento di chiudere, e non sempre è bastato voltare pagina.

È questa la bellezza di questo disco, di cui ascolto dopo ascolto si percepisce l’approfondito lavoro di rifinitura che c’è stato dietro (in fondo, abbiamo aspettato tre anni…): la possibilità di sentirsi in qualche modo rappresentati nella propria unicità attraverso le note di una canzone. Ma allo stesso tempo è la cosa che spiazza di più, perché la scintilla non scocca al primo ascolto, bisogna prendersi del tempo per assimilarlo. E questo vale per  quasi tutte le tracce contenute del disco, escluso il brano sanremese Un milione di cose da dirti (il cui video ha già superato il milione di visualizzazioni su YouTube).

Su una cosa non ci sono dubbi: questo disco sarà meraviglioso da ascoltare (e cantare) sotto un palco, più o meno vicini alla transenna, perché trasmette energia e positività. E se Ermal ha una voglia matta di portarlo live, si può benissimo immaginare quanta ne abbia il suo branco di tornare “a casa” durante uno dei suoi concerti (qui per il calendario delle date).

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