Dal catcalling a Ursula von der Leyen: perché il femminismo deve far parte del nostro stato di natura

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C’è una canzone che fa parte del quarto album di inediti di Francesca Michielin e che la giovane cantautrice ha deciso di “dividere” con Damiano, il frontman dei Maneskin. Il brano in questione – che da anche il nome al disco –  si intitola Stato di natura.

Si tratta di un vero e proprio manifesto femminista della generazione X e dei millenials, reso ancora più efficace e mediaticamente interessante dal fatto che parte del testo sia cantato da un uomo. Non perché gli uomini  non possano o non debbano essere femministi, ma perché nell’epoca del machismo e del sessismo questa scelta assume un importantissimo significato simbolico.

Il pezzo attraversa e prende di mira luoghi comuni e pratiche negative consolidate nella nostra società. Dai clichè che vogliono le donne imbranate alla guida, all’abitudine maschilista di predicare la libertà di espressione ma criticare le scelte di abbigliamento delle donne. Dalla facilità che abbiamo nell’accettare manifesti pubblicitari che mostrano e mercificano il corpo femminile ai facili giudizi che rivolgiamo invece alle donne che allattano in pubblico e sono definite immorali.

Fino al ritornello che Francesca e Damiano cantano insieme e che dice “non è nella mia natura farmi fischiare per strada come fossi un cane”.

Quei fischi per la strada a cui si fa riferimento altro non sono che il famoso catcalling di cui in questi giorni si parla tanto. Quella pratica che spesso viene riservata alle ragazze per la strada, soprattutto quando le stesse hanno l’”ardire” di usare scollature, gonne corte o shorts pants.

Ad aver reso particolarmente conosciuto il termine angolofono è stata Aurora Ramazzotti che nei giorni scorsi ne ha denunciato un episodio sul suo profilo Instagram. Le esternazioni della figlia del celebre cantante e della conduttrice svizzera Michelle Hunziker hanno creato un vero e proprio caso sociale e le posizioni dell’opinione pubblica sono diametralmente opposte.

C’è chi le ha dato solidarietà piena e chi, invece, è rimasto un po’ interdetto di fronte alle sue esternazioni. Probabilmente perché non ha compreso a pieno la gravità della situazione.

Ma andiamo per ordine.

Ad aver preso le parti della giovane sono state per lo più ragazze e ragazzi della sua età, indignati e infastiditi dal racconto social. Molti uomini adulti, invece, hanno detto la loro e cioè che “ai loro tempi” fischiare dietro a una donna non era un’offesa, anzi. E  anche diverse donne, sempre di una certa età, hanno ribadito quanto per loro, in passato, ricevere un fischio per la strada fosse lusinghiero più che offensivo.

Una lotta generazionale? Non proprio.

Non si parla di differenze di posizioni che coincidono con quelle anagrafiche per discriminare nessuno, ma solo per evidenziare quanto naturalmente la società e la percezione che si ha di essa, cambino in base agli strumenti di conoscenza offerti dal quotidiano.

Oggi, per fortuna, molte cose che un tempo erano considerate socialmente accettabili e “normali” non lo sono più. Nel 2021 il contesto storico che siamo abituati a vivere ci ha reso perfettamente chiara, ad esempio, la differenza tra complimento e molestia. Che, per essere considerata tale, non deve necessariamente raggiungere il palpeggiamento o addirittura arrivare oltre. Nel momento in cui si crea disagio, fastidio, disgusto o tensione; nell’attimo in cui si mette una donna in difficoltà e quella stessa donna si sente in pericolo, si può parlare di molestia.

Perché allora chi ha superato gli “–anta” non ha vissuto e compreso lo stesso disagio di Aurora Ramazzotti? Non c’è cattiveria. È solo che le epoche camminano. Se una ragazza da sola in un parco si sente fischiare dietro ha paura ma un tempo, forse, ne aveva di meno. Perché troppo spesso negli ultimi anni una ragazza da sola in un parco, sulle pagine di cronaca, è diventata vittima di violenze ben più gravi di quelle verbali. E ogni cosa va, quindi, contestualizzata ai modi e ai tempi in cui accade.

La società evolve e, con essa, si modificano le posizioni, le reazioni e anche le consapevolezze del popolo femminile. Se ieri il fischio era percepito come complimento e oggi è riconosciuto, a giusto titolo, come una molestia di strada è anche perché una donna sa che, per sentirsi bene, l’approvazione di un uomo – tanto più se volgare e non richiesta –non è necessaria. Anzi.

Lo scopo non è essere belle per piacere a qualcuno, ma sentirsi belle per se stesse. Oppure non sentirsi belle affatto, se non se ne ha voglia.

Certo è che la questione non va estremizzata  e ovviamente va distinto il caso del ragazzetto che urla “sei bellissima” alla coetanea in motorino (e che può essere solo considerato un po’ cafone) dai commenti sessisti, dalle volgarità e dalle oscenità sussurrate o urlate da uno sconosciuto in metro o per la strada.

