Attraversiamo il mondo per ascoltare jazz. Passiamo dall’Australia agli States, dal centro Europa all’Italia senza soluzione di continuità. Con risultati di ottimo livello che dimostrano la versatilità di un linguaggio da anni universale e sempre più ricco di articolazioni, suggestioni, incanti, influenze, percorsi, malie.

Menagerie

MENAGERIE
Many Worlds (Freestyle)
Voto: 8

Chiamano “spiritual jazz” il loro genere i nove australiani di Melbourne, guidati dal chitarrista e produttore Lance Ferguson, che ha anche scritto tutti e sei i brani che compongono il loro terzo album Many Worlds. Il motivo della denominazione è evidente fin dai primi ascolti, dato che il loro riferimento espressivo è il jazz dell’ultima stagione coltraniana, quella che portò il sommo sassofonista ad avvicinarsi al misticismo, spinto anche dalla moglie Alice. La scelta – un po’ fuori linea rispetto al clima più acid del precedente The Arrow Of Time, non per nulla molto ammirato dal Giles Peterson – permette loro di “aggiornare” quel sound etereo e quasi immateriale verso più corpose attualità come mostra perfettamente la title-track, in cui confluiscono groove intensi e momenti volatili, ambient e black, per un mix dettato dalle percussioni di Daniel Farrugia e dagli assoli del trombettista Ross Irwin e del pianista Mark Fitzgibbon. L’inno alla libertà Free Thing, con la reiterata poesia parlata dai Last Poets ricorda certo Archie Shepp; l’apertura Hope è una perfetta carta d’identità, con tanto di epiche armonie vocali e riff emozionali quasi da fanfara; Mountain Song scivola verso il soul jazz; Hymn Of The Turning Stone mette in evidenza il sassofonista Phil Noy e il bassista Ben Hanlon; chiude Quantum Blues, un blues modale con il leader a farla da padrone. Eccellente.

Dino Rubino

DINO RUBINO
Time Of Silence (Tük Music)
Voto: 7/8

Il settimo lavoro da solista del 41enne pianista (e anche trombettista, qui al flicorno nella milonga conclusiva Settembre) siciliano ripercorre gli itinerari del precedente Where Is The Happiness?, peraltro apprezzati da critica e pubblico. Partendo dal tema del silenzio (e ricordando il claim di una nota etichetta jazz, che autodefinisce la propria come “la musica più bella dopo il silenzio”), elabora una scaletta di 10 brani, tutti incentrati sulla melodia distillata e sulla soavità espressiva. Il quartetto, completato dal sinuoso sax tenore di Emanuele Cisi e dai ritmi in levare di Paolino Dalla Porta ed Enzo Zirilli (suoi partner questi ultimi anche nell’On Air Trio), plana con un “pensiero unico” e sereno, con un melodismo raffinato e insinuante, con un ricercato aplomb e un buon gusto lirico. Ballad “sentimentali” come Loving You oppure in crescendo come Just Blue, momenti bluesy come l’iniziale Maybe Today e latini come Claire sono il marchio di fabbrica di Time Of Silence, completato dai dialoghi piano/sax di eccellente fattura e dalle trame liriche. L’unico problema del disco è riassumibile con la celebre battuta di Giorgio Galazzi: “Sicuro, brillante, sereno, galante e raffinato: bastano queste qualità per rimorchiare chi ti pare. Se però nei dintorni c’è un bastardo, sappi che prima tocca a lui.”

Marcello Rosa

MARCELLO ROSA
The World On A Slide (Alfa Music/Egea)
Voto: 9

Ha 85 anni Marcello Rosa, e infatti fa un po’ di fatica a essere presente nelle esecuzioni di tutti e 16 questi brani, per la gran parte del suo lungo patrimonio compositivo. Ciò non toglie che questo album sia uno dei capolavori del suo personale itinerario nel jazz italiano e mondiale. Che ne testimonia altresì l’abilità nel calarsi nel panorama attuale con l’intelligenza di aggiornare, talvolta persino rivedere, i suoi abituali percorsi espressivi. Innanzitutto la formazione pressoché totalmente inedita, dato che comprende ben 19 trombonisti, in parte professori d’orchestra e in parte jazzisti, oltre a una sezione ritmica eccellente e solida. Si parte dal blues alchemico Toledo per arrivare allo shuffle alla maniera di New Orleans W Gordon (ispirato dal dirompente trombonista Wyclilffe Gordon), al divertente e bandistico Tribute To Kid, dedicato al grande jazzista delle origini Edward “Kid” Ory, al simpatico medley che allinea tre elaborazioni de Il contadino allegro del compositore romantico Robert Schumann, alle riuscite e acute rielaborazioni di standard come Le foglie morte di Joseph Kosma, Easy To Love di Cole Porter e What Are You Doing The Rest Of Your Life di Michel Legrand (tratta dal film The Happy Ending di Richard Brooks, poco visto in Italia). Concludono il cd due bonus track d’annata: la breve Missy Magnolia Lee del 1974, con Enrico Pieranunzi al piano e il brillante provino de Il ladro di noccioline (ripresa qui anche con un ampio organico e il medesimo arrangiamento) del 1980.

