Marco Ligabue: “Siamo belli perché siamo fragili e difettosi”

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Cosa si prova ad essere il fratello di una rockstar? A sentire ogni giorno pronunciare la frase: “Salutami tuo fratello”? Una situazione sicuramente singolare, che Marco Ligabue, fratello di Luciano, conosce molto bene da più di 30 anni e ha raccontato nella sua prima, “spettinata”, autobiografia, Salutami tuo fratello, in uscita domani, venerdì 8 aprile.

Marco è la persona che più di chiunque ha vissuto a 360 gradi gli inizi e il successo travolgente di Luciano, che ha creduto in lui, che ha gestito il suo primissimo merchandising fatto di magliette semplicissime e collanine colorate, che ha fondato il suo fan club, che ha visto il cambiamento dall’analogico al digitale, passando dalle fanzine alle newsletter e i canali telematici. In tutto questo uragano di emozioni, Marco ha saputo e ha voluto fortemente costruirsi anche una propria strada artistica sin da ragazzino, fondando la sua primissima band, I Blouson Noir, per poi vivere il successo con i Rio e infine decidere di mollare tutto sul più bello per inseguire un sogno sbocciato a 40 anni compiuti: fare il cantautore. “Hai un cognome pesante”; “Forse a 40 anni è un po’ tardi…”; Questo gli dicevano gli amici. Ma la caparbietà emiliana, il voler abbattare muri e pregiudizi, superare i propri limiti, hanno portato Marco a pubblicare il suo primo album, Mare dentro. Nel libro Marco racconta tutto, sia il suo percorso artistico che umano, senza paura di scoprirsi. Ciò che arriva è il ritratto di un ragazzo di 50 anni che ha una gratitudine infinita per suo fratello, i suoi amici, la sua famiglia e la musica, compagna di viaggio fedele in ogni istante, punto fermo della sua vita.

Uno spaccato di almeno 3 generazioni fatto soprattutto di emilianità, tra la via Emilia e blue jeans, come canta Marco. “Questo libro non era in programma, tutto è nato dallo spunto di un giornalista. Sono partito titubante ma poi capitolo capitolo, con testardaggine emiliana, è nato questo libro su questa vita in cui c’era questo continuo refrain, “salutami tuo fratello”. Il capitolo della maratona è stato particolarmente importante, nasce da una promessa di famiglia fatta a mio padre che non stava bene e rileggerlo mi tocca particolarmente.” Una carriera non priva di ostacoli, fatta di costanza, tenacia, orgoglio. Nel mezzo, rapporti professionali e sentimentali che Marco racconta con sincerità, che ha sempre cercato di ricucire e rendere sereni. “A volte è giusto mettere davanti altre cose e non ciò che all’inizio sembra giusto per noi”- spiega Marco. “Ho sempre cercato di sostenere Luciano, facevo il buttadentro dei concerti. Poi nel 90 mi son trovato con i fan a Correggio, la casella di posta piena di lettere e il telefono esplodeva. Portava a casa anche addetti a i lavori e giornalisti da mamma Rina, e ci si è aperta una finestra pazzesca sul mondo. Non mi è mai pesato essere “fratello di”. A volte ci sono giorni in cui inevitabilmente accade, quando qualcuno ti chiede magari in uhn mondo neanche troppo educato “Salutami tuo fratello”. In certe situazioni ci devi fare i conti. Questa parentela mi ha portato tanta luce, anche se è un attimo  andare in ombra. Luciano è meno espansivo di me ma da’ peso ad ogni parola, ci assomigliamo e ci stimiamo. Avere un fratello è come avere un compagno di viaggio fedele in casa.  Come se questo viaggio lo avessimo fatto un po’ insieme. “  Se ha mai pensato di cambiare cognome per la sua carriera artistica? “Mai. E’ una riflessione che ho fatto ma poi mi sono reso conto che questo è il nome che mi ha dato mio padre e ne vado fiero.” E a proposito di paternità, per Marco è stata una delle molle principali per superare determinate paure e lanciarsi da cantautore.

                                                   INTERVISTA

Quanto è stato difficile raccontarti così a cuore aperto?

