Paolantonio: un album di esordio nel segno (anche) di Battiato, ma il centro di gravità permanente non esiste

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Una carriera costruita sui live nel corso di quasi 15 anni, con concerti nei piccoli club e open act di artisti come Simone Cristicchi, Fabrizio Moro e Ornella Vanoni. E’ Paolantonio, che nel 2019 è stato tra i vincitori di Musicultura con il brano Questa assurda storia e nel 2021 ha deciso di pubblicare il suo album di esordio.

Una scelta coraggiosa per il 37enne siciliano, cresciuto a pane e cantautori (non sono conterranei) che si sente particolarmente vicino alle influenze della scuola catanese e ha addirittura deciso di dedicare un brano al Maesto Franco Battiato che oggi compie 76 anni.

L’album di Esordio di Paolantonio, Io non sono il mio tipo, è composto di 9 tracce che attraversano temi sociali e argomenti leggeri ed è stato definito dallo stesso cantautore: “uno storytelling di eroi inconsapevoli e mondi decadenti ma autentici, interessanti, profondamente umani”.

E’ stato pubblicato il 12 febbraio per l’etichetta Candischi e prodotto da Giuliano Dottori. Il missaggio è invece stato affidato a Taketo Gohara. Abbiamo intervistato Paolantonio per farci raccontare questo disco.

Il titolo del tuo album è Io non sono il mio tipo, che è un titolo molto particolare, quasi una dichiarazione di guerra a se stessi. Come mai questa scelta?

In realtà tutto questo viene da una constatazione: io vivo una sorta di senso di inadeguatezza rispetto alla persona che ho sempre desiderato essere che non è quella che sono diventato. Parlandone, mi sono accorto che è una cosa che non riguarda solo me ma tanta gente, direi anzi che è abbastanza comune. Personalmente questo pensiero me lo porto dietro sin da quando ero bambino, un’età in cui è molto comune voler essere qualcun altro. Quando io ero piccolo tutti volevamo essere il bimbo testimonial della barretta kinder o vivere nella casa e nella famiglia del mulino bianco. In realtà è una costante di tutti avere dei riferimenti altri da noi a cui aspirare, che non derivano necessariamente dalla pubblicità ma dal modo in cui cresciamo, dal contesto in cui viviamo e forse anche da una naturale incapacità di accettarci e dalla voglia di progredire, cambiare ed evolverci che ci accompagna sempre. Ho sempre percepito questa sensazione personale di inadeguatezza come una leva per il mio cambiamento e a un certo punto era giusto metterla nero su bianco, quasi come un giro di boa. Ho preso coscienza – soprattutto nel brano che da il titolo al disco in cui faccio un elenco di difetti che sono miei: arrivare in ritardo, autosabotarmi – del fatto che io non mi piaccio e molto spesso il mio peggior nemico sono io, sono io a non aver fiducia in me. Ho deciso di abbracciare questo concetto e partire da questo per iniziare una ricostruzione di aspetti migliori ed esaltanti della vita. Sono partito dal sintomo di un disagio profondo, quello di non essere a posto con me stesso ma nel disagio ho provato ad accettarmi e piacermi anche nell’essere fuori posto.

Quindi, in fondo, questo concetto di non essere il tuo tipo ha un’accezione quasi positiva: il senso ultimo è imparare a piacersi…

Si, esatto. Accolgo la persona che sono e mi preparo anche ad essere qualcosa di diverso e accettare i cambiamenti che, per forza di cose, arriveranno nella mia vita. Ma questo riuscire a essere a proprio agio anche in una condizione di disagio con se stessi è una consapevolezza che ho raggiunto. Non ci piaceremo mai, vorremo sempre tutti essere qualcosa di diverso e invece dobbiamo imparare a capire che siamo questi, diciamocelo che non ci piacciamo ma partiamo da qui. Dal guardarsi allo specchio.

Questo album quindi è un lavoro di rilessione, è nato durante il lockdown, periodo in cui tutti abbiamo riflettuto parecchio?

No, è un album nato prima del lockdown, sarebbe uscito a febbraio dello scorso anno se la pandemia non ci fosse stata. Ma l’uscita posticipata mi ha permesso di inserire la traccia numero 7, Caramelle, che è un brano nato a giugno scorso, nella fase2, diciamo. E quello, si, è un brano figlio dei mesi trascorsi in casa ad attraversare se stessi, i ricordi, la malinconia che stava dentro di me e che si è sublimata in questo pezzo. Non è un brano solo romantico e d’amore, come la lettura più semplice porterebbe a pensare, ma è un pezzo rivolto all’amarsi, a riconoscere in se stessi una persona degna d’amore. Un pensiero che è frutto di un viaggio interiore che ho fatto e di un percorso di psicoterapia che mi è stato molto d’aiuto anche nella composizione di questo disco.

