Paola Folli: «La voce è il tuo strumento e dà forma alle tue emozioni» (intervista)

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Elio e Le Storie Tese in concerto a Collisioni 2018 - 29 giugno 2018 - © Foto: Riccardo Medana

 

Nella musica esistono alcune cose davvero oggettive: una di queste è la bellezza della voce di Paola Folli.
L’ho vista dal vivo tantissime volte insieme agli Elio e le Storie Tese, ma Paola non è solo quello: è un’insegnante in conservatorio, una splendida vocal coach di innumerevoli artisti ed una cantante incredibile, ed era davvero da molto tempo che avevo voglia di fare questa chiacchierata con lei.
La meraviglia assoluta è che davanti a me si è palesata una persona di una simpatia ed una preparazione davvero uniche e comprendo benissimo le decine di artisti che rimangono abbagliati dalla bellezza di avere a che fare con un’artista di questa caratura.

Essendo questa chiacchierata lunghissima non vi annoio ulteriormente con inutili preamboli, quindi ecco a voi… Paola Folli!

Ciao Paola! Vorrei parlare di mille cose con te, ma andiamo con ordine e partiamo dal momento in cui ti ho “conosciuta”, ovvero con Domani degli Articolo 31: un qualcosa che per i tempi fu innovativo e che portò il rap nelle case di tutti gli italiani.
J-Ax e Dj Jad per i tempi che furono riuscirono ad unire la parola alla melodia in un modo unico e ricordo che la prima volta che sentii J-Ax rappare dissi “Wow!” e pensai che fosse davvero un talento incredibile. Ai tempi un featuring in un brano rap non era comune come al giorno d’oggi: gli Articolo 31 sono riusciti a “sdoganare” questo nuovo linguaggio che ha segnato in modo molto forte quel periodo musicale, un linguaggio che è riuscito ad entrare piano piano in tutte le case degli italiani. Il brano fu un successo incredibile e ricordo quel momento della mia vita con grande affetto e gioia.

Non ti pesa un po’ il fatto che tutti cantassero quel ritornello ma solo pochi sapessero che quella era la tua voce?
No, sinceramente no (ride, ndr). Anzi, intorno alla voce del brano c’era una sorta di “alone misterioso” molto bello. All’epoca non c’era YouTube che svelava tutto, infatti mi confondevano spesso con Jenny B che era la cantante di Dammi solo un minuto dei Gemelli DiVersi. Io arrivavo da un percorso lungo come vocalist (iniziato a soli 17 anni) e progetti personali, ma quel pezzo mi diede davvero una popolarità spaventosa. Ricordo che spesso, dal vivo, non riuscivo nemmeno a sentire la mia voce perché il pubblico cantava il ritornello ad un volume assurdo. Io sono davvero grata alla vita per avermi dato questa bellissima opportunità perché sono una persona che in generale non si aspetta mai nulla, ma che è felice di ciò che arriva e vive tutto sempre come un bel regalo. Ho fatto un casting per quel brano, l’ho vinto e mi sono sentita molto molto orgogliosa di me stessa. Il resto poi è arrivato in maniera inaspettata e l’ho accolto con grande entusiasmo.

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Ci sono tanti tuoi pezzi che la gente conosce, ma parlando sempre a livello personale, credo che l’esperienza di palco più significativa sia quella che ti lega a doppio filo agli Elio e le Storie Tese, un gruppo di eccellenze musicali, che sforna canzoni di una complessità unica ed indescrivibile ma che riesce a passare con leggerezza alle orecchie degli ascoltatori.
Hai detto bene! I brani degli Elii a livello di scrittura e di esecuzione live sono davvero molto complessi ma, vista la naturalezza con cui vengono suonati e anche cantati, risultano semplici. Elio, ad esempio, canta delle cose incredibilmente difficili e le fa sembrare di una semplicità disarmante. Per me stare a contatto con loro,specialmente sul palco, ha significato moltissimo: è stato come fare una masterclass della durata di 10 anni! L’altro aspetto secondo me pazzesco, oltre alla complessità musicale, è la loro memoria: pensare a cosa possa voler dire tenere a mente testi e strutture musicali di quel tipo è qualcosa di clamoroso. Per me questi 10 anni sono stati proprio vita, scuola, musica a 360 gradi e gioia, unita ad un divertimento allucinante.