Questa è stata la vera sfida del libro. Ho sempre scritto tante canzoni, che sono un’opera di grande sintesi. Tu in poche frasi e pochi slogan devi far capire dei concetti interi. In questo caso c’era modo di andare più in profondità e devo dire che ci ho preso gusto. Penso che molto sia successo da quando mi sono lanciato da cantautore, mettendomi in prima linea e vincendo un po’ la paura di essere davanti a un microfono e cantare le mie canzoni. Già da lì c’è stata un’opera di grande apertura di me stesso, di svuotamento di cose che volevo raccontare e nel libro ho trovato anche la forma di grande approfondimento, perché avevo delle pagine intere da scrivere e non solo una strofa o un ritornello. Quindi mi è venuto anche abbastanza spontaneo, avevo voglia di raccontarmi. Perché comunque ho vissuto una vita per me incredibile. Ho vissuto la musica da venditore di magliette , da musicista, da cantautore, da fratello di una rockstar. Ho sempre cercato di vivere la mia luce, senza farmi coprire dall’ombra, come poteva essere, di un fratello così famoso. Adesso la racconto tuttta questa luce che ho avuto addosso per 50 anni.

Leggendo il libro infatti si percepisce che la tua passione per la musica nasce ben prima anche del successo di Luciano. Ci sono tanti dettagli che descrivono una strada del tutto tua e personale.

Noi siamo nati praticamente nella balera dei nostri genitori, dove suonava l’orchestra, suonava Jimmi Fontana, i gruppi del momento. Quindi la musica è entrata subito nella mia vita ma non perché i miei genitori me l’hanno imposta ma perché mi piaceva ed è diventata subito anche la mia passione. Da quando ho preso in mano la chitarra per la prima volta è stato subito amore a prima vista. Così ho cominciato a vedere concerti per imparare, e in questo senso è stato proprio rivelatore, come racconto nel libro, il quello degli U2 a Modena. Mi ha aperto un mondo intero sulla musica in quelle due ore. Dopo tutta questa mia passione ho cercato di migliorarla esercitandomi, mettendo su le prime band, prendendo lezioni di chitarra, facendo gavetta sul palco. Finchè 8 anni fa ho anche deciso di liberarmi di questa paura di mettermi a cantare, avendo comunque in famiglia un fratello così famoso. Ho deciso di liberarmi di questa paura quindi adesso la vivo al 100%, intutte le sue sfaccettature, come pura passione.

Nel libro scrivi, in modo molto diretto e sincero, che i tuoi amici non erano molto d’accordo sul tuo percorso da cantautore…E nonostante tutto hai perseguito la tua strada. Non deve essere stato facile.

Ci vuole un po’ di pazzia e la cocciutaggine che abbiamo noi emiliani per fare certe cose. Perché, onestamente, uno vuol partire a 40 anni a fare il cantautore, è fratello di Luciano Ligabue, tutti ti dicono di no, chiami gli amici e ti dicono “Ma dove vuoi andare”, vai in America a fare il disco con Corrado Rustici e ti rispedisce a casa perché non sei ancora pronto per cantare. Qualsiasi altra persona normale si sarebbe data al giardinaggio, quantomeno (ride, n.d.r).

Credi che proprio questa umiltà che ha i dimostrato nel tuo percorso manchi alle nuove generazioni? Ripartire da zero e ricostruirsi…Forse oggi manca questo mettersi in gioco.

