CIMINI: sorrisi e ironia nascondono il malinconico che è in me

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Un disco fresco nei ritmi, contemporaneo nei temi, ironico quanto basta e dal sapore agrodolce: è Pubblicità, il nuovo album di CIMINI prodotto da Fabio Gargiulo in collaborazione con Enrico “Carota” Roberto (Lo Stato Sociale) e uscito ieri 1 aprile per Garrincha Dischi su tutte le piattaforme digitali, in CD e vinile. Il quarto per questo giovane artista, ma il secondo con la stessa etichetta discografica.

Un album nato durante i mesi del lockdown – periodo in cui la scrittura è diventata una valida compagnia – che si lascia ascoltare con facilità ma va compreso con impegno nelle sue sfumature più nascoste. I suoni delicati e curati si imprimono infatti nella mente, ma è dal lessico ricercato e mai banale – che si intreccia alle note e che caratterizza CIMINI sin dalle sue prime pubblicazioni – che si rimane davvero affascinati.

Questa collezione di 8 brani, strettamente legati in fondo gli uni con gli altri, è perfetta per essere ascoltata in macchina e con il vento tra i capelli. Magari mentre si viaggia verso le spiagge del Tirreno che il giovane cantautore dalle origini calabresi (di San Lucido, paesino in provincia di Cosenza), ma stabile a Bologna da circa 10 anni, conosce bene. E che sono tra le protagoniste indiscusse di Pubblicità.

Tirreno, il brano che le racconta, lascia poco spazio alle interpretazioni, ma le stesse spiagge –insieme ai tramonti, alla spensieratezza dei 20 anni ormai passati da un decennio e a vecchie istantanee di vita vissuta – diventano anche la matrice nascosta della malinconia che si cela, in diversi brani, dietro ai sorrisi del cantautore calabro-bolognese.

La cifra stilistica di Federico Cimini, un artista che si sta facendo (a giusta ragione!) largo nel panorama del nuovo cantautorato italiano, è ormai ben riconoscibile e pronta a spiccare il volo verso il grande pubblico. E nel nuovo disco la sua scrittura, pur avendo mantenuto salde delle peculiarità che lo accompagnano sin dai primi lavori e brani, è diventata più matura e consapevole.

CIMINI oggi si fa, forse anche inconsciamente e involontariamente, portavoce del punto di vista di una generazione – i trentenni – a cui la società ruba spesso la scena. Quella che si è trovata sin dalla nascita di fronte un mondo estremamente complesso che li ha considerati sempre troppo giovani o troppo vecchi per essere i veri protagonisti. Ma anche quella di coloro che sono stati continuamente e ripetutamente bombardati da notizie, slogan, possibilità e incertezze, per non essere destinati a diventare degli indecisi cronici. La generazione di chi, troppo preso dal continuo e veloce rincorrersi degli eventi, non ha mai davvero avuto il tempo per fermarsi ad apprezzare la lentezza delle cose belle.

Lui stesso però, diventa anche il “mezzo” per capire l’attenzione e la naturalezza con cui i suoi coetanei affrontano certi temi ancora caldi per gli “adulti” veri: la politica, i diritti civili, il lavoro, il complottismo della nostra era. E soprattutto l’amore, che in un brano come Innamorato – già noto al pubblico perché uscito nei mesi scorsi come singolo – per stessa ammissione dell’autore, diventa universale e assoluto.

Pubblicità ha il merito di raccontare e attraversare l’attualità, ma sempre in maniera leggera e mantenendo le giuste distanze, come fa un bravo osservatore a cui piace far la cronaca – a suo modo – di ciò che gli accade intorno. E quello di mescolare epoche e linguaggi, che vanno dalle citazioni di Battisti e Lucio Dalla agli slang contemporanei che menzionano losers e social network.

Si parte dal personale per arrivare fino all’universale. E soprattutto CIMINI, nelle trame che mette in musica, non fa mai mancare un pizzico di sana ironia che, forse, è la chiave giusta per comprendere davvero il mondo.

Abbiamo intervistato CIMINI in occasione dell’uscita di Pubblicità, ci ha parlato del suo disco e di tanto altro ancora.

Arrivi con un nuovo album ma al culmine di un anno che, nonostante tutto – pur essendo stato complicato per la musica –, è riuscito a essere un anno importante per te. Singoli di successo già usciti e collaborazioni con alcuni colleghi. E a febbraio hai anche aderito a L’Ultimo concerto per essere vicino ai lavoratori dello spettacolo. Se dovessi fare un bilancio artistico e lavorativo complessivo dell’ultimo anno, cosa diresti nel bene e nel male?

