Caparezza: «”Exuvia” è il mio album più cinematografico, nato dalla passione per Fellini» (intervista)

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Ph credit @Albert D’Andrea

Domani sarà finalmente disponibile Exuvia, il nuovo album di Caparezza, che arriva a tre anni e mezzo di distanza da Prisoner 709 e che parte nell’esatto istante in cui l’album precedente finiva, ovvero nel momento della fuga dalla prigione mentale in cui si trovava il rapper pugliese, imprigionato dall’acufene.

Exuvia è il racconto di una rinascita, di un rito di passaggio raccontato come un viaggio attraverso una foresta, per rinascere poi in una nuova vita.

Nell’incontro con la stampa di questo pomeriggio Caparezza ci ha raccontato la genesi dell’album e di come sia stato fondamentale un libro, Il viaggo di G. Mastorna di Federico Fellini, ovvero una sceneggiatura che il regista riminese non ha mai realizzato.

E partiamo proprio da qui con la nostra intervista, lasciandovi alle parole di Caparezza: «Mi sono imbattuto in questo libro perchè qualche anno fa mi sono re-imbattuto in Otto e 1/2, che avevo visto quando ero molto giovane ma che non avevo retto. Invece rivedendolo qualche anno fa mi sono totalmente innamorato di questo film, mi ha rapito, mi si è appiccicato addosso, tanto che ho iniziato a citarlo in giro per le canzoni: “la rassegna di Fellini” che cito in È tardi, oppure in Prosopagnosia quando dico “passo gli anni come Mastroianni in 8 e 1/2”.
Quindi mi sono immedesimato in questo regista che non riesce a terminare il suo film perchè svogliato, tormentato dai dubbi, e che si aggira in questo limbo grottesco rappresentato da un centro termale da cui non riesce ad evadere perchè continuamente tirato per la giacchetta dalle manovalanze o dal produttore.
Per amore di questo film mi sono poi avvicinato a Fellini e per amore di Fellini mi sono poi ritrovato questo libro tra le mani e mi sono innamorato di quest’opera che non è mai stata realizzata non solo a causa della scaramanzia di Fellini, ma soprattutto per quella dei suoi produttori cinematografici e di Gustavo Rol, suo amico e mentore che gli aveva consigliato di non farlo altrimenti sarebbe successo qualcosa di brutto.
Tutto questo perchè? Perchè parlava di morte.
Allora io leggendo questo libro ho sfidato la sorte, ho scritto un pezzo sulla morte (La certa, ndr), l’ho messo dentro questo album e sono contento di averlo fatto.
»

In Canthology, brano che apre l’album, regna il caos e c’è una frase in cui dici che è stato più facile scrivere il secondo album rispetto all’ottavo. Come mai questa difficoltà, anche in virtù della consapevolezza ed esperienza che si dovrebbe acquisire con gli anni?
Te lo confermo: scrivere questo disco è stato più difficile che scrivere Verità supposte, il mio secondo album.
È inevitabile perchè dopo che ne hai fatti sette arrivare a trovare gli stimoli per farne un ottavo e risultare ancora interessante o quantomeno credibile prima di tutto a me stesso diventa molto difficile. Si tratta di mettermi alla prova con quello che scrivo e rendere ancora interessante alle mie orecchie quello che faccio, perchè i miei sette album precedenti hanno un sacco di rime già usate, di contenuti già affrontati.
È anche vero che da Prisoner 709 in avanti sto affrontando un percorso più intimo, mi sto prendendo più cura di me e sto raccontando di più il mio disagio, ed è una cosa che mi sembra anche più interessante piuttosto che continuare a pungolare il costume sociale e politico come facevo prima, visto che al giorno d’oggi con i social quello è un esercizio che ormai fa chiunque.
Però è stato difficile, perchè ho dovuto abbandonare per l’ennesima volta la cosiddetta comfort zone ed entrare in una sconfort zone, che è quella del limbo senza scampo che ha il suo padre putativo in Fellini.

Non pensi che questo possa allontanarti da un certo tipo di pubblico?
Sì, lo penso, però non fa niente: il mio scopo non è avvicinarmi a un pubblico e non lo è mai stato, neanche quando facevo cose come Fuori dal tunnel o Vieni a ballare in Puglia era un qualcosa pensato per un pubblico.
Chi mi segue sa che non deve aspettarsi da me nulla che non sia quello che ho voglia di fare, io non posso e non voglio essere condizionato dall’aspettativa di un pubblico perchè non è il pubblico che scrive i dischi, semmai li apprezza o li critica.
Quindi faccio il mio mestiere, che è quello di scrivere, e lo faccio riferendomi al mio sentire.

