«L’artista è sempre in fuga»: dieci anni fa Vasco Rossi pubblicava “Vivere o niente”

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Vasco Rossi

Esattamente dieci anni fa, era il 29 marzo 2011, Vasco Rossi pubblicava Vivere o niente, a tutt’oggi il suo penultimo album di inediti. Il disco lo aveva presentato alla stampa cinque giorni prima e con sé, in quell’occasione, aveva voluto Tullio Ferro, prezioso collaboratore e co-autore di cinque canzoni del disco.
«Tullio è un genio – disse allora il Blasco – Dal 1982 rappresenta una parte importante della musica di Vasco Rossi. Arriva con delle musiche che mi commuovono talmente tanto che poi cerco di scrivere un testo come minimo alla stessa altezza».
Poco avvezzo ai microfoni, Tullio Ferro ricordò invece come all’inizio della sua carriera, dopo aver scritto Albachiara, Vasco veniva visto come una sorta di “Baglioni rock”. La collaborazione iniziò con Splendida giornata e La noia e poi non si è più fermata. «Portare una canzone a Vasco è come dare da mangiare al gatto – disse Ferro – quando arrivo con la musica è come il gatto quando sente il rumore dei croccantini…».

Il disco era stato anticipato, il precedente 7 febbraio, dal singolo Eh… già. Una canzone che si ricorda soprattutto per il ritorno del sax, assente da tempo immemore nella musica di Vasco, e per il basico video che, peraltro, ad oggi conta più di 40 milioni di visualizzazioni. Al diavolo non si vende, si regala… recita una frase del testo. «Ho pensato che noi non abbiamo mai venduto niente, abbiamo regalato – spiegò Vasco – Il diavolo è una parte di noi, è il nostro lato oscuro».

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La copertina del disco mostra Vasco, in camicia e cravatta, al volante. Nelle immagini all’interno dà poi fuoco alla vettura. «Ho la camicia e la cravatta perché ero vestito così la sera prima – disse allora Rossi – L’artista è sempre in fuga. È in fuga dai posti di blocco del conservatorismo, dall’omologazione, dai poteri che lo vogliono fare star zitto. Io sono in fuga da questo nemico che mi sta inseguendo e ad un certo punto brucio la macchina e brucio le tracce. Brucio le prove per poter fuggire e non essere scoperto. Per andare dove? Per tornare in clandestinità. Situazione nella quale l’artista, se vuole essere libero, bisogna che viva. Bisogna che sia così se l’artista vuole essere sincero, onesto e indipendente. L’artista è quello che racconta la realtà senza strumentalizzarla».

Manifesto futurista della nuova umanità fu il secondo singolo dell’album. Una canzone che, musicalmente, richiama alla mente The Passenger di Iggy Pop. Così Vasco ne spiegò il significato: «È il pezzo con il testo più ironico e feroce, il più spericolato. La scienza ha sostituito le religioni in un certo senso, perché ha stabilito che non esistono più le verità eterne. Le verità sono sempre in evoluzione. La vita non è stata creata da un creatore, ma è nata dalla natura, da sola. La vita è un caso, non è un dono. Questo non vuol dire che valga meno. L’uomo ha preso coscienza di non avere più la grande illusione del Dio creatore e deve cominciare a prendersi le proprie responsabilità. Siamo materia inerte che è diventata cosciente di esistere, è già una cosa notevole. Abbiamo la capacità di intervenire sul mondo esterno in modo determinante».

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La title track Vivere o niente è il pezzo forte dell’album, con quel «io sto male» che rappresenta un autentico pugno nello stomaco per chi ascolta. La canzone, nel 2019, è finalmente anche tornata in scaletta nei concerti dopo otto anni di assenza. «Vivere… oppure niente – spiegò Vasco – Puoi subire la vita, ma se la vivi, non pensare che sia garantita, sicura. Ci vuole un po’ di coraggio». Il collegamento con Vivere non è facile, brano che apre il disco e che Vasco anticipò su Facebook qualche giorno prima dell’uscita del disco, è immediato. «In fondo faccio sempre debiti con me, in fondo faccio sempre le stesse cappelle, gli stessi errori – disse Rossi – Il nemico più grosso che c’è è dentro di me. Vivere non è facile, perdoniamoci anche un po’».

Maggior fortuna avrebbe meritato Prendi la strada, canzone mai proposta dal vivo. «Non trascurare mai niente – disse allora Vasco a proposito di questa canzone – Se no, poi non ti lamentare se le cose vanno a rotoli».

Qualche altra curiosità. L’aquilone, altra canzone che meriterebbe prima o poi di tornare in scaletta, presenta una citazione di Vado al massimo. Stammi vicino (terzo singolo del disco, curiosamente non suonata durante il tour del 2011) è la prima (e per ora ultima) canzone firmata da Stef Burns e cantata da Vasco. Maledetta ragione e Mary Luise, infine, i due brani che chiudono l’album, almeno come idea risalgono alla fine degli anni ’80. Il primo doveva essere in Liberi liberi, il secondo far parte della scaletta del tour del 1989 come inedito.

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L’album ebbe un successo clamoroso ed è certificato come disco di diamante. Positive furono le critiche della stampa.
«Sentimento prevalente del disco è una dolente consapevolezza, e in fondo in fondo la voglia di svelarsi – scriveva Gino Castaldo su Repubblica il 25 marzo 2011 (cliccate qui) – Dal suo isolamento dorato, dalla torre della leggenda in cui bene o male è rintanato, Vasco riesce comunque a raccontare i tempi, a darne una versione finalmente personale, ma anche accorata, come se il dovere di ognuno, in questo periodo storico, fosse soprattutto la sincerità».
Così invece Massimo Poggini su Pensieri e Parole il 24 marzo 2011 (cliccate qui): «Senza girarci troppo intorno dico subito che è un buon disco: Vasco ritrova l’ispirazione e torna a cantare quel “mal di vivere” che è la sua cifra stilistica più importante. Ci sono 12 canzoni che spaziano dalla ballad al rockettone più tirato. Nei testi c’è un concentrato della poetica vaschiana: rabbia a volte stemperata (o acuita, dipende dalla lettura che se ne dà) dall’ironia».

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