Motta: “Semplice” è un disco nato perché ne avevo bisogno

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Un disco essenziale ma non minimale. Nei suoni, nelle parole, nella copertina che porta nero su bianco (anzi per meglio dire su grigio chiaro) una parola soltanto. Un aggettivo che già da solo è una dichiarazione d’intenti e che, come titolo dell’intero lavoro discografico, ne traccia lo stile e diventa un punto d’approdo: Semplice è il nuovo album di Motta uscito oggi 30 aprile 2021.

Il viaggio di Francesco Motta per la costruzione di questo disco è un cammino fatto a ritroso, senza aggiungere nulla, ma togliendo – un passo alla volta – tutto ciò che è superfluo, per arrivare a mettere in evidenza solo ciò che è necessario. “Anche per questo non sono in copertina. Se devo snellire parto dal fatto che la mia immagine sull’album non è indispensabile, a volte si deve lasciare che siano le canzoni a parlare” ci racconta.

E i 10 brani che compongono Semplice – anticipato dal singolo E poi finisco per amarti uscito lo scorso 7 aprile – parlano benissimo una lingua comprensibile da chiunque, negli ultimi 365 giorni più che mai, si è trovato a fare i conti con se stesso. E ne è uscito vincitore.

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Si tratta di pezzi che raccontano di amore, amicizia, affetti, delusioni e risalite. Un percorso interiore affrontato con la sensibilità tipica di questo cantautore toscano (e anche un po’ romano) ma anche con le consapevolezze di chi ha superato ormai “la fine dei vent’anni” e inizia a vedere nel capitolo della vita che sta vivendo, quello adatto per dedicarsi alle piccole cose. Le uniche davvero importanti.

Sebbene si intraveda nei testi la riflessione su un periodo fatto di interrogativi e dialoghi con se stesso, i brani che compongono il disco non sono tutti strettamente legati al lockdown: “Avevo iniziato a lavorare a questo disco già un bel po’ di tempo fa, ci sono alcuni brani nati addirittura prima di Sanremo 2019. Ora ho avuto tanto tempo per starci dietro, riprenderli. Molte canzoni sono nate prima della “fine del mondo” e tra queste c’è ad esempio Qualcosa di Normale che, ovviamente, ha acquisito un sapore diverso alla luce della pandemia, ma è precedente a questo periodo”.

È proprio Qualcosa di normale uno dei brani più incisivi ed emozionanti dell’album: l’unico duetto realizzato con la partecipazione di Alice Motta, sua sorella. “L’idea è venuta a Francesco De Gregori. Questo pezzo ricalca un po’ i suoni di quel cantautorato tipicamente de gregoriano e ho fatto un sogno in cui glielo facevo sentire. Allora ho pensato di fargli ascoltare davvero questa canzone. Gli ho scritto, è stato gentilissimo:  l’ha sentito e mi ha scritto una mail bellissima in cui mi ha detto che ci sarebbe stata bene una voce femminile. L’unica a cui ho pensato è stata Alice perché è mia sorella, certo, ma anche perché la reputo una delle più belle voci che conosco. Ovviamente la parola Amore, cantando con mia sorella ha assunto un significato tutto nuovo”.

In questa canzone a due voci Motta nomina anche i sanpietrini, compagni di tutte le sue passeggiate a Trastevere, quartiere dove ha sede lo studio di registrazione in cui l’album ha preso forma: “Si pensa sempre che sanpietrino lo possa dire solo un romano. Non è così. Dopo dieci anni che ci vivo, Roma è diventata anche un po’ la mia città. C’è tanto di Roma in questo disco”.

E anche l’accettazione di Roma come casa rappresenta un punto di svolta nel suo percorso di crescita umana e artistica: “Basta parlare solo della provincia, spesso nei miei pezzi ripetevo da dove vengo e parlavo del passato, per imparare ad accettare chi sono. Oggi non sono più spaventato da quello che vivo. Prima avevo molta paura di fermarmi e dirmi che sto bene. Nei miei lavori precedenti si nota. Stavo sempre fuori, rubavo le storie degli altri, ero malato di socialità. Quando è venuto meno tutto questo e sono rimasto fermo a pensare, ho capito meglio come stavo e l’ho raccontato a me per primo. Anziché guardare al passato ho iniziato a immaginare il futuro e dove volevo andare”.  

