Giornata nazionale dei disturbi alimentari. La storia di un’ex anoressica

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Giornata nazionale disturbi alimentari

Sono un’ex anoressica. L’ho scritto davvero, nero su bianco. L’ho scritto anche se nel 2021 è ancora un tabù parlare di disturbi alimentari, considerati come un capriccio, e non come il campanello d’allarme di un disagio profondo. Oggi vi racconto la mia storia, o almeno ci provo. Perdonatemi se non sarò abbastanza esaustiva, ma non sono una nutrizionista né una psicologa. Sono solo una ragazza che ha lottato per oltre 10 anni e poi ce l’ha fatta. E credetemi, non era scontato che un giorno sarei stata qui a parlarne. O meglio, non era scontato che un giorno “sarei stata qui”.

2001

Muore mio padre, e l’anoressia mi trova fragile e indifesa: diventa in poco tempo la mia prigione dorata. Arrivare a pesare 34 kg è un attimo. Essere considerata“spacciata” una conseguenza irreversibile. Stavo per morire. Nessuno avrebbe scommesso un euro che ce l’avrei fatta, francamente nemmeno io. Ai tempi non mi rendevo conto di essere malata, né di essere magrissima. Perché l’anoressico non sa di avere un problema, non lo fa apposta, è così e basta. Pesavo il cibo, ogni piccola cosa prima di metterla in bocca, anche una “semplice” caramella. E in bocca mettevo sempre il meno possibile. Avevo un quadernetto, una sorta di diario, dove appuntavo le kcal di tutti gli alimenti. Le conosco ancora tutte a memoria. “Io dovevo sapere” quante kcal mangiavo: il conto delle kcal giornaliere era maniacale.

Non chiedetemi perché, non c’è una spiegazione razionale. Se ci fosse, non avrei vissuto un calvario durato più di dieci anni. Buttavo il cibo, lo nascondevo, e qualche volta ho anche vomitato il cibo ingerito.

Andavo regolarmente da una psicologa e da una nutrizionista, chiaramente contro la mia volontà. E scrivevo, scrivevo, su consiglio della dottoressa. Scrivevo tutto quello che mi passava per la testa. Quasi sempre cose legate al cibo, agli amici e alla famiglia che “rompeva” su una malattia che non sapevo di avere. O scrivevo di quel cantante che avevo scoperto un giorno in macchina, per caso, proprio andando a fare una seduta di psicoterapia.

Quando i medici mi danno per spacciata, la vivo come una sorta di liberazione. La fine di tutte le mie sofferenze. Col senno di poi, posso dire che è stata proprio quella frase, quel “stai per morire”, la mia vera salvezza. Mi ha dato una scossa. Lieve, ma pur sempre una scossa.  Poi c’è stata la salita, un lungo tunnel con alti e bassi, durato oltre dieci anni.

Ne sono uscita davvero solo nel 2016, quindi dovrei dire che sono ben 15 anni. Quasi metà della mia vita. Tanto, troppo tempo. Tempo che dicevano i “saggi coglioni” (scusate il paradosso) non sarebbe tornato indietro, che nessuno mi avrebbe restituito. E grazie tante. Come se amassi sguazzare nella malattia, in una vita da anoressica e non da“ragazza normale”. L’anoressia mi ha tolto tutto.

“Ho addosso” ferite che non so se si rimargineranno mai. Guardavo le mie amiche andare avanti, cercare la propria strada nel mondo, mentre io combattevo per mangiare due cazzo di spaghetti al pomodoro. Mi sono sentita per tanto tempo “inutile” e “in ritardo” rispetto alla vita degli altri. Poi è arrivata anche la depressione, gli attacchi di panico: il mio pacchetto era completo.

2016

Sono tornata da una nutrizionista, questa volta di mia spontanea volontà. Ne ero già fuori, quasi al 100%, ma volevo che fosse una guarigione definitiva, perché nel frattempo avevo vissuto anche periodi di bulimia, e non ne potevo più di essere schiava del cibo. Il percorso è durato un anno: sono arrivata al peso forma, ma soprattutto ho imparato a mangiare senza sensi di colpa, senza l’oppressione della bilancia, e a scherzare sul cibo. Cosa normale per tutti, ma non per me. Spazzata via l’anoressia, ho spazzato via anche un po’ d’insicurezza. Sono come rinata, non solo fisicamente. Ho vinto la battaglia più grande, e (quasi) niente mi fa più paura.

Perché vi ho raccontato la mia storia? Perché il 15 marzo è la giornata nazionale dedicata ai disturbi alimentari: anoressia, bulimia, binge eating, obesità, EDNOS, e tante altre forme. Se ne parla sempre troppo poco, e ancora con vergogna. Scrivo per testimoniare che ce l’ho fatta, che si può guarire. Si può guarire da questa epidemia sociale che solo in Italia riguarda quasi 3 milioni di persone.

Anoressia e bulimia sono la prima causa di morte tra i 12 e 18 anni, dopo gli incidenti stradali. Soffrono di disturbi alimentari principalmente le donne, 95,9%. Il restante 4,1% sono uomini. A causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, nel 2020 i casi sono aumentati del 30%. Negli ultimi mesi, le terapie basate principalmente sui colloqui psicologici vis a vis, sono state sostituite, laddove possibile, da videochiamate. Un’emergenza nell’emergenza, poiché diventa impossibile una vera valutazione nutrizionale del paziente.

La Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla è stata inizialmente promossa e voluta da Stefano, un padre che ha perso la figlia a soli 17 anni, a causa della bulimia. Il 15 marzo è proprio l’anniversario della sua scomparsa. Dal 19 giugno 2018 la Giornata del Fiocchetto Lilla è sancita dalla Presidenza del Consiglio e il 15 marzo è riconosciuto istituzionalmente come giornata nazionale contro i Disturbi dell’Alimentazione. “Mi nutro di vita”, recitava lo slogan dell’associazione. “Mi nutro d’informazione, mi nutro di consapevolezza”, aggiungo io.

Senza vergogna, chiedete aiuto (lo fanno in pochissimi). Senza vergogna, parlatene in famiglia, a scuola, con gli amici. Solo una rete solidale di specialisti e persone che vi sostengono può aiutarvi a venire fuori da quell’inferno. Può aiutarvi a vincere quel mostro dell’anima. Perché insieme si può. Davvero.

2 COMMENTI

  1. Ancora troppo pochi gli aiuti…e i genitori??? Io mi sento inerme….ho cercato di aiutare mia figlia..l’ho portata ovunque e ora siamo punto e a capo..abbandonata a se stessa. Soffre di bulimia! …..io non so che fare!

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