Penso anche io, ognuno preferisce le zone di comfort. Io ho sempre cercato di buttarmi dove sentivo fertilità artistica, non mediatica e commerciale. Prima son partito con Taver e abbiamo fatto 10 anni meravigliosi, che combaciavano ance con la mia età tra i 20 e i 30, l’età in cui davvero vuoi spaccare il mondo ma di divertimento, vuoi tutte le sere chiudere il locale. Poi da lì la musica ha avuto un altro tipo di richiamo e ho fondato I Rio, e dopo 10 anni di Rio ho sentito un altro tipo di richiamo, quello di metterci la faccia e la voce. Anche nel momento in cui con i Rio stavamo andando molto bene, stavamo facendo degli esauriti all’Alcatraz e nei club italiani, era un momento in cui nessuno si sarebbe staccato, quello di massimo successo. Ma io son fatto così…è stata dura partire da solo, ho dovuto prendere le misure. Le cose le impari facendole e ovviamente studiando. Ho studiato tanto canto, ho cercato di migliorarmi concerto dopo concerto e mi son detto che dovevo fare tanti concerti e ogni sera cercavo sul palco di capire sperimentando. Atteggiamenti, parlati, interazioni con la band, ogni sera diverse. Quando qualcosa vedevo che si incastrava, la mettevo in cassaforte, se non funzionava la cancellavo. Solo così trovi la tua strada, che non è già costruita ma tutta da mettere in piedi.

Suoni da tantissimi anni in giro per l’Italia macinando kilometri su kilometri e nel libro racconti anche di alcune ferite, che a volte sei stato costretto ad infliggere ad altri. Sei riuscito a farle rimarginare e a far pace con alcuni episodi?

Devo dire che i 50 anni sono un’ottima cura e un’ottima medicina. Non so se è la “saggezza” (ride n.d.r). Io davvero non voglio degli scheletri o delle cose chiuse male nel passato, quindi  ho cercato di aggiustarle, lo dico onestamente. Sia in campo affettivo (nel libro parlo tanto di storie d’amore) che anche professionale, infatti, sono andato a ricucire i rapporti con alcuni ragazzi dei Rio con i quali c’eravamo lasciati in un certo modo. Ho sempre cercato di fare pace, anche perché come vedi a volte penso che siamo belli perché siamo fragili e siamo difettosi. Nel libro ho messo tante debolezze e fragilità, o magari dei difetti che posso avere che mi hanno portato a fare certe scelte e certe cose. Poi è chiaro che dopo gli errori bisogna essere anche in grado di riparare e cercare di non commeterli più. Però sicuramente sono quelli a renderci umani, altrimenti saremmo tutti super uomini. La vita social di oggi ci racconta di super uomini e super donne esteticamente perfetti, sempre con la frase perfetta, ma poi la vita nelle 24 ore ore è un’altra. Ci sono i momenti di su, i momenti di giù, le scelte giuste e sbagliate.

Questo fa anche capire a chi crede che facendo un lavoro bellissimo come il tuo sia tutto perfetto che in realtà non è propriamente così.

Io ho una situazione particolare. Spesso magari la gente pensa che abbia una vita super facilitata dall’essere il fratello di Luciano Ligabue e che la gente compri il mio disco e evenga al mio concerto per quello. Quando in realtà c’è proprio una diffidenza. Di camicie forse ne ho sudate più delle classiche sette del famoso detto. Questo per me però è un grande stimolo, perché significa che i risultati più belli te li sei sudati. Che te ne fai dei risultati se non te li sei sudati con l’audacia, con il tempo e con tutte le altre cose. Credo sia anche un messaggio di fiducia per tanti ragazzi che vogliono riuscire in qualche cosa e che magari possono avere o no parantele famose. Spero che leggendo queste righe trovino la voglia di buttarsi, di prendere delle porte in faccia, perché la tenacia, la volontà, unite ovviamente a un talento e alla capacità, poi viene ripagato e i risultati arrivano.

Racconti quanto soprattutto le persone attorno a te ti abbiano fatto “pesare” il tuo cognome e di come anche qualche radio ti abbia risposto candidamente “Noi un Ligabue già lo passiamo”. Come sei riuscito a gestire tutto questo? A superare l’interesse di alcuni solo per la tua parentela?

