Nel 1990 Alessandro Guardia e Fabrizio Salvatore, i soci fondatori di AlfaMusic, Al + Fa dalle iniziali dei loro nomi, decidono di mettere in piedi la prestigiosa etichetta romana, destinata a diventare la più prolifica propositrice di talenti jazz (e non solo) di casa nostra. «La prima caratteristica che ricerchiamo – ci dice Fabrizio a nome di entrambi – è la qualità artistica delle produzioni in divenire, che poi diventeranno pubblicazioni del catalogo AlfaMusic. Ma ci tengo a sottolineare che non ricordiamo di aver ricevuto proposte artistiche scadenti negli ultimi 10/15 anni, soprattutto in ambito jazz, dove, anche quando si tratta di giovani artisti, il livello è sempre piuttosto alto e professionale.
La seconda caratteristica, a pari merito con la prima, è rappresentata dal rapporto personale che viene instaurato con gli artisti. È importante comprendere a fondo quali sono le aspettative del musicista e il suo livello di progettualità e di disponibilità al lavoro da affrontare per la produzione.
Riteniamo inoltre che per un’etichetta ci debba essere una selezione del catalogo che rispecchi un pensiero editoriale preciso e identificabile. Nel nostro caso è il jazz italiano tendenzialmente contemporaneo, e anche la musica più prettamente “popolare”. Il motto con il quale ci piace identificarci è “tradizione e innovazione”.»
Ecco quattro tra gli ultimi esempi delle sempre interessanti proposte targate AlfaMusic, che mettono in vetrina, se non i big, il vero corpo pulsante del jazz italiano.

Alessandro Florio

ALESSANDRO FLORIO TRIO
Back To The Blues Coast (Alfa Projects/Egea)
Voto: 8

Il chitarrista campano, diplomato al prestigioso conservatorio di Groningen in Olanda e poi allievo per il master jazz di Freddie Bryant e Mark Whitfield, propone questo terzo album a suo nome in trio, formazione che aveva già masticato per quattro anni con l’Urban Jazz Trio, dopo il rientro in Italia nel Guitar Ensemble di Franco Cerri. Cinque brani originali di Florio, due classiche composizioni di Thelonious Monk (un riferimento per il nostro, che già gli aveva dedicato il cd di debutto Taneda), lo standard Will You Still Be Mine e la conclusiva Born To Be Blue definiscono un talento chiaro, pulito, onesto, vigoroso, che propone un suono di gran classe.
Il chitarrista, che in cinque pezzi si confronta alla pari anche con l’icona del jazz iberico, il sassofonista Ernesto Aurignac, e che viene dall’eccellente performance del precedente Roots Interchange (registrato nella Grande Mela con la ritmica del super-collega Pat Martino), sa parlare una lingua arguta, piena di riferimenti, più mediterranei all’inizio più mainstream nel seguito, e insieme personale, che emerge in particolare nella lirica ripresa della monkiana Pannonica e che si fa dibattito lirico con l’alto dello spagnolo in Letter To My Father, il gioiellino del disco. Da segnalare la partecipazione della cantante Laura Taglialatela (napoletana da anni a New York) nella nostalgica Streets Of Naples e il lavoro prezioso dei due ritmi Giampaolo Laurentaci e Marco Valeri.

Enrico Ghelardi Shanti Project

ENRICO GHELARDI SHANTI PROJECT
Peace For Earth (Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9

È il nuovo Tony Scott del jazz italiano il sassofonista, flautista e clarinettista pisano, ma romano di adozione. Insegnante di yoga e appassionato di spiritualità orientale, giunge al suo ottavo esito da leader e il secondo in quartetto con il “progetto serena imperturbabilità”, dopo un inizio legato alla temperie bebop e un’evoluzione che ha tenuto conto proprio degli album per la meditazione zen, yoga e astrale del clarinettista del New Jersey, morto a Roma nel 2007.
Il risultato è di alto livello, più lo si ascolta più si colgono sfumature e richiami di un jazz “senza confini”, sia nei momenti più intimi e densi di pathos, sia in quelli più multicolori e propulsivi, più ritmati e accelerati. L’interazione con i partner Pierpaolo Principato al pianoforte, Stefano Cantarano al basso e Massimiliano De Lucia alla batteria, funziona alla meraviglia e produce un jazz moderno, post-hard bop, in cui si sentono i sapori d’Oriente e di folk, l’intensità di ballad interiori e la vitalità delle impressioni illustrate, fino all’amore per l’India della “festa delle luci” Diwali, duttile e illuminante chiusa. “A me piace pensare alla mia musica – scrive Ghelardi – come a un fiore che apre i suoi petali verso l’alto, nutrendosi della luce che dall’alto scende, e inviando verso il cielo la propria vibrazione, come fosse una preghiera.” E spesso l’ascoltatore vive questa sensazione.