La cosa che si evince da spettatori è una naturalezza ed un’alchimia incredibile quando siete sul palco.
Senza dubbio. Quando impari a comprendere un po’ di più gli Elii tutto diventa naturale perché, ad esempio, può succedere che qualcuno sbagli sul palco e l’errore stesso diventi un momento di grandissimo divertimento perché anche quello fa parte dello spettacolo.
Mi manca davvero tantissimo esibirmi con loro e ricordo tante lacrime durante gli ultimi concerti, ma lacrime vere, di pura tristezza, perché per me quella è sempre stata come una famiglia: si sono costruite delle meravigliose dinamiche naturali tra di noi oltre ad un naturale affetto reciproco che rendono lo stare sul palco assieme una vera gioia. Da questa esperienza ho imparato davvero tantissimo e sono cresciuta sia come persona, che come musicista ed artista. Durante i concerti, così come in tutti gli altri momenti trascorsi insieme, ci siamo sempre divertiti tantissimo.
Devi sapere che Faso è solito dare mille soprannomi a tutti e mi chiama Pai, Fillek o VellaKu e con mille altri nomignoli spassosi: ricordo una sera in cui feci un vocalizzo sulla Canzone Mmnonota che venne particolarmente bene, dopo due secondi mi si avvicinò Elio e con tono di grande stupore mi sussurrò «Filllleeeeek!» come a dire «Brava, Paola». Ho riso come una pazza per tutto il resto della canzone!
È davvero difficile stare seri sul palco perché sono tutti personaggi di una simpatia contagiosa: una volta mi dimenticai una frase nel brano Tristezza. Niente, non mi veniva in mente, e arrivata a quel punto dissi “nananananana… non me la ricoooordo più”. Elio non riusciva più a cantare e Faso smise di suonare il basso dal ridere, insomma un momento esilarante che non scorderò mai.

Personalmente devo dirti che l’emozione che mi trasmetti quando canti un pezzo come Plafone è qualcosa di indescrivibile.
Quando mi chiamarono per fare il primo tour feci davvero dei salti di gioia, furono Rocco Tanica ed Elio a contattarmi. Per me era un periodo emotivamente molto complicato a causa della perdita di mia madre e venivo da un’esperienza di vocal coach a Zelig affrontata con grande difficoltà proprio per questo lutto.
Quella telefonata per me fu un regalo di mia mamma dal cielo perché fare un tour con Elio e le Storie Tese era sempre stato il mio sogno, dato che mi era già capitato di collaborare in modo sporadico con loro (tipo all’Mtv day, in date particolari, con la Biba Band, ecc) . Fatto sta che mi arrivò il repertorio da studiare ed Elio mi disse che Plafone sarebbe stato il pezzo d’apertura del concerto: per me fu uno shock.
Ricordo addirittura il giorno in cui stavo studiando la canzone, era il giorno di Pasqua, e giuro che piangevo perché avevo paura di non farcela: io sono un mezzo soprano mentre Antonella Ruggiero è un soprano leggero, per cui ho dovuto riadattare la mia voce al brano, studiare dove “mettere” il suono, come prendere quel “la” malefico che arriva a metà del mio intervento ed esercitarmi davvero tantissimo in modo che tutto risultasse naturale. Insomma più o meno (ride, ndr). Rammento che al primo concerto ero talmente agitata che ho “spinto” così tanto che in certi punti sono risultata addirittura crescente. Poi piano piano mi sono assestata.
Il brano è stupendo ma anche molto difficile e Antonella ha un talento straordinario, è un mito assoluto per tutte le cantanti. Ricordo ancora la prima volta che la conobbi: mi ritrovai casualmente a casa sua e dovevo registrare un jingle per uno spot con suo marito (Roberto Colombo, noto musicista e attivo anche in pubblicità). Non sapevo che fossero sposati e quando fu lei ad aprirmi la porta della loro casa/studio quasi svenni: per una giovane cantante come me trovarsi di fronte ad un vero e proprio mito come Antonella era qualcosa di indescrivibile. Quando, al termine di quel pomeriggio, mi invitò a cena non le diedi neanche il tempo di finire la domanda che accettai immediatamente perché poter passare del tempo con lei era per me era un’occasione imperdibile. Credo di averle fatto un centinaio di domande, forse di più, mentre la guardavo con ammirazione.