Semplice non è quindi solo il titolo dell’album e di uno dei brani della tracklist, ma un termine che ritorna spesso nei testi di tutte le canzoni che compongono questo puzzle emozionale. E diventa, nota dopo nota, il modus vivendi del nuovo Motta.

In questo album, rispetto ai due lavori precedenti, si sente forte anche la voglia di mantenere i suoni veri e puliti, adatti a una dimensione live. “Come ho già detto ho sentito molto la mancanza di persone nell’ultimo anno e ovviamente ho sentito forte anche la mancanza della band. Quando ci siamo ritrovati a settembre in studio, insieme, appena si poteva, è stato bellissimo. Penso che questa voglia che avevamo di essere insieme sia uno dei punti focali del disco. E si senta quanto bisogno c’era di suonare in tutti noi”. E poi aggiunge: “Quando facevo i concerti, sin da ragazzino, mi dicevano che dal vivo le mie canzoni venivano meglio che in studio. Penso che dovrebbe essere sempre così e per la prima volta, in questo album, quello che sono dal vivo e quello che ho fatto nel disco, si avvicinano molto. Abbiamo ricreato anche la parte emotiva che nei concerti hai, per forza di cose, dal contatto con il pubblico. E non è stato semplice”.

Una volontà, quella di creare un album estremamente “vero”, resa possibile anche dalla decisione di lavorare con compagni di avventura già interpellati in passato: da Gino De Crescenzo (Pacifico) per la scrittura a Taketo Gohara per la produzione. “Lavorare con persone con cui ho già lavorato mi ha regalato un senso di libertà. Io e Taketo, ad esempio, siamo molto veloci nel capirci. Ho sentito finalmente in studio la sensazione di divertirmi a fare musica”.

Tra le novità invece c’è la collaborazione con Dario Brunori co-autore di Quando guardiamo una rosa: “Io e Dario siamo amici ma non avevamo mai lavorato insieme e avevo bisogno di un altro punto di vista per quel brano, anche per raccontare un periodo non particolarmente bello. Non ci giriamo troppo intorno: lo scorso anno è stato difficile e non solo per me, per tutti. Per questo c’è una lunga parte strumentale sul finale: ho pensato che forse non c’erano le parole giuste per raccontare un periodo così assurdo, allora ho lasciato che lo facesse la musica, che traccia una storia anche se non ci sono parole per raccontarla”.

Semplice, in fin dei conti, è un disco nato da una necessità espressiva e che passa per l’accettazione della vita così com’è, in tutte le sue sfumature: “Mentre lavoravo all’album, pensando a tutto ciò che c’era fuori dal mio studio, mi sono detto: non mi devo lamentare, io sono fortunato a fare questo mestiere. A prescindere dai live che sono dei festeggiamenti, faccio un lavoro bellissimo e devo esserne grato. Ci sono tante canzoni in cui me lo dico: qui va tutto bene. Non me ne vergogno, oggi sono molto attaccato alle cose che mi fanno davvero stare bene, non sono tantissime ma ci sono e, per me, sono molto chiare”.

E poi conclude: “Perché ho fatto questo disco? Per me. C’è una citazione del gruppo Colle der Fomento che lo spiega perfettamente: Non lo faccio né per la gloria, né per l’oro: lo faccio perché sennò me moro”.

La tacklist di Semplice

  • A te
  • E poi finisco per amarti
  • Via della luce
  • Qualcosa di normale
  • Quello che non so di te
  • Semplice
  • Le regole del gioco
  • L’estate d’autunno
  • Dall’altra parte del tempo
  • Quando guardiamo una rosa

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