Dalle note di presentazione di molti Uffici-Stampa, quasi ogni artista di quelli da essi presi in carico e presentati in pompa magna, sembrerebbe essere “il più originale e grande artista italiano”.

A seconda se la tendenza in circolazione è quella a insistere sulla presunta integrità, sulla presunta forza comunicativa o su altre virtù ritenute le più appetibili e gettonate del momento, il pedigree dell’artista viene ritoccato su altisonanti qualità, come quella di “il più puro”, “il più completo”, eccetera, eccetera.

A quanto pare la maggioranza di noi riesce a credere che qualcuno possa vantare primati assoluti, come quelli espressi tristemente e di continuo sui media rispetto a eventi di mercato.

Se prendiamo in esame la corsa ad apparire il numero uno, la dabbenaggine di una tale posizione risiede già con evidenza mastodontica nel fatto che, come sappiamo, non possano esserci tanti numeri uno, essendo esso, e per definizione matematica, uno solo.

O meglio: uno, e solo.

Uno significa infatti essere privo della qualità del molteplice. È una triste condizione di solitudine e assenza di contatto. Se vi è in matematica una condizione unica e univoca, ininterpretabile, quella è espressa dal numero uno. Perché, già a partire dal due, le cose si aggiustano. Due è divisibile e può dunque generare, mentre uno non può; due può aprirsi al confronto duale e l’uno non può, e così via, filosofeggiando alla radice delle condizioni numeriche che ci appassionano al punto da riportarle così spesso in politica, cioè in quella sfera di atti volti a condizionare le moltitudini allo scopo di gestirle o, per meglio dire, controllarle.

Allora torniamo al nostro Ufficio-Stampa e al goffo vizietto di tentare il primeggiamento del proprio “prodotto:” al di là delle vanaglorie e delle sparate pubblicitarie, è interessante andare a cercare l’origine della tendenza a porre chiunque ai vertici di qualunque categoria.

L’origine di tale tendenza non fa onore né all’arte né alla più semplice proposta di pensiero. Perché l’origine, insediata nel ragionamento secondo il quale un prodotto debba gareggiare con i suoi concorrenti tanto ferocemente da puntare allo sbaragliamento della concorrenza, è bellica. Ora, se l’atteggiamento, in quanto bellico, è anche antico, ad aggravare le cose va riconosciuto che esso oggi è più acuito e più feroce che mai, dato che nel mondo si possono annoverare poche, anzi pochissime organizzazioni commerciali che egemonizzano l’intero pianeta, politiche e Stati compresi, avendo avuto cura e modo appunto di sbaragliare, scompaginare, rovinare, inglobare, fagocitare ogni concorrenza.
Che cosa è guerra? Competizione mortale tra due o più predatori allo scopo di mettere le mani su un determinato bottino.

Quel bottino si annuncia oggi sempre più vasto, essendo divenuta sempre più capillare la capacità di azione dei predatori, in grado di scovare chiunque pressoché in qualunque anfratto del terreno di guerra, ovvero oramai l’intero globo.

Torniamo ora all’ambito espressivo.

Un film deve buona parte della propria fortuna alla capacità di gittata di produzione e distribuzione che lo hanno in carica. Così un disco, non neghiamolo: l’ultima qualità richiesta ad un progetto artistico è il suo valore intrinseco. Più si semplifica o meglio ancora banalizza il contenuto, più si amplifica la capacità di raggiungimento di vaste fette di pubblico, e da qui deriva in genere l’intervento di un forte organismo economico che possa favorire tale gittata. Se vi è sufficiente carica divulgativa, le probabilità di imporre un prodotto aumentano di pari passo con la potenza di fuoco messa in atto da chi detiene i diritti dell’opera e si aggiudicherà gli utili della sua messa in commercio. E come in guerra, chi più saprà esprimere potenza di fuoco o astuzia di azione, strategia di manovra o persino inganno, vincerà.

In base a tale criterio, un buon disco, o persino un eccellente disco, ma di più, a volte, persino un autentico caposaldo di un momento storico, un’opera che un domani potrebbe essere ricordata come vetta di pensiero, rischia di passare inosservata, oppure di faticare a dismisura prima di trovare una giusta, risicata visibilità.

Queste regole meschine del mercato dilagano e circondano ormai le nostre vite inquinandone la limpidezza, come un oceano di liquami di origine fognaria immesse in uno sbocco a mare, poiché effettivamente null’altro sono che scorie degeneri del pensare proficuo.

Di esso non conservano più nulla di accogliente, divulgante, niente che sia più rivolto al bene.