Devi imparare a convivere con questa cosa. Luciano ha una popolarità tale che è un attimo che chiunque ti si possa avvicinare per qualunque motivo e per un doppio fine. Quando quella radio mi disse quella frase beh lì accusi il colpo, siamo umani. Una coltellata fa meno male perché ti dici, sul momento, “Non arrivo neanche a far sentire la mia canzone cosa posso fare?”. Dopo cerchi di aggirare l’ostacolo, che c’è e non ci puoi far niente. E allora provi attraverso i tuoi canali social, i concerti a far arrivare le canzoni in maniera diversa e magari quella radio si accorgerà che poi c’è anche un pubblico per me e non solo per Luciano. Non è la prima cosa che pensi, ci arrivi dopo aver elaborato il tutto. Sono anche sfide. Più è difficile più mi intriga. Anche il capitolo della maratona lo dimostra. Sono un matto che decide in 3/4 mesi di fare una maratona. C’era anche una promessa di famiglia importante, ma 42 km da correre non sono propriamente la corsetta nel parco di casa. (ride n.d.r).

Questo libro può dare sicuramente una visione diversa a chi non conosce la tua storia…

Questo mi farebbe davvero piacere proprio perché ho vissuto con Luciano la sua carriera, ho avuto in casa un artista così celebrato.  Questa cosa a me  interessa relativamente. Io nel libro non celebro mai, ho messo solo l’accento su come mi sono conquistato le cose, penso sia più bello. Anche per chi ogni giorno lotta per il proprio lavoro, il proprio amore, il proprio sogno da raggiungere.

Si percepisce più orgoglio che “peso”…

C’è un capitolo che si chiama “Il rovescio del rovescio della medaglia”. Sono riuscito a trovare il rovescio del rovescio (ride n.d.r). Questo è proprio un aspetto centrale del mio essere e del mio carattere, sia nella vita privata che professionale.

Nel libro ci sono anche tanti dettagli. Ti ricordavi davvero così tante cose o è stato fondamentale l’aiuto delle persone accanto a te?

In realtà pensavo di ricordarmene molto meno. Però poi concentrandomi su ogni singolo capitolo per raccontare una cosa, pian piano venivano fuori i ricordi, che sembravano sfumati. Mi sono messo lì un po’ da solo un po’con gli amici, tipo quello del concerto a Modena degli U2 che quando mi raccontava i dettagli me ne venivano in mente altri.

Nei tuoi racconti c’è anche lo spaccato di un’Italia e di un provincia che non c’è più, eppure non parliamo di qualcosa di così lontano. Si avverte nostalgia e malinconia per quegli anni.

Di certe cose io sento proprio la mancanza. Il capitolo dell’Emilia dice proprio che noi ci ritroviamo sempre davanti a un tavola imbandita con il suono delle campane, dove si bisticcia e con un bicchiere di Lambrusco di fa pace. Ho messo anche tanti dialoghi da bar, che un po’  stiamo perdendo e a me mancano tantissimo. Adesso i social per carità ci hanno dato tanti vantaggi e tante cose nuove e diverse che non avevamo però a volte hai la sensazione che la gente pubblica frasi di altri per farsi bello. Al bar  trovi l’autenticità, ognuno con il proprio carattere. Sono aspetti che a me mancano. Sono partito andando nelle osterie bolognesi perché volevo incontrare Guccini, Dalla o Mingardi per sentire i loro racconti. Io son nato con questa concezione qua. Magari si troverà un modo per farla in maniera diversa.

Con la tua attività soprattutto live si avverte molto questo retaggio culturale che purtroppo si è perso.

Penso che come atteggiamento si essendo nato con artisti come Mingardi E Guccini, che erano non solo grandi cantautori ma anche grandi raccontatori io ne ero ammaliato. Ti facevano riflettere e allo stesso tempo morire dal ridere. Non solo l’artista ti colpiva con le sue canzoni ma anche con ciò che aveva da dire tra un pezzo e l’altro. Per questo vado a fare i concerti nelle piazze mi piace anche essere un pò un raccontatore, perché son nato con questi riferimenti. Per la piazza è questo. Si balla, si canta, si raccontano cose. Quando torno particolarmente soddisfatto da un concerto in una piazza c’è sempre qualcuno che poi dice “Sei proprio il cantante della sagra della salsiccia”, pensando di offendermi. In realtà mi fanno un complimento. Per me è una delle cose più belle del mondo. Questa è la vita vera.