Ci sono due featuring nel disco: uno con Mishel Domenssain in El sendero e l’altro con Matthew Marcantonio in Canthology.
Questo è un disco della ricerca, perchè nella foresta tu sei alla ricerca di un’uscita, la foresta è bella di giorno ma tenebrosa e angosciante di notte, quindi si cerca un modo per tornare a casa, per stare sereni, e quando non lo riesci a trovare devi comunque continuare a cercare.
E così è stata la scelta dei featuring: non sono andato a pescare nel calderone dei nomi che potevano portarmi degli streaming, non ho usato queste logiche, ma quella della ricerca, quindi sono andato a cercare tra i siti di streaming tutte le canzoni che parlavano della selva. All’inizio uno dei titoli possibili per questo album era In mi selva, cioè “nella mia selva”, ma anche l’anagramma del mio cognome, Salvemini. Quindi sono andato a vedere tutte le canzoni che si chiamavano “la selva”, se avevano dei campioni che potevo prendere, trasformare, e mi sono imbattuto nella canzone di Mishel che si chiamava La selva: appena è partita ho capito subito che c’era qualcosa di fortissimo in quel brano e non riuscivo a capire come mai non avesse le visualizzazioni che meritava. L’ho chiamata, ci siamo messi a parlare del progetto e lei ha acconsentito a rimaneggiare la sua canzone, facendo nascere uno dei pezzi sicuramente più suggestivi del disco.
Il ritornello cantato da Matthew Marcantonio (leader dei Demob Happy, uno delle mie rock band preferite) in Canthology invece è tratto da un vecchio brano dei Droogs e recita: “Le cose sono sparpagliate ovunque, a nessuno sembra importare, stanno cercando di andare da qualche parte, scappa via!”

In Campione dei Novanta fai riferimento alla tua precedente “vita” artistica, cioè a Mikimix. Per anni l’hai un po’ rinnegato, quindi in che modo hai fatto pace con il tuo passato e come è avvenuto questo “incontro” fra Michele, Mikimix e Caparezza?
Più che rinnegato me ne sono un po’ vergognato, è stato un po’ fonte di imbarazzo, soprattutto quando ho cambiato nome e ho tentato di intraprendere questa strada che non aveva alcun compromesso e cercare di fare qualcosa di più coerente con quello che ero io.
Di conseguenza ogni volta che saltava fuori il mio nome accostato a Mikimix c’era un po’ di imbarazzo, unito al fatto che c’era anche una scena rap nascente molto ortodossa in cui io finivo sempre per essere lo zimbello di turno, e in quelle poche occasioni in cui salivo su un palco venivo dileggiato dai più.
Era una situazione spiacevole, e visto che io già di mio sono molto introverso e non credo alle mie capacità, lì ero addirittura messo alla gogna, quindi non ha assolutamente fatto bene alla mia autostima.
Ci sono voluti tanti anni per poter recuperare la fiducia in me stesso e far dimenticare questo passato, però c’è anche una grande magia che accade nell’essere umano e ve la posso svelare: ad un certo punto ti svegli e hai più di quarant’anni, e tutto quello che vedi e tutto quello che hai vissuto cambia completamente.
Nel mio nuovo mondo io non ho niente contro questo ragazzo di 19-20 anni che faceva canzoni pop-rap, e se quelle canzoni fossero uscite oggi non sarebbero neanche dileggiate, perchè alla fine sono incastonabili in quella che in questo momento è la cultura musicale italiana.

Oltre al passaggio da Mikimix a Caparezza tu hai avuto un’altra “mini exuvia” musicale, una resurrezione, che poi è quella che racconti in Annunciatemi al pubblico, brano di Habemus Capa.
Bravo che hai citato Annunciatemi al pubblico, avrai capito che io tendo a morire spesso, nel senso che ho questa fissazione della morte come rinascita. L’unico campo in cui io non penso questa cosa è quello religioso, ovvero non credo che morirò e rinascerò, però nel campo artistico si può fare.
Mi ricordo quando seguivo i De La Soul ed avevano fatto un album meraviglioso che si chiama 3 Feet High and Rising, riscuotendo un successo incredibile che forse non si aspettavano nemmeno loro, e l’album successivo lo avevano intitolato De La Soul Is Dead. Io c’ero rimasto male, però poi ho capito che in realtà non erano morti, quindi ho apprezzato anche la loro discografia successiva.