L’atteggiamento predatorio insito nelle regole del mercato fa sì che noi si possa essere privati dunque delle più alte proposte, per vederci propinare al loro posto le più sponsorizzate schifezze, finendo tutto ciò per condizionare il pensiero collettivo, il quale invece necessita sempre di una cura di natura educativa, e di un’attenzione speciale verso la crescita delle collettività.

Non c’è bisogno di essere geni o santi benefattori per comprendere la logica che sottende a tale ragionamento: meno mi occupo di crescita collettiva e più sarà profittevole l’azione privata di singole e sempre più forti, sempre più isolate entità, che finiranno per convincersi di poter egemonizzare, monopolizzare, controllare tutto e tutti.

Per questo è risultato assai producente per i privati cannibali che imperversano la tendenza dapprima a mistificare la proposta, poi ad imporre la propria e unica visione di mondo, nel più violento disinteresse nei confronti del genere umano inteso come insieme di sensibilità verso cui mantenere un adeguato rispetto.

Per questa stessa ragione risulta conseguente il fatto che persino la stampa e in genere buona parte dei principali organi di informazione abbiano mutato la natura profonda del proprio mestiere, trasformandosi da organismi volti alla corretta e imparziale circolazione di idee e notizie, in veri e propri contenitori di menzogne utili a obnubilare le menti, promuovendo una visione di mondo deformata e parziale.

Ma chi può trarre profitto da una generale ignoranza più che da una crescente presa di consapevolezza dei più, se non chi punti a omologare e controllare ogni cosa?
Lo scopo ultimo sembra essere quello di fagocitare la parte sottomessa del mondo, abilmente trasformata col tempo in un’informe poltiglia di indistinti consumatori che infine verrà a propria volta consumata. Ma come i capò dei lager nazisti, che favorivano l’ingresso nelle camere della morte in cambio di false promesse di salvezza, la parte malata della comunicazione dei media finirà essa stessa per scivolare, seppure per ultima, nel baratro che sta contribuendo a creare.

Tutto questo potrebbe accadere se il mondo si dovesse trasformare in un’imponente, mostruosa egemonia, in un numero uno colossale al cui cospetto nessuno potesse più opporre un parere contrario o anche solo divergente. Più Grande del Big Brother, il Grande Fratello di Orwell, più mostruosamente, subdolamente forte di qualunque potenza mai conosciuta. Se ciò accadesse in modo definitivo, chiunque avesse uno slancio di limpida necessità di vero, verrebbe per ciò solo brutalizzato, isolato, eliminato, annientato.

Mangiato.

Ma questa dura riflessione sul nostro tempo non sarebbe del tutto mia se non contenesse una via d’uscita.

Come salvarci?

Ingannando l’ingannatore.

Chi abbia letto la favola di Hansel e Gretel riportata dai Fratelli Grimm, ricorderà che i due piccoli fratelli della favola tenuti prigionieri in attesa di divenire sufficientemente paffuti da poter essere divorati dalla strega cannibale e cieca, si salvano offrendo ogni mattina un osso di pollo alla strega al posto del ditino, affinché lei li possa ritenere il più a lungo possibile non sufficientemente in carne per essere consumati. La strega ingannatrice, ingannata a sua volta, finisce male.

Questa strategia si avvale del vantaggio offerto da una fondamentale caratteristica dell’usurpatore: una disumana stupidità, giacché ciò che è umano, e sì fallace, ma anche dotato di una sottile risorsa interiore, mentre è facilmente osservabile che la protervia e la mentalità mostruosa dimostrano falle di intelligenza emotiva e sensibile.

Su quello si deve lavorare.

Se l’idea messa in campo da Hansel e Gretel non è altro che il concetto di Resistenza, ciò che essa suggerisce è la stessa di sempre, oggi più che mai necessaria: quella di fornire sempre meno “ciccia” a chi si sta prendendo le nostre vite, iniziando un processo che ci permetta di sfilarci gradualmente da ogni più piccola dipendenza tra le tante che ci hanno sempre più ingabbiato al punto da  trasformarci tutti in indistinta carne da macello. Non più persone, ma obiettivi di disegni di controllo estesi, all’occorrenza eliminabili a distanza con droni mediatici.

Rovesciare lentamente tale condizione di dipendenti è la nostra missione salvifica, prendendo gradualmente le distanze da ogni atteggiamento di sottomissione rispetto agli apparati che ci controllano, oggi dai più ritenute comodità o scorciatoie o addirittura strumenti di emancipazione, ma in verità divenuti ormai sottili mezzi per finalizzare la nostra deriva umana.

Occorre saper dare spazio a una nuova organizzazione individuale e collettiva, votata al recupero della nostra umanità. 

Se vogliamo offrire un domani ai nostri piccoli, dobbiamo saper essere noi stessi quei piccoli condannati che si inventano in gabbia la strategia per tornare a vivere, evitando di essere divorati.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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