La mia vita in qualche modo è il mio lavoro. A parte fare una roba che mi appassiona e che mi piace, penso che il mestiere del cantante, e più in generale dell’artista, sia davvero un mestiere di traduzione – almeno per quello che mi riguarda – della vita stessa e del quotidiano. Ovviamente mediata dai miei sentimenti e dalle mie emozioni. Ed essendo il mio lavoro la mia vita, tutto questo diventa una necessità: sono una persona molto ansiosa e per scrivere ho la necessità di uscire, di conoscere persone, di svagarmi e di non pensarci oppure di chiudermi e pensarci troppo. Diciamo che solitamente alterno. Ecco, il 2020 invece, dal punto di vista personale, è stato un anno in cui mi sono soltanto chiuso e ci ho pensato troppo. E in qualche modo credo di aver “sbroccato”, in senso positivo e anche negativo. Lavorativamente, penso che siamo tutti sulla stessa barca, mi sento vicino a tutti i lavoratori e non solo quelli dello spettacolo. Siamo stati tutti privati di libertà – giustamente, soprattutto all’inizio – ma adesso inizia a vedersi una luce in fondo al tunnel. Non voglio fare di questa esperienza un manifesto di disagio generazionale o universale, perché è stato così per ognuno di noi e in cuor nostro sappiamo quello che abbiamo vissuto: io ho vissuto quello che hanno vissuto tutti. L’arte adesso però ha bisogno di fare il suo dovere: ricominciare ad essere colonna sonora di tutti quanti e dei momenti delle persone. Siamo stati zitti, chiusi e fermi fino ad ora, ma credo che sia arrivato il momento che  questa funzione debba ritornare. C’è necessità di musica, di cuffie e di concerti.

E i duetti con Lo Stato Sociale, Federico Poggipollini e la collaborazione con Max Pezzali come sono nati?

Nel 2020, in condizioni di normalità, non so quanto sarei stato fermo, volevo comunque far uscire qualcosa. Qualche singolo in effetti è uscito, ma soprattutto ho avuto modo di portare avanti la scrittura di Pubblicità. Restando chiuso in casa però ho accettato anche qualche collaborazione. Solitamente non ne faccio troppe, ma ritrovarmi a fare qualcosa con Lo Stato Sociale, Federico Poggipollini o anche Max Pezzali e tanti altri amici – per il lavoro che abbiamo fatto con Una canzone come gli 883 a sostegno dei lavoratori dello spettacolo – mi ha fatto sentire un po’ meno solo e meno chiuso. È solo un adattarsi a un momento e non una sopravvivenza che può andare avanti alla lunga, ma è stato anche un modo per starsi vicini.

In questi mesi hai anche collaborato più di una volta con la fondazione Gaber, recentemente anche durante Milano per Gaber al Piccolo Teatro di Milano. Com’è stato confrontarsi con un grande del genere?

Giorgio Gaber è un mio mito assoluto. Sono cresciuto ascoltando Gaber e non capendolo, all’inizio, perché lo vedevo troppo come un artista “per mio Papà”. Non riuscivo a comprenderlo. Poi – piano, piano – ho capito che la chiave di lettura di Giorgio Gaber era il suo pensiero. La sua anarchia, i suoi valori che portava avanti e cercava di infondere al pubblico proprio per spiegarsi. Da lì ho iniziato a comprenderlo ed è stata una fortuna, perché è diventato un maestro per me. Ultimamente, quando mi chiedono di Gaber, quello che dico è che è stato un Nonno per la mia crescita artistica; l’ho detto anche a Lorenzo Luporini che è suo nipote per davvero. Gaber mi ha sempre dato qualcosa di familiare, qualche valore condivisibile e mi ha accompagnato nella scrittura delle canzoni. Per cui avercelo vicino ed essere stato chiamato a portare avanti la memoria di questo artista che per me è sempre stato un mito, mi ha fatto crescere tantissimo e mi è piaciuto tanto. Un orgoglio, davvero.

Il tuo nuovo disco trae il suo titolo, Pubblicità, dal brano di apertura Hey Truman che fa riferimenti espliciti a molti spot della TV ma racconta anche un po’ il continuo Truman Show della nostra epoca, in cui tutti cercano i riflettori e la fama. Pensi che siano i momenti di pausa – le pubblicità – che dobbiamo ricominciare a guardare con interesse? Magari il privato, quello che interessa a pochi?

Questo titolo, Pubblicità è da vedere sotto un punto di vista particolare: c’è la pubblicità come momento della vita, come frammento del quotidiano. La nostra esistenza aveva un equilibro, ci siamo accorti che la vita “di prima” era bella nel suo essere normale ora che siamo fermi. Quello attuale è un periodo di attesa: stiamo vivendo la pubblicità della nostra vita. Presto con i vaccini e qualche soluzione si ritornerà a vivere e io spero meglio, in maniera più ecologica e trasparente da parte di tutti. Questo almeno è il mio auspicio personale che ho per vivere meglio e sentirmi più parte di questo mondo. Però questo periodo di riflessione forse ci ha insegnato che tutti noi stavamo troppo dentro alle cose, a pensare alle inutilità della vita. Ci siamo sentiti troppo spesso inseguiti da un Grande Fratello immaginario, dalle cospirazioni. Siamo sempre stati pronti a pensar male, lamentarci o a lottare soltanto per cose futili come vedere i mondiali in chiaro e ascoltare la musica libera su Spotify. Per dirla alla De Andrè io “non sarò mai di questa schiera, ma morirò pecora nera”. Piuttosto preferisco la pubblicità, non seguire queste cose o essere come chi lotta per niente. Iniziamo a pensare che nella nostra esistenza dobbiamo essere più concreti.

Ci sono due brani (Karaoke e Scuse) in cui citi, anche poco velatamente, Franco Battiato, Rino Gaetano, Domenico Modugno, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Toto Cutugno. Una generazione di cantautori del passato. Sono loro quelli a cui ti ispiri?

Loro sono quelli che copio! (ride – ndr). L’unica persona che non ho copiato ma reinterpretato è Guccini perché lui diceva che un laureato conta più di un cantante, invece io canto che “è il mondo del lavoro che è cambiato: un cantante conta più di un laureato”. Scherzi a parte, nel disco ci sono citazioni palesi e ho avuto l’onore e il piacere di “copiarli” perché si, sono i miei maestri. Li considero tali. E poi vuoi sapere la verità? Mi sono divertito a scrivere delle canzoni e immaginare una trama intorno a parole di altri che sono, però, parte della  mia pelle. È venuto tutto in maniera così naturale che ogni volta che scrivevo una frase citazionista di qualcun altro mi piaceva, perché quel significato che loro volevano dargli riuscivo a trasportarlo il un mondo tutto mio. E questa cosa mi faceva sorridere.

Quindi quando in Scuse, canti “i miei maestri sono tutti morti, ascolto solo gruppi che si sono sciolti”, dici la verità?

Beh, quel pezzo è un po’ di “denuncia”, perché questa è una frase che dicono tutti, non mia. Scuse è forse la canzone meno autobiografica di tutto il disco, nelle altre ci sono tutte le mie angosce e i miei disagi, tutta roba molto indie (ride – ndr). Invece in questo brano prendo in giro le contraddizioni di tutti, un po’ come faccio in Hey Truman di cui parlavavamo prima. Sono dei brani in cui prendo di mira un certo mondo e un certo modo di pensare delle persone, quasi canzoni di protesta e di denuncia, impegnate, in cui cerco di dare delle gomitate ma sempre con un po’ di ironia. In Hey Truman sfrutto la pubblicità e tutti gli slogan contemporanei, proprio per dire che tutti i messaggi, ciò in cui la gente crede e da cui si sente inseguita…è solo pubblicità! In Scuse utilizzo un altro metodo ma il mood è più o meno lo stesso, provo a dire a chi mi ascolta: la verità sta dietro l’angolo ma tu stai andando dritto. Fermati a guardare ciò che c’è intorno e non lamentarti di ciò che non serve a nulla. Forse il fatto di non focalizzarci su questioni e temi seri ci ha portato a costruire una società troppo velleitaria. Con questi pezzi e con questo album sono uscito da una confort-zone in cui la musica italiana si stava inserendo, fatta di artisti che non si esponevano. E in queste due canzoni in particolare ho voluto dire qualcosa perché mi piace essere a volte, controcorrente.

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Allora ci sono artisti contemporanei che ascolti! Con chi CIMINI sogna un duetto che non ha ancora realizzato?

