decadence

Negli anni in cui sferrai il mio primo attacco all’impero della musica, l’argomento principe di chi rifletteva sulle cose presenti era la fine del mondo. Temuta come possibile, probabile, forse imminente. Un’immane esplosione nucleare ne sarebbe stata la causa, la si attendeva quasi da un istante all’altro, così come certo era il fatto che la guerra fredda sopraggiunta anni prima come mostruoso bilanciamento delle forze in campo tra est ed ovest, fosse basata su un paritario approv-vigionamento di armamenti nucleari.

Il mondo sviluppatosi nel novecento non è un mondo bello, ammesso che bello lo sia stato nei tempi precedenti al secolo più rovinoso che la storia dell’umanità conosca. Soprattutto l’avanza-mento della storia stessa sembrerebbe aver pro-dotto un peggioramento progressivo delle qualità intellettive dell’umanità, se coi secoli essa  è riu-scita nell’intento di minare le proprie probabilità di sopravvivenza.

In musica sfilavano per la prima volta concetti come la fine della civiltà occidentale.

I can feel the fear in the western world”, è un verso di un brano* della formazione Ultravox!, che nel 1977 imperniava parte essenziale della propria estetica sulla caduta di ogni valore dell’occidente più avanzato. Solo qualche anno più tardi in una canzone** Mister Sting, recitava: “I hope that Russians love their children too”. Non è esattamente vero che le precauzioni e l’amore per le generazioni future dovesse essere invocato e raccomandato solo da una parte, così il brano avrebbe potuto intitolarsi a buon diritto anche Americans. E perché lo afferrassimo tutti con una terrificante evidenza, sarebbe dovuto giungere il 2001, la “caduta” delle torri cele-berrime, le guerre pretestuose da ciò scaturite in medio oriente, gli squilibri negli assetti geopoliti-ci derivanti dall’imperialismo occidentale, il caos planetario i cui effetti disperati proviamo ora più che mai sulla nostra pelle.

Ma se si torna alla fine degli anni settanta e al principio degli ottanta, la tematica suggerita da avvenimenti votati all’assurdità come quelli sopra citati e oggi portati all’ennesima potenza, si fondava su due filoni principali: fine del mondo per guerra nucleare, e avvento dell’era compu-teristica.

Una postumanità estenuata, decaduta, sebbene sottilmente votata a un ricorso alla più ricercata ed esausta bellezza delle forme, era un tema caro e ricorrente. L’immagine stessa dei musici, dei teatranti, delle figure al cinema, era incline a una estetica raffinata, parossistica. Si rifondò il concetto di “decadente”, per quanto fosse ben altra cosa rispetto a ciò che poteva essere stato lo stesso gusto in arte nel periodo triste del secondo conflitto.

Io personalmente avviai una fitta corrispondenza col giornalista-musicista estremo Maurizio Bianchi, che aveva preso a formulare in prima persona un approccio rumoristico con la musica e produceva in proprio musicassette in cui sibi-lavano stridori lunghi e modulati come deraglia-menti di treni per tutta la durata di ogni facciata di nastro. La si considerava “musica concreta”, e in copertina delle sue opere in tiratura limitatis-sima Bianchi amava mettere immagini vere della seconda guerra mondiale, in cui campeggiavano sovente militari germanici, non di rado ritratti sullo sfondo di stendardi con la svastica nazista. Le sue lettere mi travolgevano, scritte con una minuta grafia a colori su fogli di acetato, dai quali si sarebbe inesorabilmente sfumata.

Il tema della morte sociale, della distopia, della fine di ogni impresa civile e umana, lo spingersi verso un’estremità mai toccata prima, e tutto l’immaginario legato a tale estremità, come il freddo, l’inverno, la rarefazione dei rapporti, la militarizzazione, le carestie, per quanto assurdo possa apparirvi, erano una grande fascinazione.

Poiché erano la sublimazione in arte di una paura profonda.

Io e i miei compagni, raggiunto l’accordo con un produttore, ci facemmo confezionare suo tramite dei costumi di scena che somigliavano a divise, con le camicie in seta fiorentina, pantaloni con la falda da equitazione, stivali, e una fascia fluo-rescente al braccio.

L’estetica estuenuata e militaresca, addolcita qua e là da una buona dose di arredamento floreale, fu la cifra stilistica visiva che sottolineava un ricorso continuo a una visione ultima del vivere. La si poteva cogliere nell’aria. Uscivo la mattina assai presto, e mentre il resto della città si apprestava ad affrontare ordinarie giornate di lavoro, poco prima che il caos prendesse il via, mi aggiravo in strade abitate ancora da un’aura plumbea di notte appena sfumata, per fotografare le facciate più decandenti e polite, le più geo-metriche ed imperiali dei palazzi per trarne poi una devota ispirazione per canzoni e scritti. Non avevo la più lontana idea di cosa volesse dire soffrire. Non avevo idea di cosa fossero guerra, morte, malattia, condizione estrema del vivere. Estetizzavo l’esperienza angosciosa. Lo slancio e l’orgasmo dell’invenzione. Il mio cinema era quello malato e meravigliosamente perverso del Luchino Visconti di “Ludwig” o ancor più estremo di “La caduta degli dei”, o la potente deriva sensuale della Cavani de “Il portiere di notte”. Bellezza e malattia vi si fondevano in un amplesso stordente. Mi facevo ritrarre accanto a carnosi mazzi di lilium candido. In un bianco e nero accuratamente formulato. Talvolta virato al seppia, altre volte all’azzurro. Avevo tinto per intero la mia camera di blu cobalto, soffitto compreso. E poi vi avevo scritto sul tema una canzone, giacché il blu era la tinta del malinconico. Ero un folle adolescente convinto di essere coevo della fine dell’umanità.

Nella follia e nell’astrazione tuttavia non mancai di cogliere qualcosa di meno evidente dei fattori politici che in qualche misura nei decenni prima avevano innescato e poi alimentato tutta quella inclinzione al senso di perdita. Ciò che animava il mio gesto artistico era la sottile intuizione di avere infilato un’epoca, un percorso lungo e frastagliato in cui vivere sarebbe stata una cosa affatto diversa e nuova, un’esperienza non più dissociabile dal senso dell’irreparabile. Un rovi-noso precipizio collettivo.

Tale predisposizione che era qualcosa addirittura di risibile per alcuni, per altri era solo una tendenza passeggera, per altri ancora un vezzo associato a certa musica. Il peggio del mercato seppe scimmiottare, annacquare, violentare tale sentimento di estremità che una generazione acu-ta ha saputo annusare nell’aria, e nessuna delle tante interpretazioni formulate su quel periodo di presagio si dimostrarono in seguito vere.

Di vero vi fu e c’è, come si vede, il fatto che noi uomini abbiamo disimparato la logica dell’agire assennato. Ingannati, abbagliati dall’idea che il mondo avrebbe solo potuto crescere in meglio e progredire, non abbiamo colto che dentro ci covava un profondo germe suicidario.

Ma per me, vestito da militare dandy su un litorale in inverno, tutto quel malore epocale fu la rivelazione.

E oggi sento quello stesso presagio soffiare nell’aria di primavera.

* Fear in Western World – Ultravox! “Ha! Ha! Ha! 1977

** Russians – Sting – “The Dream Of The Blu Turtles” 1985

***Decadence – Underground Life “Cross” 1981

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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