Tutto in dialetto il secondo album di Lorenzo Monguzzi (ex Mercanti di Liquore)

0
Lorenzo Monguzzi

Secondo album da solista per Lorenzo Monguzzi, dopo Portaverta del 2013. Tanto tempo è passato e proprio in piena pandemia l’artista ha trovato tempo e ispirazione per concentrarsi su un progetto che andava accarezzando da tempo: un album tutto in dialetto. È così che a fine 2020  fa uscire Zyngher per i tipi della IRD. La storia di Lorenzo Monguzzi, classe 1967, inizia il suo percorso artistico nella seconda metà degli anni Novanta con un gruppo inizialmente chiamato Zoo e successivamente Mercanti di liquore. È con questa sigla che si inseriscono nei circuiti alternativi ruotando attorno alla loro città d’origine Monza e frequentando circoli e ogni festa popolare che si conosca. Tanti concerti ma anche una fiorente attività discografica che raggiunge il suo culmine con la pubblicazione dell’album La musica dei poveri del 2002. Nei primi album e soprattutto nelle prime esibizioni non mancano di rendere omaggio alle canzoni di Fabrizio De André. Mai però identificabili come una semplice cover band, i Mercanti di liquore ottengono riconoscimenti tra addetti ai lavori e critica discografica, al punto che vengono inseriti con un’intera scheda dettagliata nel Dizionario Pop Rock della Zanichelli. Prima i Mercanti al completo, poi il solo Lorenzo Monguzzi, diventano parte integrante degli spettacoli teatrali di Marco Paolini. Monguzzi ha potuto portare a termine qualche spettacolo con Paolini anche la scorsa estate, ma poi tutto si è fermato, e con l’uscita del nuovo album è prontissimo per ripartire in versione live appena sarà possibile. 

Allora Lorenzo, era il caso di uscire con un album in questo periodo?
Perché no? È vero che non si possono fare concerti, ma non restiamo con le mani in mano. Prossimamente dovrei fare un concerto su una piattaforma importante. Non il solito concerto da casa, ma qualcosa di ben preparato in un posto adatto per disporre delle riprese audio e video molto professionali. Poi come tutti aspetto che la situazione migliori e ci permetta di incontrare il pubblico e fare il nostro mestiere. 

Un disco pensato e realizzato durante la pandemia?
No, è un lavoro che andavo perfezionandolo da tempo. Un po’ ancora e sarebbero stati dieci anni dal precedente album pubblicato. L’idea risale a qualche anno fa, quando un’amica mi chiese di riportare in dialetto alcune canzoni straniere. Mi ero così messo a sondare la possibilità di allargare il campo e provare a scrivere in dialetto anche canzoni originali. 

Sono poi entrate nel disco le canzoni che hai tradotto?
Non tutte purtroppo. Abbiamo chiesto i permessi e in vari casi non ci hanno nemmeno risposto. Non potevamo certo rischiare di procedere senza le dovute autorizzazioni. Sono così rimaste fuori Nebraska di Springsteen, First We Take Manhattan di Leonard Cohen messo Talking About A Revolution di Tracy Chapman, Ramona di Bob Dylan, ma quella che più mi è spiaciuto non includere nel disco è Hurt di Nine Inch Nails che nella versione di Johnny Cash mi è piaciuta di più e anche la versione che avevo preparato aveva quest’ultima come riferimento. Fortunatamente sono riuscito a inserire altrettanti traduzioni in dialetto di buone canzoni come Henry Lee di Nick Cave, The Guns Of Brixton dei Clash, Zyngher di Suzanne Vega e Folsom Prison Blues di Johnny Cash.

Come si accomoda il dialetto della Brianza con la canzone?
Hai fatto bene a precisare della Brianza, perché è simile a quello milanese che però viene definito arioso mentre quello della Brianza è ruspante. Che poi ogni dialetto contiene termini diversi luogo per luogo. Io l’ho imparato dai genitori e ho continuato a nutrire un certo interesse per i vari dialetti d’Italia. Per quanto riguarda l’utilizzo del dialetto nella canzone direi che funziona benissimo, anche se a volte non è facile trovare le parole giuste. Il dialetto ti sposta il mondo ed è stato bello scoprire che anche quello del nord si presta anche alla poesia. Il dialetto milanese di solito vale per lo sberleffo più che per la poesia e invece non è vero, puoi trovarci anche la poesia e spero si possa sentire in alcune canzoni del disco.

Qualche dubbio nel preparare il disco?
È stata un’esperienza molto positiva, anche per i vari musicisti che sono stati coinvolti e che hanno dato un senso di gruppo a tutto il lavoro che è stato preparato in solitario, ma è cresciuto in maniera collettiva. Quello che a volte mi blocca e mi mette ansia è il non voler mai chiudere definitivamente una canzone, poi però si sono inseriti vari musicisti e la canzone è arrivata a giusta conclusione. È successo con Nadir Giori dei Sulutumana che è intervenuto con il contrabbasso in La tusa de Lisun e Un alter café, oppure Raphael Mailet al violino in varie canzoni, mentre in Zyngher intervengono tra gli altri Jay Beretta alla voce e Piero Mucilli, già con me nei Mercanti, alla fisarmonica. Altra voce per una canzone cantata in coppia, Henry Lee, è quella di Leslie Abbadini che avevo visto la prima volta come corista per Van Der Sfroos. Molto importante in tutto l’album l’apporto di Adriano Sangineto all’arpa, pianoforte e cori. 

Ultima canzone dell’album La preghiera del làder, perfino toccante, come t’è venuta?
È vedersi per quello che siamo, vedere chi la sconfitta l’ha vissuta, ma resiste e combatte. Un tema che mi tocca da vicino. In un’epoca dove tutti fanno gli innocenti, dove tutti hanno un alibi, ebbene io provo simpatia per qualcuno che le colpe le sta pagando.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

 

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014) e Cose dell'altro suono (Arcana, 2020).

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome