La mia gatta ululava dal profondo del tempo.
Da anni non si udiva la sua voce,
scomparsa dopo un lungo vivere solenne.
Eppure era lei.
Il suo canto mortale pungeva la notte,
risalendo campi, torrenti, e boschi subissati di macerie.
Dove sei, Callas, e perché piangi. Da dove?
Forse ti riesuma questo sbaglio epocale
che si impone a me che non l’ho meritato?
Forse riecheggia nel niente la tua vendetta
per amore mio, è forse questo?
Ma lo stesso guardai più volte
da un’altezza che mai ebbe la mia abitazione,
divenuta fredda
persino nel risveglio di primavera,
e per quanto cercassi
il ciglio malato del mio pianto
non mi restituiva la visione
del mio piccolo protettore felino.
Gli animali ci dicono
chi noi siamo, pensai
nel vitreo di lacrime
che mi gonfiavano lo sguardo,
e per quanto si creda al finito,
essi ci rimandano l’eterno
attraverso l’amore provato,
ferita mai rimarginata
dal vivere.
So che sei lì,
nel galleggiamento assoluto, a fare contrasto
opponendoti al nulla
con la tua ferocia,
ed è il fatto di non poterlo provare
ad aumentare il volume del mio bene.







