Ce ne sono tanti, crescere musicalmente vuol dire avere la fortuna di vedere le persone che ascolti e addirittura avercele amiche. Ho molti amici in questo mondo, anzi tutti quelli che sono nelle playlist con me sono persone che bene o male conosco e frequento. Credo che un nuovo capitolo della mia vita, che poi è quello che mi ha portato a fare il primo disco, sia iniziato proprio dal confronto che ho avuto con altri artisti, che prima ovviamente non avevo. Quando ho iniziato a parlare con persone come Lodo Guenzi ad esempio, ma anche tanti altri, mi si è aperta una parentesi completamente nuova. Conoscerli è stata una vera epifania per me, perché mi sono detto: wow, ci sono anche io!  Mi sono sentito parte di questo mondo e ho preso consigli, chiacchiere, amicizia, tutte cose di cui avevo bisogno. Tutto questo è per dirti che non saprei con chi fare un duetto, se devo darti un nome dico Willie Peyote. Lo vedo – per stile e tematiche – molto simile a me, condividiamo la cosiddetta “cazzimma”. Abbiamo fatto qualcosa insieme al primo maggio nel 2018, l’occasione in cui poi siamo diventati amici. Abbiamo cantato gli Skiantos e ci siamo divertiti davvero tanto, ma un brano tutto nostro sarebbe bello.

Invece Karaoke come è nata?

Karaoke è un gioco. L’ho scritta in studio. Ho fatto per davvero una sorta di karaoke e ho inserito delle canzoni già esistenti in una trama diversa. C’è questo ragazzo che vuole farsi notare da una ragazza. Lei vive i suoi momenti di vita normale: lavora, studia, il sabato sera si vuole divertire e non si accorge che lui va a cantare al karaoke solo per farsi notare da lei. Quindi torna a casa da sola la sera e il ragazzo invece resta lì nel locale cantando Cuccurucucu o Let it be. È una delle mie tante canzoni che alla fine terminano in maniera un po’ triste.

Un altro brano dell’album si intitola Tirreno e fa riferimento alle tue origini. In questo pezzo canti che la provincia ti stava stretta ed è comprensibile per chi fa un mestiere come il tuo. Ma subito dopo racconti che, ancora oggi, cerchi la felicità nelle foto di altri. E quindi anche lontano dalla provincia c’è un senso di insoddisfazione che resta. L’epilogo è che quando sei in Calabria la senti stretta ma quando sei lontano casa tua ti manca?

Mi sento un po’ come i comici: la cosa classica che si dice di chi fa quel mestiere è che il comico utilizza una maschera per far ridere e divertire le persone ma, in fondo, nella vita è un malinconico. Questa caratteristica la ritrovo in Nino Frassica ogni volta che lo vedo in TV, la vedo in Totò e nei suoi film. Io, sarà per cultura e per come sono nato e cresciuto – con questi miti della televisione sempre di fronte agli occhi – ma mi rivedo in quella descrizione: nella mia esistenza ho portato avanti sia la mia malinconia che questa maschera. L’ho fatto anche in questa intervista: spesso e volentieri trascino tutto verso il sorriso e l’ironia, ma sotto sotto nella mia vita, la mia vera natura è quella che hai sentito e scoperto in Tirreno. Con questa domanda mi sono letteralmente sentito “sgamato”. Tirreno porta avanti la diatriba che ho con me stesso da sempre: la malinconia e l’insoddisfazione di tutto. Una cosa che avevo, in parte, raccontato in una canzone del disco precedente che si intitola Una casa sulla Luna. La Calabria ha iniziato a mancarmi davvero quando sono venuto a Bologna e questa cosa spesso mi fa pensare: è stato giusto stare qui e arrivare a questo, oppure dovevo fare una vita diversa? Non lo so.

Non ti sei dato ancora una risposta?

