Ripensare alla gioia provata nel corso della nostra vita è un’impresa sorda, un corridoio membranoso nel quale alcuni anfratti brillano ancora di un’intensità sconosciuta.

Uno dei momenti di massima felicità per me fu quando, per la prima volta fui raggiunto da una confezione di pennarelli colorati. Davvero non saprei descrivere la gioia provata, e non si sa se nel corso della vita sia poi possibile rivivere orgasmi d’animo altrettanto carichi come quelli provati per la prima volta rispetto a un fatto illuminante. Quella cartuccera di pennarelli che doveva essere infima, in fin dei conti, per me rappresentò un’autentica svolta interiore. Si trattava di una impilata di pennarelli a spirito, che consisteva in una serie di capsule colorate innestate una sull’altra, che sfilate una alla volta permettevano di isolare ogni singolo colore, in modo tale che le piccole mani di un infante potessero maneggiare con destrezza il breve bussolotto. Ricordo anche quanto si scaricassero rapidamente in corso d’opera, cosa che non frenava affatto il mio impeto, ma mi disperava di più nella ricerca di quel risultato, rimasta intatta la spinta inziale dovuta alla grande emozionante sorpresa di potersi finalmente dotare di simili strumenti di meraviglia.

Ed è esattamente questo il sentimento in gioco, la meraviglia di vedere coincidere il proprio desiderio ideativo con la materializzazione di uno strumento in grado di render possibile il tragitto per la sua realizzazione. Come se l’avvenimento fosse in grado da solo di infrangere la barriera dell’impossibile, offrendo di colpo la visione d’incanto della nuda possibile conquista.

L’erotica conquista della creatività. Una meta indicibile. Un amore mai sufficientemente arato in avanti e indietro.

I fogli a decina venivano tempestati di forme, nella compulsione del piacere di veder sorgere creature verosimili, rese vive dalla furia abbacinante dei colori che sgorgavano acquosi dalla punta di feltro così facilmente offendibile dalla pressione furiosa alla quale la sottoponevo.

La luce del lampadario della sala dell’unica abitazione dei miei è il solo ricordo visivo che ammanta quello dei pennarelli sparsi sul tavolo, e quello dei fogli vinti dallo scempio di colore, abbandonati come amanti espugnate, distrutte dall’angosciosa spinta erotica del più disperato degli amanti.

Altro abisso di gioia fu per me più avanti di natura musicale.

Sebbene non mi sia stato possibile venire in possesso di ciò che la scatenò, la tempesta di libidine che esso seppe generare nei miei sentimenti non la saprò scordare. Era estate, e intorno ai dodici anni vagavo con i genitori e i fratelli in una delle passeggiate molli che si compivano verso sera, forse in giorno di festa, nella piccola località della riviera adriatica dove si trascorreva un intero mese di villeggiatura. Le vetrine dei negozi erano zeppe di offerte legate alla vacanza stessa, quasi tutte riferite al godimento del mare, tuttavia in una di esse, forse quella di un emporio o presso una di quelle botteghe che erano in grado di vendere ogni sorta di apparecchio elettrico come asciugacapelli nonché dischi, e non di rado unito ad altre stramberie offerte dal mercato musicale, sostava in vetrina un aggeggio che a lungo non seppi nominare, né sapere cosa in verità fosse.

Si trattava di un piccolo dispositivo dotato di placchette di metallo che riproducevano la tastiera di un piano in miniatura, al cui fianco pendeva collegata da un piccolo cavo una sorta di penna di plastica dalla punta metallica. Il miracolo avveniva quando si percorreva con la punta della penna le placchette che componevano la tastiera tutta dello strumento meraviglioso, che rispondeva emettendo in un avviluppo un caleidoscopio di suoni mai uditi. Il musicista furibondo che covava in me ne fu letteralmente sopraffatto.

Avrei giurato di voler trascorrere il resto dei miei giorni incollato a quell’arnese, mentre dopo ben poco tempo successivo alla mia straordinaria scoperta, il resto della famiglia già spingeva per muoversi verso nuove meraviglie. Ma non io. Nienteaffatto. Io ero arrivato, mi lasciassero pure lì, avrei evitato di dormire e di mangiare o fare qualunque altra bella cosa pur di rimanere in eterno a suscitare melodie da quel generatore di gioia.

Ed ecco la gioia, cos’è, ecco lo straniamento, la partenza, l’andata senza più ritorno né voglia di compierlo mai più, un viaggio siderale piuttosto, una dipartita, un rapimento sensuale senza condizioni, vissuto in un annegamento di vista, respiro, battito cardiaco, in un’ubriacatura interminabile.

La musica, potenza di tutte le volizioni, sommate in un volo solo.

Io lì dentro, e il resto fuori, a non capire, a non sapere mai, mai più, mai per sempre, cosa lo splendere della possibilità di invenzione sappia fare di noi.

Mai più in vita mia, fino a poco tempo fa, ho reincontrato quel coso stordente. Negli anni vi ho pensato più volte, e infine reputato potesse essersi trattato di un inviluppatore elettronico, basato sulla sintesi di alcuni oscillatori eccitati al contatto del magnete della penna, un piccolo sintetizzatore, in pratica, un giocattolo senza futuro, niente più di questo.

Finché infine l’ho ritrovato: era uno Stilofono, un piccolo sintetizzatore-giocattolo, nato credo lo stesso anno in cui io lo scopersi, e usato persino da Bowie e poi da altri negli anni settanta.  

Ma se penso a ciò che quella piccola struttura sonante seppe generare in me, non vi è meraviglia al mondo in grado di cancellarmi da dentro la poesia che essa seppe suggerirmi, e che ancora oggi, nelle notti di silenzio più cupo, quando la vita viene ad ammantarti sinistra e a suggerire nenie di desolata solitudine, quella stessa poesia immane giunge da lontano, e fluendo oscilla e vibra nello splendore invisibile del mio animo, per ipotizzare melodie mai udite prima, e mondi, soprattutto, non ancora toccati, ma certamente in attesa di essere vergati da me solo.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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