Nel tuo lavoro c’è una sorta di filo rosso che ti lega ad altri cantautori che fanno parte della scuola catanese, come Mario Venuti o Carmen Consoli. Quanto loro, ma in generale quanto la Sicilia ha influenzato il tuo modo di fare musica?

Tantissimo. Sicuramente nell’aspetto melodico e  interpretativo questi artisti mi hanno influenzato moltissimo, sono stati gli ascolti cantautorali dei miei esordi, quindi il mio modo di scrivere agli inizi era molto ispirato a loro. Poi, certo, il panorama di cantautori a cui mi rifaccio e che seguo anche da ascoltatore è ovviamente più esteso, ma il venire dalla stessa realtà – al di là del repertorio tipico della scuola catanese – non è solo sinonimo di influenza nella musica ma è un insieme di esperienze. Crescere in una provincia del sud in generale, e in quella di Catania in particolare, per me è stata un’esperienza di vita che porta il suo riflesso anche nella scrittura di adesso. Nella vita ho fatto tante cose, però la mia crescita artistica e personale si è compiuta all’ombra dell’Etna. E questa componente, anche in maniera paesaggistica, ha influito.

Perché anche in maniera paesaggistica?

Dove abito io, si vede questa pianura e poi all’improvviso svetta una montagna. È come una cattedrale nel deserto, qualcosa che attira il tuo sguardo in mezzo al nulla e tu ti orienti trovandola sempre nel tuo campo visivo. È un riferimento, in un angolo di cielo io sono abituato a vedere sempre una punta di vulcano. Ci sono cresciuto e l’ho sempre considerato una cosa scontata. Poi, come ti dicevo, vivo in provincia che è molto diverso dall’essere originario di Catania città. Intorno all’Etna esistono dei deserti di pietra vulcanica, noi la chiamiamo la “sciara”, su cui non cresce nulla ed è difficilissimo costruire. Su questi paesaggi lunari alcuni si sono emancipati e sono riusciti a superare retaggi e i ghetti culturali in cui erano vissuti, ma non tutti. La provincia è limitante sotto molti punti di vista e questo disco parla anche di questo, soprattutto lo fa la prima traccia dell’album, che si chiama I pupazzi del calcetto.

Vuoi raccontarcela?

È un brano che nasce proprio da riflessioni di provincia. Circa due anni fa – era agosto, penso – mi trovavo fuori dalla pizzeria di un mio amico, nella periferia di Catania, e c’era questa sala giochi, molto anni ’90, e davanti questi ragazzi che giocavano a calcetto senza maglia, selvaggi, come dei cavalli imbizzarriti. Erano circondati da motorini che facevano avanti e indietro da quel posto e ho capito che c’era qualcosa di strano. Solo dopo ho chiesto al mio amico che mi ha confermato che quella era una piazza di spaccio. Mi sono reso conto di come certe vite, nate e sviluppate in determinati contesti, finiscono sempre, purtroppo, allo stesso modo. Perché è una cosa a cui sono abituato da tutta la vita. Per la mia generazione spesso nascere in questi luoghi ha significato avere il destino segnato, che è quello che descrivo in questo brano: droga, criminalità, incidenti. È una generazione che non si è evoluta rispetto al punto di partenza. E provenendo da quella realtà anche il mio destino poteva essere segnato.

Un altro brano del disco si intitola Franco Battiato. Come mai questo titolo ed è voluta la scelta di chiudere il disco con questo brano?

Si, è voluta. Ho chiuso con questa canzone perché il disco fa domande e da poche risposte e questo brano in particolare è proprio un portatore di domande, perché spiega che nelle domande c’è la più grande verità. Tutti noi siamo abituati a categorizzare ogni cosa, a cercare di dare sempre spiegazioni fisiche e razionali o trovare delle regole che possano farci prevedere cosa ci sarà dopo. Questo ci da grande stabilità, ci porta alla ricerca di un centro di gravità in cui noi vorremmo fermarci per avere un riferimento da cui partire. Il titolo fa riferimento a Battiato, che per me è un mito, perché il mio pezzo fa riferimento alla ricerca del centro di gravità permanente ideale, non al fatto di averlo trovato, perché – in realtà – questo centro non esiste. Noi ci limitiamo a oscillare attorno a questo concetto.

Questo pezzo inserisce il nome di Battiato in mezzo ad altri personaggi “mitici” (Kerouac, Newton) e modi dire proverbiali. Com’è nato questo brano?