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Qual è la canzone che ami di più interpretare sul palco con gli Elio e le storie Tese?
Cantare con loro è sempre una gioia, quindi è difficile scegliere, però se devo darti qualche titolo sicuramente Plafone, ma adoro anche Heavy samba, Ritmo sbilenco che ho cantato sull’album Figgatta de Blanc e, sempre da quel disco, Vacanza alternativa, dove interpreto il ruolo della nonna che comunica in musica la ricetta del risotto con i funghi. Ad essere sincera, però, mi piace veramente tutto ciò che ho fatto con loro.

Hai condiviso il palco con tanti grandissimi artisti, come ad esempio Renato Zero, uno dei più grandi interpreti che la musica italiana abbia mai avuto. Che esperienza è stata per te?
Qui potrei parlare per ore, però c’è da dire innanzitutto una cosa: Renato non è solo un grandissimo interprete, ma è davvero una grande cantante e ha una voce meravigliosa! Vederlo lavorare sia alle prove che sul palco per un tour mi ha fatto capire chi è e perché è diventato quello che è ora: la sua magnifica e superba capacità interpretativa sommerge a volte la grandezza vocale alle orecchie degli astanti. È un Artista che non ha mai un momento di cedimento sul palco, da ascoltare e studiare con attenzione.
Pensa che durante le prove canta esattamente come canta sul palco durante i concerti, con la stessa enfasi, entusiasmo ed interpretazione. Mi ricordo che in sala prove, mentre cantava Cercami, mi sono accorta che avevo gli occhi pieni di lacrime. Quante volte gliel’avrò sentita cantare? Centinaia? Eppure mi emoziona sempre come la prima volta.

Si è da poco concluso Sanremo e tu sei stata li in qualità di vocal coach. Partiamo dalla domanda più semplice: quali sono i pezzi che hai apprezzato di più?
Le nuove proposte mi sono piaciute tantissimo: Davide Shorty, che ho preparato per la kermesse, ha interpretato un pezzo davvero fantastico e ho apprezzato molto anche Wrongonyou. Tra i big mi sono piaciuti Malika, anche lei si è preparata con me, e Colapesce e Di Martino che hanno portato un pezzo davvero carinissimo, perfetto per il periodo e che infatti ha avuto il successo previsto. Ho apprezzato poi le canzoni di Ghemon e Willie Peyote, ma devo dirti che anche Gio Evan aveva un bel brano, anche se era molto emozionato. Mi sono piaciuti poi i Maneskin: Damiano tiene il palcoscenico da vera star, potrei vederlo senza problemi su un palco di un festival importante all’estero. Loro sono cresciuti davvero molto, li ho conosciuti ad X Factor (era la coach del programma) e subito ho visto che avevano una marcia in più… e sono giovanissimi! Trovo invece che La Rappresentante di Lista abbia portato al Festival un bel pezzo e lo abbia cantato bene, ma penso anche che sia stata “sommersa” da una base musicale troppo piena che ha fatto leggermente sparire le sue qualità vocali, che invece sono ottime.

Hai citato Davide Shorty, di cui io sono assoluto sostenitore. A Sanremo ha portato Regina, un pezzo di grande valore. Forse sarò di parte, ma secondo è il brano più bello che ho sentito al Festival quest’anno. Com’è stata la tua esperienza con lui?
Adoro Davide Shorty, è un cantante stratosferico con un grande senso del ritmo e, credimi, non è una cosa scontata. La prima volta che l’ho sentito a X Factor mi ha lasciato a bocca aperta, ma da allora è cresciuto tantissimo e si è evoluto sia come artista che come autore. Ho ascoltato tutto l’album (in anteprima, ma poi l’ho comprato) e mi piace molto: lui unisce il rap alla melodia, spostandosi sul tempo in maniera egregia e con una capacità ritmica eccezionale che lo rende perfetto per il genere. È un musicista (suona molto bene la chitarra), ho sentito Regina fatta solo con chitarra e voce ed era bellissima: quando un brano sta in piedi così vuol dire che ha fatto centro. È stato davvero meraviglioso lavorare con lui, mi ha chiamato appena finita la sua esibizione dicendomi: «Paola, ti chiamo prima della mia mamma» per ringraziarmi del lavoro fatto assieme e, credimi, mi sono commossa: queste cose mi toccano profondamente, non do mai per scontata la gratitudine, mi piace condividere successo e sconfitte e qui abbiamo davvero condiviso una gioia incredibile!

