Gianfelice Facchetti sul gigante dormiente San Siro: «Non buttiamola in politica»

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Gianfelice Facchetti
@Antonella Argiro

Figlio di cotanto padre (Giacinto Facchetti, 634 partite con la maglia dell’Inter e colonna della Nazionale Italiana campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970), ma anche artista-comunicatore multimediale, Gianfelice Facchetti (47 anni il prossimo agosto) non è più un ragazzino da un pezzo e ha appena pubblicato un libro scorrevole ed emozionale sullo stadio di San Siro, gigante dormiente (per via della pandemia) e tempio pagano sia per quel che riguarda il calcio meneghino che la grande musica live transitata – fin dai tempi di Bob Marley, nel giugno del 1980 – dalle sue parti. Il volume, per la cronaca, si chiama C’era una volta a San Siro – Vita, calci e miracoli. Non male come titolo.

Lo abbiamo intervistato il giorno dopo la vittoria del primo scudetto interista fin dai tempi di Josè Mourinho e della famosa banda del Triplete. Felice (ops), ma anche conscio delle profonde mutazioni che Milano e il mondo intero sta affrontando, Facchetti jr. è qui per dare voce alla coscienza critica interista. Quella che non parla per slogan o va a festeggiare in piazza senza mascherina, ma che riflette sull’epoca degli Zhang, si gode il momento, spera che un mister granitico come Antonio Conte resti al suo posto e il pallone (dopo l’oscenità, soprattutto a livello di tempistiche, della SuperLega) torni a rotolare nel verso giusto. Ascoltiamolo.

Partiamo ovviamente dal trionfo più recente: uno scudetto strano, anomalo questo diciannovesimo in casa Inter?
Uno scudetto più che altro anomalo per non averlo potuto vivere, respirare e condividere dentro la sua casa naturale, ossia San Siro. Quella di domenica 2 maggio è stata sicuramente una festa depotenziata, ma anche dal divano di casa il valore sportivo resta integro. Anzi, gratta gratta, lo sai cosa mi ha un po’ ricordato questo bizzarro campionato a porte chiuse? Lo scudetto dei Vigili del Fuoco di La Spezia nel torneo bellico del 1943/’44. Un evento storico e speciale nel suo essere comunque unico.

Addirittura? Quindi l’Inter non è ad un passo dalla sua seconda stella (che potrebbe già brillare nel 2022)?
Beh, diciamo che in questi ultimi anni, dall’arrivo di Conte e Marotta in poi, la società ha fatto scelte giuste e investimenti azzeccati. Ora, da quel che leggo, bisognerà risistemare la questione economica, ma effettivamente i presupposti per aprire un ciclo vincente ci sono eccome. Con pochi ritocchi tecnici quest’Inter è lì in cima, pronta a riprovarci. 

La tua sincera opinione sui festeggiamenti (fuori luogo) in piazza Duomo di domenica pomeriggio? Siamo pur sempre ancora dentro una tremenda pandemia scoppiata nei primi mesi del 2020…
Eh, io ero a Cassano d’Adda, circondato da mamma, nipoti e famiglia. E ho esultato in maniera sobria in quello che considero un luogo della memoria (la casa fu comprata, quand’era ancora in attività, da papà Giacinto. Ndr). Per quel che riguarda i festeggiamenti in centro ci voleva sicuramente un po’ più di accortezza e prevedere il fattaccio, in fondo, non era così complicato.

Lungi da me stigmatizzare il tifo nerazzurro. In Italia, quando c’è di mezzo il calcio, si sa che al 99% va a finire così, sotto qualsiasi bandiera…
Appunto. Sarebbe potuto accadere con qualsiasi  altra tifoseria una reazione così genuina e spontanea. Quindi, o anticipi la situazione oppure stai pur certo non la recuperi più. Il sindaco Sala si è difeso dicendo che sarebbe stato più pericoloso per l’ordine pubblico mettere off-limits Piazza del Duomo, ma allo stesso tempo non puoi neanche puntare tutto sul buonsenso civico…

Parliamo del libro: erano dieci anni che non ne scrivevi uno. Troppi tra Se no che gente saremmo  (2011, Premio Bancarella dello Sport) e quest’ultimo C’era una volta a San Siro?
Mah, in mezzo ho scritto spettacoli teatrali e curato un libro sui 110 anni dell’Inter uscito nel 2018. Poi c’è stato quel progetto mai andato in porto che sarebbe dovuto arrivare a ridosso dei Mondiali del 2014. Il tempo, insomma, è volato. Il 2020 è stato l’anno giusto per celebrare San Siro perché lo stadio, a quel punto, era sospeso tra il suo enorme passato, un presente chiuso al pubblico e un futuro ancora tutto da decifrare. Questo comunque non è un libro sull’attualità di chi è pro o contro la costruzione di un nuovo impianto, ma un’opera il più universale possibile su ciò che rappresenta il  ‘Giuseppe Meazza’ (San Siro ha adottato questa denominazione fin dal 1980. Ndr).

A proposito, tu sei più “nimby” (termine per indicare un residente assolutamente contrario alle mutuazioni architettoniche e strutturali del quartiere in cui vive) o possibilista nei confronti di un nuovo stadio in quel di Milano?
Eh, non è facile schierarsi da una parte o dall’altra. Però su di una cosa sono assolutamente convinto: la conoscenza di cosa accadrà nel quartiere San Siro è imprescindibile prima che si parta con la prima pietra posata a terra. A Londra c’è  stato l’esempio romantico di quel tifoso del Chelsea che si è messo contro il suo club del cuore perché l’arrivo del nuovo stadio avrebbe privato casa sua della luce del sole. E, credimi, quel tale aveva tutte le ragioni di questo mondo per protestare!

Quindi, in soldoni…
Guarda, schierarsi ideologicamente tra nostalgici e progressisti non serve davvero a nulla. Al massimo bisognerà aprire un tavolo democratico tra tutte le parti coinvolte: Inter, Milan, residenti, Comune ecc.

Un tema caldo della prossima campagna elettorale per il sindaco di Milano che si infiammerà subito dopo agosto?
Credo proprio di sì. Come dico nel primo capitolo del mio libro (‘Essere giusti con San Siro’) spero solo che la questione non venga strumentalizzata a dovere. San Siro sta per compiere i suoi primi cento anni (accadrà nel 2026. Ndr), ha dato tanto a livello di emozioni e successi alla città ed ora, sinceramente, gli andrebbe restituito qualcosa indietro. Qualcosa di bello. Non di certo una battaglia mediatica per spostare voti a destra o a sinistra…

Tu hai lanciato sui giornali una proposta molto intrigante: teniamo in piedi San Siro, facciamo l’altro stadio di Milan/Inter altrove e in quello originale giochiamoci solo le partite della Nazionale di calcio. Un po’ tipo lo Stade de France a Parigi…
Sì, è una delle possibilità (o delle provocazioni!) a cui faccio riferimento. Milano città d’altronde dà per prima i natali alla nostra Nazionale (Italia-Francia 6-2 giocatasi alla Arena Civica il 15 maggio 1910. Ndr) e gli Azzurri tra le mura di San Siro non hanno mai perso una sola partita.

Certo, l’ultimo ricordo in ordine di tempo non è propriamente gradevole: Milano, 13 novembre 2017, Italia-Svezia 0-0. Con gli Azzurri eliminati dagli spareggi per i Mondiali di Russia 2018 e il CT Gian Piero Ventura rimosso dal suo incarico a furor di popolo…
Già, bisogna ripartire anche da quell’onta. Come d’altronde facemmo nel 1966 subito dopo la Corea (Italia eliminata dal Mondiale inglese dopo aver perso clamorosamente 1-0 contro i coreani del Nord: la madre di tutte le nostre sconfitte azzurre. Ndr) visto che a San Siro, in novembre, si giocò un’amichevole contro l’Unione Sovietica: 1-0 per noi, gol di  Aristide Guarneri. E poi ci sarebbe anche un altro aspetto da analizzare…

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Quale?
Milano è sempre stata troppo autosufficiente col resto d’Italia. Le cose succedono qui (sport, spettacoli, moda, innovazioni) e quelle ci bastano. Idem nel calcio: in città, grazie ai successi recenti dell’Inter (era Mancini/Mourinho. Ndr) e del Milan (era Sacchi/Capello/Ancelotti. Ndr), ad un certo punto di pallone ce n’era pure troppo. E quindi è partita questa sorta di disaffezione per la Nazionale che ora andrebbe recuperata. Ad Italia ’90 gli Azzurri di Azeglio Vicini non giocarono neanche un minuto a San Siro. Ed io mi sono chiesto: perché? Forse c’è sempre stato troppo calcio di club da queste parti? La risposta la lascio a te.

Ecco, giusto riguardo ai club: l’Inter ha una proprietà straniera dal 2012, un nuovo logo societario presentato il 30 marzo scorso, un nuovo inno in arrivo (che pare conterrà, nel testo, una parte del tuo discorso celebrativo su 100 anni della Beneamata), magari un giorno si arriverà anche ad uno stadio di proprietà con relativo addio a San Siro. Lo chiedo a te che di cognome fai Facchetti: non è un po’ troppo per preservare i valori dell’interismo all’interno di un ciclo temporale che va da Meazza fino al Triplete?
Qui mi piacerebbe risponderti come penso avrebbe fatto mio padre: il calcio va sempre avanti e, volente o nolente, bisogna adattarsi. Prendi, ad esempio, la carriera di papà: passò dall’oratorio alla leggendaria notte di Vienna (1964 e prima Coppa dei Campioni per l’Inter. Ndr) che non aveva ancora compiuto 22 anni. In seguito, poi, da dirigente o presidente si è avvicinato con grande umiltà e voglia di apprendere ai cambiamenti strutturali del calcio moderno, pur essendo una bandiera del team nerazzurro. 

Ho capito: ma lui aveva come superiore Moratti figlio, vale a dire un segno di continuità pazzesca con l’epopea della Grande Inter. Oggi invece lavorerebbe con una proprietà straniera, che non è nata col culto di Mazzola, Herrera o Zenga ed è spesso assente da Milano…
Già, ma se la situazione è questa sono ancor più sicuro che mio padre avrebbe degli argomenti forti, delle battaglie da compiere pure nel calcio globale del 2021. Magari oggi parlerebbe della sostenibilità economica di questo sport nel post Pandemia. Sarebbe uno dei suoi cavalli di battaglia.

Tuo padre era fan di Ligabue, vero? Lo stesso Liga che ha scritto una bella prefazione di suo pugno a C’era una volta a San Siro
Sì, Luciano è sempre piaciuto molto ad entrambi. Quando viaggiavamo assieme in macchina, da Milano fino a casa, sentivamo sempre quel suo live album famoso, com’è che si chiama? Ah sì, ‘Su e giù da un palco’ del 1997. Disco che, tra l’altro, contiene ‘Tra palco e realtà’, una canzone incredibile che ho sempre usato per caricarmi prima dei miei spettacoli teatrali.

Visto che abbiamo toccato la materia musicale: il 10 luglio 2022 i Guns N’ Roses hanno in programma un grande concerto in quel di San Siro. Sarà quella la data simbolica per ripartire una volta per tutte?
Non lo so, ma sulla fiducia prenderò in anticipo i biglietti! (ride) Speriamo. Speriamo davvero perché le arti, tutte le arti, ne hanno disperatamente bisogno.

Sempre nel 2022 tuo padre avrebbe compiuto i suoi primi 80, mentre il prossimo 4 settembre saranno 15 anni esatti dalla sua scomparsa. Ti faccio una domanda impegnativa: se te lo proponesse Netflix , gireresti mai un documentario sulla figura del “Cipe”?
Guarda, te lo dirò con la massima franchezza: papà è sempre stato trattato benissimo a livello di affetto popolare. Sia a livello di narrazione sportiva che da tutti quei semplici tifosi che l’hanno sempre omaggiato, anche solo con un piccolo gesto privato. Era davvero un uomo che non si negava a nessuno e questo l’ha portato ad essere amato un po’ da tutti. Recentemente ho trovato in cantina delle vecchie bobine vintage su di lui e mi piacerebbe scoprire cosa contengano. Magari saranno dei filmati già noti, magari ci saranno dei tesori nascosti, chi lo sa. A quel punto magari l’ipotesi di un documentario su di lui non sarebbe così campata in aria…

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Ultima domanda, Gianfelice: cosa ne pensi dello storytelling che oggi va per la maggiore? Ormai tutto è narrazione (spesso retorica e lacrimevole) e il giornalismo, quello vero, sembra quasi non interessare più ai padroni dei media…
Eh, lo chiedi ad uno che nel 2005 ha allestito ‘Bundesliga ’44’ ispirato da un testo di Primo Levi 
(opera finalista lo stesso anno al Premio Ustica per il Teatro Civile. Ndr). Ed è impazzito per lo spettacolo teatrale di Davide Enia dedicato a Italia-Brasile 3 a 2, quella di Pablito e dei Mondiali di Spagna… (sospira) Solo che quella piece era del 2002 (portata in scena per il ventennale dell’epica sfida del Sarrià. Ndr) e all’epoca ti guardavano ancora con sospetto se a teatro ti mettevi a parlare di sport. Oggi, invece, c’è questa invasione spropositata di storyteller e il livello qualitativo, onestamente, è quello che è…

Com’è che diceva Giorgio Gaber? “Se è moda, è moda”.
Appunto
(sorride). Ora con YouTube sono diventati tutti  esperti di storytelling e a me viene solo da sorridere quando mi etichettano come quello che fa “il Teatro dello Sport”… Nel senso che io sono per la vicenda umana e se quest’ultima appartiene ad un calciatore, un magistrato o un paracadutista, per me, è lo stesso. E poi ho pudore per le arti altrui. Sai, se oggi volessi incidere un disco, con poche centinaia di euro potrei andare a dire in giro che sono diventato un cantante dal giorno alla notte. Ma non è il mio mestiere, me ne vergognerei tantissimo…

Per maggiori informazioni su C’era una volta a San Siro – Vita, calci e miracoli di Gianfelice Facchetti clicca qui. Per saperne di più, invece, sulla prefazione di Luciano Ligabue il link giusto è questo.

Gianfelice Facchetti

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