Sono passati 15 anni da Habemus Capa, quello che tu stesso definisti come il tuo album più politico. Pensi che oggi sia ancora possibile ed utile parlare di politica nelle canzoni?
Certo che è utile. Diciamo che non c’è un argomento che la musica non possa toccare, ma io darei qualsiasi cosa per vedere un ragazzo di vent’anni che parla di queste tematiche. Io potrei sempre farlo e dipenderà dalle esigenze che eventualmente senritò al momento, ma se alla mia età se tornassi a parlare di politica sarei distante anagraficamente dai ragazzi.
Quando ascoltavo i 99 posse era un periodo in cui c’era tanta musica politica, ed era un’assoluta novità: era il periodo dei centri sociali ed esplodevano un sacco di gruppi che trovavano su quei palchi un megafono, quindi era nata una corrente politica che attraversava tutti i ragazzi, perchè erano tutti ragazzi. Invece ora se mi metto a parlare di quelle cose non posso sperare che un ragazzo mi stia a sentire, forse sì, ma se lo fa un ragazzo di vent’anni che si appassiona alla politica, quello sì che diventa un esempio che può trascinare, perchè secondo me potrebbero anche dare una chiave di lettura ancora più interessante. Ed in questo periodo di assoluto edonismo dove conta soltanto quanti vestiti hai addosso, quanto costano e che tipo di macchina hai, una roba del genere sarebbe uno schiaffo totale e sarebbe tra l’altro la cosa più concreta, vera e reale possibile. Però lo deve fare un ragazzo giovane, e io sono disposto anche a farci un featuring.

Come affronti la scelta tra carriera e famiglia? Hai trovato un equilibrio o un compromesso tra Marco e Ludo?
Io non l’ho ancora trovato e vivo in questo compromesso. Il problema è più accettarlo e per quanto tempo, per cui vivo veramente alla giornata.
Tante persone che mi seguono, dopo aver ascoltato La scelta, credono che questo sia il mio ultimo album, io però pensavo a questo disco come il secondo di una trilogia che avrebbe raccontato la prigionia, la fuga e la libertà, quindi il prossimo album paradossalmente dovrebbe essere sulla libertà.
Però siccome tendo a spiazzarmi e mi contraddico facilmente e questo fa di me una persona coerente (autocit., ndr) è probabile che per il solo fatto di avervelo rivelato oggi il prossimo non sarà mai un album sulla libertà.

L’album precedente arrivava dopo una tua personale e profonda sofferenza, mentre Exuvia arriva dopo una sofferenza collettiva enorme come il Covid, che ha stravolto gli equilibri di tutti, proprio come l’acufene stravolse il tuo equilibrio personale. La pandemia ha avuto un ruolo in questo disco?
Il Covid come evento pandemico che ha scombussolato la vita di miliardi di persone non è entrato in questo disco, o meglio, ci è entrato in minima parte:  io ho iniziato a scrivere Exuvia nel 2018, poco dopo avero fatto l’ultima data del tour di Prisoner 709, quindi in quel momento io mi trovavo già nel mio limbo e il Covid ha soltanto aggiunto spazi in questo limbo, ma la mia condizione mentale era già più o meno così, ci sono forse solo un paio di canzoni che sono nate durante la pandemia.
Certamente nella vita accadono cose che possono scombussolare te o il mondo circostante, e questo è uno degli elementi di questo disco, perchè ad esempio in Come Pripyat io racconto soprattutto il cambiamento intorno a me oltre che il mio: col passare degli anni cambiano i punti di riferimento culturali, politici, anche musicali. Cambia tutto, quindi ti sembra sempre di stare scomodo, di non riuscire a trovare pace. Certamente non ho trovato un equilibrio col mio acufene, sono ancora disequilibrato, sto ancora combattendo e combatto, ma non ne parlo più nelle mie canzoni: ne ho parlato una sola volta con Larsen, che tra l’altro non è una canzone che si piange addosso, perchè io ho voglia di essere ascoltato per quello che faccio piuttosto che compatito, quindi non spingo mai su questo acceleratore.

Anche in questo album, come sempre, ci sono una miriade di citazioni.
Non collocatemi nella schiera degli artisti colti, perchè questa parola, “cultura”, spaventa la gente. Io non voglio spaventare le persone, io voglio essere amico delle persone, quindi chiamatemi curioso.
Ci tengo a dire che le cose che cito, le cito non per fare il sapientone o il sapientino della situazione, ma perchè realmente mi sono incuriosito.
Non faccio citazionismo spiccio ma cerco di inserire quello che mi serve quando serve e perchè ha uno scopo.
Ad esempio la citazione di Dino Campana in Fugadà: lui era un poeta che ha avuto problemi psicologici, e tra questi problemi, non si sa come, rientrava il fatto che lui non abitava mai nella stessa città, ma si spostava continuamente.
Quello che oggi potrebbe essere un blogger di viaggio all’epoca evidentemente era considerato un pazzo, e lui è rientrato in questa “categoria”, venendo chiamato “il poeta che fugge”.
Per cui in una canzone che è l’elogio della fuga e che viene dopo una canzone che parla di disordine mentale perchè tutta la mia discografia si rivolta contro di me era perfetto.
Tutto ciò che faccio è collocato perchè è giusto che sia lì, non è che l’ho messo per far vedere che conosco Dino Campana.
Ci tengo a questa cosa, perchè superficialmente può sembrare che voglio apparire più di quel che sono, ma non è così, anzi, vorrei sminuire quello che faccio.