Che rapporto si instaura tra un cantante ed il suo vocal coach?
Quando trovi artisti che si lasciano guidare è molto bello, quando mi chiamano per avere la mia collaborazione mi metto subito a disposizione. Prendiamo come esempio Shorty o Malika: si tratta di grandi professionisti che sanno ascoltare un consiglio e questo è un aspetto fondamentale: si lavora in squadra per ottenere un risultato che non snaturi l’artista, ma che anzi lo esalti e allo stesso tempo lo faccia sentire tranquillo a livello tecnico per la performance. Bisogna sempre cercare di imparare ed io per prima cerco di farlo continuamente, dobbiamo ispirarci ai grandi e capire quanto lavoro c’è dietro un grande successo, ed è quello che cerco di trasmettere anche ai miei allievi alle masterclass, in Conservatorio, in tutti i corsi che tengo: lavorare sempre e in modo costante, non perdere tempo, prepararsi, mirare all’eccellenza perchè nessuno, specialmente in questo momento storico, ti regala nulla. Il treno passa per tutti, una volta, al massimo due, e bisogna essere pronti a prenderlo.

Cosa fa un vocal coach che si approccia ad un cantante, magari appunto in un’occasione come il Festival di Sanremo, dove l’artista si presenta con un pezzo che tra prove e registrazioni ha già cantato molte volte?
Quello è un palco che ti taglia le gambe. Ho visto artisti con una carriera di anni sulle spalle molto molto emozionati, e lo dico per esperienza: la voce trema, il microfono pure, il respiro si fa corto, bisogna imparare a gestire tutto questo e tanto altro. Io ho le mie tecniche di rilassamento e riscaldamento che uso prima di salire su qualsiasi palco, ma non per tutti sono uguali. Questo come artista, mentre come vocal coach devi cercare di far arrivare gli artisti tranquilli e sicuri alla loro performance. È un po’ come fare scuola guida: le prime volte fare tutti quei movimenti per cambiare una marcia ti sembra una cosa impossibile, ci sono davvero troppe cose da fare contemporaneamente e pensi “Ce la farò? Mah”, ma poi come per magia tutto diventa naturale e, come per la macchina, anche quelli sul palco diventano automatismi.
In breve un vocal coach è un professionista che aiuta i cantanti a occuparsi di stile musicale, personalità, suono, lavoro sul testo, interpretazione, postura sul palco, miglior resa della performance. Il coach aiuta l’artista con la pronuncia ,sia in italiano che in inglese o altre lingue, la dizione, il fraseggio musicale, le esibizioni, e lo aiuta a far “suo” il brano. Lo aiuta anche a lavorare sulla gestione dello stress e quindi sulla respirazione, soprattutto su un palcoscenico come quello di Sanremo.
È ovvio che l’impostazione del lavoro cambia a seconda della persona con cui devi lavorare. Avendo collaborato anche con molti artisti che non erano propriamente cantanti, come ad esempio (a Zelig) Claudio Bisio, Vanessa Incontrada o Michelle Hunziker, in quei contesti il coach deve cercare di esaltare tutti i pregi dell’artista, nascondendo le eventuali carenze vocali, e devo dire che ci siamo sempre riusciti divertendoci moltissimo.
Il senso del lavoro del coach, alla fine, è quello di far prevalere sempre la personalità del cantante che ha davanti, far emergere la sua unicità ed essere anche una sorta di “tranquillizer” per chi si esibisce, perché durante la performance possono subentrare mille variabili (un qualcosa che distrae all’improvviso, un cavetto che si stacca dagli in ear o cose di questo tipo), e gli artisti devono essere in grado di avere tutti i mezzi e gli automatismi per superare ogni possibile problema e divertirsi al massimo durante tutta la loro esibizione. Una volta che ci si è preparati al meglio poi ci deve essere quello che ho detto poco fa: il divertimento e la capacità di far arrivare il brano al pubblico.

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Chiudo questo articolo con una frase che ha detto Paola durante la nostra chiacchierata e che mi ha decisamente colpito, lei che con la sua meravigliosa voce tocca sempre le corde dell’anima: «La voce è qualcosa di tuo, tutto quello che passa attraverso le corde vocali è emozione, è qualcosa di nostro, di interiore, ce l’abbiamo dentro, e noi con la nostra voce cerchiamo di dare corpo ad un’emozione».

Grazie Paola, perché anche parlare con te è stata un’emozione.

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