No. Cerco di essere coerente ma so di essere un incoerente. Sono una persona determinata da sempre, soprattutto quando si tratta di inseguire una passione, ma comunque resto sempre dubbioso nel pensare se questa è stata o meno la scelta giusta per me. Sono fatto così. In Tirreno infatti faccio proprio i conti con me stesso, è un pezzo che racconta la mia storia: parte dalla stazione di Paola, una mattina alle 7, da un treno pieno di persone come me che mi porta a Bologna. In questo momento sono nella stanza in cui ero quando l’ho scritta, c’è una finestra e al tramonto ho guardato fuori. Ho visto le luci che si accendevano perché la città, alla sera, si stava spegnendo, ho visto solo i ragazzi pakistani portare il cibo agli studenti e i riders – di cui si parlava tanto quando ho scritto il brano – che ho definito come quelli “che non hanno più amici” perché sono una categoria di lavoratori senza diritti. Ho immaginato questa storia che racconto e che è la mia, ma posizionata nell’ottica di una ragazza. La vedevo in una di quelle case piene di studenti, in preda all’umidità – come sono le case che dividi con altri ragazzi – e a mangiare da sola in maniera triste. Mi sono detto: ok sei qui per studiare, inseguire un sogno, liberarti, ma se c’è tutta questa forma di malinconia perché ci resti? Se alla fine la tua vita si riduce a scrollare sui social con le dita e guardare le foto degli altri che stanno al mare e pensare quanto è bello il tramonto sul mare del tuo paesino che hai lasciato per venire qua, ne vale la pena? Non lo so ancora. Però alla fine mi dico anche che è vero che in questa città vivo una vita un po’ triste, ma forse lì era peggio, perché la provincia mi stava effettivamente stretta. L’immagine della spiaggia sul Tirreno invece è una metafora che chi viene da un paesino della Calabria tirrenica, come me, capirà bene: noi, io e i miei conterranei, siamo un po’ come la spiaggia sul Tirreno. Nei nostri paesi di nascita ne restano pochi, siamo sempre meno. Siamo dei granelli di sabbia che se ne vanno e svuotano i paesi. E soprattutto svuotano le spiagge fino a mangiarsi il paese. La verità è che spero che un giorno il mare non ci travolga.

Hai parlato di mare. È un elemento che ritorna spesso nei tuoi brani, goliardicamente, ironicamente ma anche in riferimenti stringenti all’attualità e in titoli come Barconi. Qual è il tuo rapporto con il mare?

È un po’ il rapporto che ho con la casa. Ogni volta che torno giù in Calabria, è quando rivedo il mare che inizio a sentirmi a casa. La cosa assurda è che il Tirreno arriva fino alla Toscana, ma io riconosco il MIO mare solo quando, per la strada o sul treno, lo vedo spuntare nei primi paesi tra la Basilicata e la Calabria. È una sensazione strana che non so spiegare, ma è così. È quel tipo di mare che mi fa sentire al mio posto, è come se mi riconoscessi in quel pezzetto che può sembrare uguale a tutto il resto ma, in fondo, non lo è. O almeno non lo è per me. Anche questo rapporto però è ambivalente: a me il mare fa paura, a volte ho timore di tuffarmi da una barca in mare aperto, il blu profondo mi spaventa. Ma allo stesso tempo ho davvero bisogno d’estate di andare al mare e quando lo faccio mi sento libero. Se sono in tour e non riesco a tornare a casa mia mi manca qualcosa e non è necessità di vacanza: è proprio necessità di posto ideale. Forse il mio posto ideale è giù. Ma questo è il punto in cui, solitamente, penso di essere arrivato alla conclusione e poi tornano le domande che mi faccio in Tirreno: il mio posto ideale allora è San Lucido, dove sto spiaggiato sulla sabbia, o Bologna? Boh, la provincia mi stava stretta!

Innamorato e Domenica Mattina invece sono dei brani, già usciti come singoli, in cui il tema portante è l’amore. Quanto sono autobiografici?

In ogni canzone che scrivo, anche se prendo ispirazione da un libro o da un film o da storie di altri, c’è ovviamente qualcosa di autobiografico. Ho sempre bisogno di metterci dentro uno sfogo, un messaggio in bottiglia, anche quando non si capisce che sto parlando di me e della mia storia. Mi piacerebbe dire che Innamorato è totalmente autobiografico ma non è così: la trama viene da Call me by your name, il film di Luca Guadagnino che mi è piaciuto tantissimo e che, a sua volta, si ispira a un libro che non ho ancora letto. Il messaggio che volevo dare in questa canzone è che la trama non conta. Il film racconta di una storia d’amore omosessuale, ma a me non importa nulla delle barriere di genere, perché per vivere in un mondo normale bisogna iniziare a pensare in maniera normale e la normalità è amare chi si vuole, come si vuole e quando si vuole. Proprio per questo ho messo qualche pezzo di vita che ho vissuto personalmente e che, magari, mi ha fatto innamorare di una ragazza, nella tela di una storia che parla invece di un amore tra due ragazzi. C’è un punto che dice “facciamo le radici qui sulla mia bici, il vento mi da libertà” ed è un episodio che ho vissuto io: ogni volta che canto questo verso ho nella mente l’immagine di me con una ragazza seduta sul manubrio della bici, mentre cerchiamo di tornare a casa un po’ sbronzi, una sera nei viali di Bologna. Ho inserito qualcosa di mio anche se raccontavo la storia di altri perché la soluzione di questa canzone è, come dicevo prima, che la trama non conta e non deve contare. Non è e non vuole essere una canzone impegnata in cui voglio farmi portatore di una qualche bandiera. Io voglio parlare d’amore. E il messaggio d’amore che ho trovato il Call me by your name è stato universale, quindi anche Innamorato è una canzone d’amore universale. Il mio produttore mi ha confidato che si è innamorato della sua attuale ragazza mentre lavorava a questa canzone e lui non aveva capito a cosa mi fossi ispirato, perché non aveva visto il film, e non aveva neppure notato che nel brano parlo sempre al maschile. Questo è stato il bello, mi ha acceso la lampadina: abbiamo portato avanti un concetto di amore assoluto. Non c’è necessità di dover specificare chi sono i protagonisti: è amore.