Per accompagnarci letteralmente all’interno del tuo album e compiere l’exuvia insieme a te hai pensato ad un’avventura digitale piena di contenuti extra.
A me piace incontrare le persone, mi piace vedere in faccia la gente, parlare e confrontarmi, l’ho sempre fatto, ma siccome siamo in pandemia stavolta non era possibile incontrare né voi giornalisti né i ragazzi agli instore, mi serviva un modo per accorciare questa distanza: la foresta virtuale è un modo per entrare un po’ di più nel mio processo creativo, con quello che faccio quando non ci sono e scompaio dal mondo dei social.
Questa foresta senza via di scampo è un po’ il luogo in cui si svolge tutto il disco che ho concepito. Exuvia è un concept come lo sono anche gli altri miei album, ma forse questo è il più cinematografico di tutti, quindi un’esperienza visiva si sposava perfettamente.
L’ingresso nella foresta, in questa esperienza digitale che voi giornalisti avete potuto vivere in anteprima e che presto renderemo disponibile a tutti, serve a far capire quanto impegno ci sia dietro la stesura di un disco: tutti i riferimenti vengono spiegati, tutte le scelte musicali anche, e siccome curo anche la produzione dell’album, mi dà il vantaggio di inserire delle citazioni musicali o comunque di collegarle strettamente al testo e alle cose che voglio dire.
Io sono sempre contento quando ascolto interviste in cui gli artisti spiegano il loro processo creativo, perchè è nata una canzone, da cosa è nata. È un valore aggiunto molto forte, e in questa avventura virtuale ci sono tutti i riferimenti letterari, cinematrografici, letterari, musicali e la spiegazione dei featuring con Mishel Domenssain e Matthew Marcantonio, che soltanto per il loro nome e cognome meritavano di stare in quest’album.
È un po’ come quando sei al ristorante e ti portano il vino: tu puoi dire “è buono”, però se c’è il sommelier che ti spiega per filo e per segno da dove arriva, da quale vigneto, ti dà anche un valore aggiunto che magari ti porta a sentire un sapore diverso.
Questo è un modo creativo di farlo e ringrazio i ragazzi che hanno portato a termine questo progetto in meno di un mese lavorando giorno e notte perchè hanno fatto un lavoro fantastico.

Qual è il rapporto che hai con la tua musica ex-ante ed ex-post l’uscita di un album? L’impatto con il pubblico e con la stampa modifica il valore e la percezione che hai delle tue produzioni?
Aggiungo uno stadio: durante.
Durante la stesura del disco io sono intoccabile: nervosissimo, di malumore, con dei picchi come se fossi completamente fatto. Io non mi drogo, di niente, però questa roba mi dà la stessa sensazione di essere drogato, cioè di avere dei picchi altissimi e di andare poi giù nello sconforto quando non riesco a tirar fuori un’idea, quando guardo un foglio bianco e non viene fuori nulla, quando ciò che faccio mi piace tantissimo la sera prima, poi mi sveglio e mi fa schifo. Succedono queste cose, per cui divento intrattabile e nervoso.
Poi finisce il lavoro di scrittura, ho il disco tra le mani e arriva il momento di pubblicarlo, e lì passa un periodo in cui sono abbastanza agitato, perchè so che devo parlarne coi giornalisti e so che tutte quelle cose che pensavo tra me e me a un certo punto devo tirarle fuori.
Non si direbbe ma io sono un introverso, semplicemente maschero bene questa cosa, quindi per me la pressione dell’uscita di un disco non è sempre piacevole: ho dei momenti di palpitazione, cerco di distrarmi, e questa cosa non dipende dal pensiero se piacerà o meno il disco al pubblico o ai giornalisti.
Ho una filosofia ben precisa: non me ne frega niente se il disco è bello o è brutto, ma deve avere un senso, e questo disco ce l’ha, quindi per me va bene. Poi può essere anche brutto per tutti, ma l’importante è che per me abbia un senso, lo preferisco di gran lunga ad un disco bellissimo ma che non ha nessun senso.
Quindi arrivo con questo patema d’animo solo perchè devo torturarmi per dire le cose.
Poi arriva il post, ed è un momento di decompressione: ormai il disco è uscito e mi sembra che una fase si sia chiusa.
Di solito dopo che viene pubblicato un mio album lo ascolto una o due volte e poi lo archivio, non ci torno più su, anche perchè va da sé che durante la realizzazione ormai l’ho già ascoltato centomila volte, quindi non c’è bisogno di ritornarci, però è così: lo considero cosa passata.
E vado avanti.

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