Il catcalling infatti non si ferma al semplice fischio ma comprende tutta quella serie di commenti volgari, occhiate lascive, appellativi e gesti osceni che vengono rivolti a una donna. E non va sminuito. Perché no, non sono solo complimenti.

E soprattutto perché si tratta dell’odierna e contemporanea punta di un iceberg che affonda le sue radici nel ben più ampio, complesso e radicato pensiero patriarcale che vede  l’uomo come “naturalmente” portato a esternare la sua superiorità.

Nella sola giornata di oggi ci sono stati offerti, da giornali e profili social, almeno 3 episodi che raccontano questa scomoda verità.

L’influencer Micol Olivieri, ad esempio, ha fatto sapere questa mattina dai suoi canali social che, mentre accompagnava suo figlio a scuola, è stata insultata da un passante a causa di un incomprensione in un parcheggio. Non solo i toni si sono scaldati ma il “signore” in questione (e le virgolette sono d’obbligo), anziché darle dell’imbranata o al limite della sciocca, le ha detto che non era in grado di guidare perché nella sua vita evidentemente “ha preso troppi c**zi”. Il tutto davanti a un bimbo di 4 anni, figlio della Olivieri. Un insulto sessista e volgare che a un uomo non sarebbe mai stato rivolto in questi termini. Perché un uomo è incapace, una donna invece, indipendentemente da quale sia il suo errore è una poco di buono.

E come non parlare della infelice e inopportuna uscita social di Monsignor Antonio Michele Crociata, parroco di Castellammare del Golfo? Il parroco ha avuto uno scambio di commenti con il giornalista dell’ANSA Gianfranco Criscenti che, in un suo articolo, invitava le donne a fuggire da una relazione violenta e a rivolgersi alle organizzazioni di supporto e alle forze dell’ordine. Monsignor Crociata ha sottolineato il suo disappunto con questa opinione perché, a suo dire, tra marito e moglie “può capitare”. Cosa, vi chiederete? Che la moglie prenda le botte, che accetti la violenza in nome della sacralità del tetto coniugale. Che perdoni l’imperdonabile in virtù “dell’amore per i figli”. Ma non solo: il parroco ha aggiunto che “Anche le mogli, del resto, talvolta, mancano nei confronti del marito” quindi si tratterebbe, in fondo, di perdono reciproco. Non è chiaro a quali mancanze facesse riferimento Monsignor Crociata, ma è chiaro che nulla al mondo giustifica la violenza. Perché un occhio nero non capita, non è mai un caso isolato e soprattutto non è sintomo d’amore.

Come se non bastasse anche la politica internazionale questa mattina ci ha dimostrato quanto le battaglie femministe siano non solo utili, nel 2021, ma addirittura necessarie. All’incontro ufficiale tra Erdogan – che, diciamolo, non spicca per democraticità e amore per la libertà e l’uguaglianza – Charles Michel (presidente del consiglio Europeo) e Ursula von der Leyen (presidente della Commissione Europea) a quest’utlima non è stata conservata una sedia d’onore. Nonostante la Presidente von der Leyen fosse la personalità politica presente al meeeting con la carica più alta, ha dovuto prendere parte all’incontro restando seduta su un divano all’angolo della sala. Un fatto, che non è passato inosservato agli occhi dei giornali e delle istituzioni ma  che è stato vergognosamente accompagnato dal silenzio e dall’immobilismo di Michel. Il quale ha preso parte alla discussione come se nulla fosse successo. Ed è forse un caso che la sedia mancante fosse quella dell’unica donna?

Si tratta apparentemente di piccoli gesti: una sedia negata, una parolaccia, una frase che cerca di sminuire un atto di violenza domestica. Ma in realtà ognuno di questi gesti rappresenta un pesante macigno. Ogni volta che ci troviamo di fronte a episodi del genere (e che, ricordiamo, sono avvenuti in una sola giornata) sappiamo che si tratta di retaggi di una cultura patriarcale. Di sintomi di un pensiero malato che ancora oggi fatica a scomparire e che è ancora ben radicato nel sentire comune. E per quanti aventi avvengano di fronte alle telecamere di un iPhone o, in casi estremi, dei TG, ce ne sono migliaia che restano silenti. E impuniti.

Ecco perché, allora, anche la disapprovazione sociale del catcalling – seppure alcune volte non viene compresa a pieno o giudicata eccessiva – deve diventare una battaglia comune a donne e uomini di tutte le età. Per la stessa ragione per cui non deve e non può passare come per buono il messaggio portato avanti da alcuni sussidiari in cui “la mamma lava e il papà lavora” o non si può accettare che una donna venga licenziata perchè  incinta o pagata meno a parità di mansioni lavorative.

Perchè il mondo in cui viviamo ci tiene a dimostrarci ogni giorno quanto la parità sia lontana, quanto il rispetto per il mondo femminile non sia all’ordine del giorno. E quanto – per arrivare davvero all’uguaglianza di genere a cui auspichiamo – sia utile e indispensabile interiorizzare le battaglie femministe. Farle proprie. E riuscire, magari, a renderle parte del nostro stato di natura.

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