Matthieu Bordenave

MATTHIEU BORDENAVE
La traversée (ECM/Ducale)
Voto: 8

“Le linee melodiche si intrecciano e sbocciano nelle sfumature dei toni, mentre ogni musicista segue la sua intuizione”, così il sassofonista francese presenta la linea espositiva del suo album di debutto (ma già nel 2018 lo si era ascoltato nel trio batterista giapponese Shinya Fukumori nel cd Per 2 Akis) per l’etichetta ECM, del cui suono caratteristico Bordenave si fa subito seguace e paladino. Amante delle formazioni ridotte, il nostro arriva al secondo cd a suo nome (il precedente era Terre de Sienne del 2017 con il suo gruppo Grand Angle, in più ha inciso con l’ensemble Le Café Bleu International e Inverted Forest con il quintetto del chitarrista Geoff Goodman e suo) forte di un’esperienza variegata e dell’apporto di ottimi partner: il lirico pianista tedesco Florian Weber e il raffinato contrabbassista svizzero Patrice Moret. Un sound calmo e delicato, che ama trovare riferimenti sia nella musica contemporanea sia nel jazz modale, che sviluppa “un contrappunto libero in un idioma post-Giuffre”, che ama guardarsi allo specchio e innestare vaporose sensazioni emotive. Il fraseggio del sax, che preferisce involarsi verso il registro superiore, e le risposte propulsive di piano e contrabbasso, nonché la situazione drumless, alimentano un clima sempre di lirismo disteso, quasi incontaminato, che miscela una sconfinata consapevolezza della finitudine con un’altrettanto sconfinata voglia di felicità.

Roberto Magris ed Eric Hochberg

ROBERTO MAGRIS & ERIC HOCHBERG
Shuffling Ivories (Jmood)
Voto: 8/9

Ci sono artisti italiani che all’estero hanno un credito autenticamente rapportato alle loro qualità mentre da noi la considerazione di cui godono è molto al di sotto del loro valore. Esempio quasi “classico” è il pianista triestino Roberto Magris, che ha inciso oltre 30 album da leader e che è dovuto finire a Kansas City per vedere finalmente messo nella luce che merita il suo talento. Talento indiscusso, tanto che sono numerosissimi i musicisti jazz statunitensi, e non solo, che si sono avvicendati al suo fianco. Citiamo i recenti incontri, last but not least, con il sassofonista e flautista Ira Sullivan (uno che era stato al fianco di Charlie Parker e Dexter Gordon, per dirne due, e ci ha lasciato lo scorso settembre) nel precedente cd Sun Stone con un sestetto all american e quello con il contrabbassista Eric Hochberg, co-titolare di quest’ultimo lavoro. Da quarant’anni sulla scena jazz di Chicago ha suonato con una miriade di top player (Sam Rivers, Cannonball Adderley, Pat Metheny, Tom Harrell sono sufficienti a dare un’idea del suo prestigio?) e sa farsi apprezzare per il tocco preciso, senza fronzoli inutili e dalla cavata profonda e diretta. Il duo funziona alla meraviglia in questo percorso mainstream che abbraccia oltre 100 anni di storia del jazz, da Eubie Blake, del quale rivedono due brani, ad Andrew Hill, con la doppia riproposta della classica Laverne. La bellezza di questo lavoro sta soprattutto nella suggestione con cui le visioni del jazz degli esordi blakiano alimentano la ricchezza di un percorso che non pecca mai di autoreferenzialità e che, soprattutto, ha il pregio di arricchirsi ogni volta della vitalità del presente e di idee che profumano di immediatezza e ricerca, che arriva ai tre riusciti inediti di Magris (tra cui un’emozionante Italy) e che si legge come un libro di cui la fine è nelle pagine che saranno scritte domani.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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