E Domenica Mattina?

Domenica Mattina invece è LA mia canzone autobiografica. La sento molto mia, perché faccio la resa dei conti tra il me di oggi e il me ventenne. Hai presente quando nel week-end esci con gli amici, magari bevi un po’ più del dovuto e la domenica mattina poi ti svegli nel cosiddetto hangover? Nel brano racconto questo: è come se dai miei 20 ai miei 30 anni avessi vissuto un lungo week-end e ora mi sto svegliando con il mal di testa e pieno di domande esistenziali.

In questo album, lo abbiamo detto, fai spesso riferimento a temi di attualità ma – pur avendolo scritto durante il lockdown – non c’è nessun rimando esplicito a quel periodo, né all’emergenza che stiamo vivendo. È una cosa voluta?

Si, è voluto. Per come la vedo io tutte le canzoni uscite sul lockdown sono canzoni non particolarmente belle. Anche in quel caso la musica ovviamente ha avuto la sua funzione: un artista ha vissuto un determinato momento e ha scritto ciò che gli capitava e stava vivendo. Però a me sembrava più onesto parlare di me, dei miei sentimenti e di emozioni che ho vissuto e forse hanno vissuto anche altri. Perché sono le emozioni condivise che, attraverso l’ascolto, ti possono riportare ai tuoi momenti e al tuo quotidiano. E il nostro quotidiano è fatto della storia che stiamo vivendo e scrivendo adesso. Non volevo sbandierare nei miei brani il lockdown o il covid perché mi sembrava un po’ di cattivo gusto e, a dirla tutta, non mi è neppure venuto troppo naturale. Quindi sono contento della scelta fatta.

Ti definiscono un artista indie, ti ritrovi in questa descrizione?

È una descrizione superata quella dell’artista “indie”, non ho nemmeno mai capito cosa volesse dire. Io ho sempre scritto delle canzoni, sono sempre stato indipendente e libero nella scrittura e sono felice che ci siano un contenitore e un mondo che hanno iniziato a conoscermi. Anche come scelta personale, ad esempio, con i fan ho un ottimo rapporto: sui social network cerco di rispondere a più persone possibile, perché mi piace attingere e prendere tutto quello che il pubblico può darmi. In modo tale che posso poi trovarmi da solo con me stesso e sfogarmi, scrivere. Però in tutto questo non ci vedo un genere, ma della gente che ha compreso quello che voglio dire e io che mi sento valorizzato e voglio continuare a far capire il mio discorso in musica che è iniziato da un po’ e con Pubblicità continua. In tutto questo però non c’è indie, non c’è genere. L’unica etichetta che sento di darmi è che sono un cantautore: uno che scrive le sue canzoni e non insegue nulla. Mi piace farlo e spero che quello che faccio piaccia ad altri.

L’ultima domanda: se dovessi descrivere il tuo album, Pubblicità, in tre parole quali sarebbero?

Tre parole? Davvero? Ho parlato un sacco ma ora mi blocco su questa domanda (ride – ndr). Non ti dico tre aggettivi, perché descriverlo con tre aggettivi mi mette ansia. Allora scelgo: sera, mare e rock.

La tracklist completa di Pubblicità:

  1. Hey Truman
  2. Innamorato
  3. Karaoke
  4. Tirreno
  5. Scuse
  6. Notte cingomma
  7. Barconi
  8. Domenica Mattina

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