Ho scritto questo pezzo in un momento in cui sentivo la necessità e il bisogno di fermarmi, anche di riuscire a leggere un libro – come Sulla strada di Kerouac – ma mi perdevo tra le pagine e ricominciavo sempre daccapo, perché avevo nella testa la tempesta e non ero posato e presente a me stesso nel qui e ora. Mi muovevo nell’ambito delle riflessioni che non finiscono mai, perché spesso mi perdo nelle domande e nel mio stato di flusso, anche mentre mi lavo i denti al mattino (ride – ndr). Non so quanto sia sana questa cosa, questa continua riflessione, ma, di certo, tutte le regole a cui noi siamo abituati sono quelle che ci governano e grazie a quelle noi pensiamo di poter prevedere le cose. Perché certe cose sono andate sempre in un certo modo, ma non è detto che sarà sempre così. La prima frase del brano è “9,8 metri al secondo al quadrato”, che è la formula della forza di gravità sulla terra su cui noi abbiamo basato tutto. Ma non è tutto, c’è dell’altro e dobbiamo anche abituarci a essere pronti a muoverci in un ambito sconosciuto.

Questo album è anche, nel suo insieme, un lavoro pregno di temi sociali. Pensi che rivolgere l’attenzione a tematiche così importanti possa far correre a un artista il rischio di “ghettizzarsi” nella nicchia e non raggiungere il grande pubblico?

Penso che sia un rischio concreto, di cui sono consapevole e che corro volentieri. È qualcosa che quasi mi auspico. Io ho fatto un album per la prima volta ora, a 37 anni, e sono troppo vecchio per “spaccare”. Fondamentalmente non mi importa molto. Se avessi voluto spaccare avrei fatto qualcosa prima e di diverso. Ho deciso di scrivere queste canzoni perché mi hanno attraversato e si sono mosse indipendentemente da me. Io mi sono prestato come un braccio a questi brani che reputo necessari e vanno oltre i ragionamenti di pubblico e mercato. Il mio è un album libero da qualsiasi ragionamento proprio perchè è necessario: qualcuno doveva scrivere queste canzoni ed è toccato a me. Sono delle canzoni che riguardano aspetti della mia vita personale, ovvio, ma che hanno implicazioni di carattere collettivo, o spesso riguardano le vite di altri e di mio c’è solo il punto di vista. Ma senza mai giudicare nessuno o dare lezione a qualcuno, racconto vite di persone che ho trovato interessanti, un po’ come un fotografo che non è dentro la sua foto ma di cui si può percepire il punto di vista. Così è il caso di Alì e Marisol che sono due personaggi che ho incontrato davvero ma che non conosco.

E per cui hai scritto un brano che si intitola proprio Alì e Marisol

Esatto. Dall’incontro con loro è nato una sorta di film. Io sono sceso dall’autobus, di notte, un po’ sbronzo e ho incontrato questi due piccioncini innamoratissimi. Mi sono accorto subito di chi erano: due giovani, lui magrebino e lei una ragazza trans latino-americana. E vivevano il loro amore in maniera pubblica anche se in altre occasioni quel sentimento poteva essere considerato poco opportuno dall’occhio sociale. Ma loro – anche se si tratta un amore notturno – lo hanno vissuto in maniera pubblica e tenera. Mi è sembrato così romantico e straordinario da meritare di essere raccontato. Non tanto perché volessi stupire qualcuno, anzi,  ma perchè mentre tornavo a casa le immagini che avevo visto e percepito si componevano da sole nei versi della canzone, l’ho scritta proprio nella notte in cui li ho incontrati. Ecco perché dico che si tratta di brani con vita propria in cui io sono stato un braccio.

Che augurio fai a te stesso per il futuro?

Io mi auguro di poter andare a suonare presto, può sembrare banale perché è la speranza che tutti gli artisti hanno. Ma proprio perché per me questo album rappresenta un esordio discografico – ma al culmine di un’enorme collezione di live durata 15 anni – sento la necessità di suonare. Io dal vivo ho sempre portato i miei pezzi, prima ancora di pubblicarli, e proprio adesso che l’album è uscito, poterli suonare è la cosa più naturale che posso fare. Questo disco si inserisce. come ho detto, in un’operazione di nicchia, i miei ascoltatori mi hanno conosciuto per caso o per passaparola proprio durante i live: i cosiddetti follower li ho conquistati cantando sui palchi, uno per uno. Per me il live è un strumento espressivo, performativo ma anche promozionale di cui ho bisogno, per dare a queste canzoni la chance di esistere anche nell’ascolto degli altri.

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