Giancarlo Romani

GIANCARLO ROMANI
Naïf (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8

È il trombettista della band di Francesco De Gregori, con il quale ha inciso diversi album, ma Giancarlo Romani, diploma al conservatorio e master con Flavio Boltro, Paolo Fresu, Markus Stockhausen tra gli altri, è soprattutto un jazzista dall’orecchio buono e la mente aperta. Questo suo primo esito da solista, in quartetto (con il basso elettrico di Giuseppe Selvaggio che si alterna al contrabbasso di Jacopo Ferrazza) e con diversi ospiti (i sax di Francesco Bearzatti, Pierfrancesco Cacace e Amos Vigna, tra gli altri) parla una lingua moderna e di spessore, che possiede il dono della luminosità e del viaggio.
Nove le composizioni originali, cui si somma la reprise della rilassante Orizzonti espansi e curve nella memoria in veste definita “popart”, con l’aggiunta del soprano di Cacace a far da contraltare solistico alla tromba. Un sound elegante e arioso, molto calibrato e ricco, che parte con la gentile Atleta volante, dove si ammira la versatilità del pianista Gianluca Massetti e la varietà della ritmica, l’orientaleggiante Aya Sofya, tesa e variegata, con una tromba sfaccettata e volatile e le percussioni etniche di Simone Pulvano dell’Ensemble Mesudì, la scintillante e propositiva Elegia (per un uomo ordinario), con un ottimo assolo di Bearzatti al tenore, vertice del cd. Intense e convincenti anche Una nuova intimità (in Miles we trust), con la dovuta assimilazione della lezione del maestro indiscusso, e il divertito, alcolico Drunk Joyful Blues, con De Gregori solista all’armonica, la voce di Nuna Shoesmith e i sax in parata.

Angelo Di Leonforte trio

ANGELO DI LEONFORTE TRIO
This Too Will Pass (Alfa Projects/Egea)
Voto: 8/9

Un titolo beneaugurante in un periodo in cui ce n’è veramente bisogno: “anche questo passerà”. Un classico trio jazz, il leader al pianoforte, Alberto Fidone al contrabbasso e Peppe Tringali alla batteria. Un riferimento assoluto: Bill Evans, cui è dedicato il brano di chiusura Waltz For Bill, con rispetto ma con la testa sollevata e lo sguardo avanti. Nove composizioni inedite, tutte firmate dal giovane talento siciliano diplomato con lode al conservatorio. Il suo mentore stilistico è Fred Hersch, personaggio con cui ha studiato e che è ancora troppo sottovalutato dalla critica jazz di casa nostra (nel 2018 invece la Jazz Journalists Association americana l’ha votato pianista dell’anno).
Come il pianista di Cincinnati, Di Leonforte sa dosare i portati del suo curriculum con un tocco leggero come ali di farfalla, nitido come acqua di fonte, ispirato come una poesia di Alfonso Gatto. E questo non solo nei momenti più delicati e toccanti come l’iniziale Children’s Eyes oppure Theme For My Father, ma anche nelle più mobili Lipari (in cui si pare anche la nobiltà estetica di Fidone in assolo) e More Than This. Inevitabile poi il brano mediterraneo, un Terra per nulla banale né prevedibile, bensì arguto e succoso quanto leggero e aereo. Insomma se volete scommettere su un talento che ha tutte le prospettive per diventare il prossimo Paul Bley del jazz italiano, andate a prendere tutte le vostre fiches e mettetele sul tavolo.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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