Proprio per questo nel libro spieghi cose che diversamente non avresti potuto, e ti sei sempre impegnato nel sociale, anche se non vuoi assolutamente fare discorsi autocelebrativi. La musica può essere quindi anche una vetrina per tematiche che non sempre vengono affrontate con la giusta attenzione?

La musica è un grande amplificatore di emozioni, parole, note e ovviamente anche di messaggi. Sicuramente è un potentissimo mezzo. Chiaro che deve essere fatto nella maniera giusta. Tutte le volte che ho conosciuto una causa, una persona, un’associazione, se mi ha toccato il cuore e ho capito che potevo far qualcosa mi sono messo a disposizione. Ho cercato ci in i miei mezzi di far da cassa di risonanza. Ed è stato molto utile. Siamo andati in Africa e vedendo il problema della malnutrizione dei bambini, per esempio, attarverso un video, raccogliendo un centesimo a visualizzazione abbiamo ottenuto 15 mila euro e l’anno dopo abbiamo costruito un pozzo di acqua potabile. La canzone Il silenzio è dolo è per questo ragazzo di Palermo che era stato isolato perché raccontava verità scomode, e siamo andati nelle scuole a raccontare la sua storia e oggi è un inviato delle Iene, mentre rischiava di essere bullizzato in quella situazione. Quindi la musica può aiutare molto. Chiaro che devi conoscere bene le cose, devi crederci, altrimenti rischia di essere pura retorica fine a se stessa.

Nel capitolo Le due cose perfette della tua vita dici che una è tua figlia Viola, chiaramente, e l’altra affermi che ne parlerai in un prossimo libro. Dobbiamo aspettarci un seguito letterario quindi?

Anche questo libro non era previsto, quindi sicuramente deve arrivare lo spirito giusto e la scintilla giusta. Scrivere un libro è stata un’ esperienza molto bella e molto affascinante. Quando ti butti in un’avventura nuova hai l’entusiamo e le paure perché vai in un territorio che non è il tuo abituale, fuori dalla comfort zone.

Hai cambiato tante volte pelle in base al tuo sentire. Quanto ti è costato il cambiamento nella tua vita?

I cambiamenti si portano il bello del nuovo ma anche un po’ di scorie dal passato di quello che si è rotto o di quello che magari hai lasciato dietro. Cerco sempre di guardare il nuovo in faccia, della vita e dei cambiamenti. poi però devi sempre fare i conti col passato, c’è sempre un balance. Anche in amore con tutte le storie che ho avuto e ho raccontato proprio con nomi e cognomi. Quando mi sono separato da Melania, la mamma di Viola, è stata un fase molto molto delicata. Con un bimba di mezzo ci ho messo sei mesi se non degli anni a superare e a uscirne con una certa serenità, se di serenità si può parlare. Come anche quando sono uscito dai Rio è stato un shock, perchè anche se avevo voglia di fare il cantautore lasci comunque una band che avevo voluto io, nessuno dei tre c’era quando eravamo i Del rio ed era al suo picco di successo. Quindi ovviamente è dura. Non è che non ci pensi più. Il bello della vita è che appunto avendo fatto questi 50 anni cambiando pelle, come dicevi tu, adesso da raccontare son stati formidabili. Fossi stato nella mia comfort zone avrei un 1 quinto della pagine da raccontare.

Domanda da un milione di dollari: hai dei rimpianti?

Guarda, se tornassi indietro vorrei fare il Liceo Classico. Invidiochi è uscito dal liceo classico perchè parla con un linguaggio che mi fa invidia. Non so come siano gli studi classici, ma capisco subito parlando con una persona se ha fatto il classico. Quindi se c’è un giro di vita numero due, stavolta Liceo Classico. Tra l’altro avevo un’insegnante di italiano davvero brava dalla terza in poi, fino ad allora non avevo trovato nessuno che mi stimolasse alla scrittura. Lei mi ha aperto una chiave, e non a caso combaciava con i miei 16/17 anni. Da lì ho iniziato a prendere in mano la chitarra e ad ascoltare con attenzione i testi dei cantautori. Non so,  se non avessi avuto quella prof lì se avrei fatto lo stesso percorso.

 

 

 

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