Già più di trent’anni fa lo chiamavano “il papà dei cantautori anni 70”, punto di riferimento dei primi passi di quella che fu definita, abbastanza sbrigativamente, la “scuola romana”. Edoardo De Angelis, classe 1945, era con Stelio ai tempi gloriosi del Folkstudio ultimi sixties e poi nella Schola Cantorum, prima di diventare solista spesso alla ricerca di una casa discografica che gli permettesse di incidere i suoi album delicati eppure intensi, raffinati eppure immediati, poetici eppure leggibilissimi. Oggi festeggia il cinquantesimo anno di attività con un nuovo album, dal titolo progettuale Io volevo sognare più forte (Il cantautore necessario/Egea Music).
La sua è una carriera importante anche come produttore (dal debuttante Francesco De Gregori all’ultimo Sergio Endrigo, dalla sua etichetta Cantare in italiano ai duetti di Antologia d’autore) e come scrittore (il libro Scrivere canzoni vanta varie ristampe), come divulgatore radiofonico, docente, interprete teatrale e soprattutto segnata da infinite collaborazioni, da Mina a Tosca e Paola Turci, da Albertazzi, Camilleri, Paolini, Marcoré a De André, Battiato, Dalla e moltissimi ancora. Riconosciuta, fra gli altri, con il Premio alla Carriera “Una vita per la musica” dell’importante festival Folkest.
Ma soprattutto De Angelis è un personaggio attento a quanto lo circonda, su cui sa esprimere il suo punto di vista con coraggio e personalità, capace di passare dal “ricordo di tutte le persone che mi hanno regalato una piccola emozione” alla bandiera europea “segnale di pace stabile e di libertà con un anello di stelle nuove al vento”, dalla consapevolezza “sembrava un gioco ma non lo era, ci vuole un fisico bestiale per cantare una vita intera” alla discutibile L’apertura della caccia.
Sono alcuni passaggi delle canzoni di Io volevo sognare più forte, il ventesimo e più lavoro da solista di Edoardo, che ripropone tematiche a lui care come l’attenzione verso i più fragili (Lettera dall’inferno, Il lupo non verrà), l’incontro tra sogno e realtà (L’orso e la stella), il valore dei sentimenti (Nel mio cuore, Cuore selvatico), Il dolore del mondo da Hiroshima al “Figlio del falegname”, dall’Inquisizione ad Auschwitz per imparare il perdono, l’amore per Napoli (che fa da contraltare alla vecchia invettiva contro Milano) e le favole di oggi (Biancaneve non verrà). Fino alla ripresa della sua Lella, simbolo di un’attenzione alla battaglia contro la violenza sulle donne che De Angelis ha spesso combattuto in prima linea.
Nella sua chiave che sembra sempre fragile, con il suo mondo che “gira e quante storie avrà, le vedi scintillare una per una”, tutte raccontate “per arrivare insieme sulla luna, attenti a non cadere dalla luna”, e che invece è solida e dalla costruzione articolata, anche grazie a una corposa base strumentale, con musicisti di tutto rispetto (citiamo nel mazzo il polistrumentista e produttore Alberto Laruccia, il pianista Alessandro Gwis, le chicche solistiche del chitarrista Michele Ascolese e del violinista Nhare Testi).
Cantautore classico, se proprio il termine dovesse rappresentare una sua “idea” quasi platonica, che accresce con una ricchezza matura il suo repertorio di ballate mutevoli che sanno volare con lirica serenità e poi dettare i toni dell’invettiva, che allargano gli orizzonti (e non solo nelle due canzoni di chiara apertura europeista) e poi si guardano dentro con un terzo occhio coraggioso. In un incontro tra quelle stelle e quei sogni che Edoardo individua a posteriori come i fili conduttori di questo disco che possiede quel sapore d’antan che non si svuota di significato con il passare delle stagioni.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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