Il nuovo album di Caparezza è la sua “Exuvia” (recensione track by track)

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Exuvia
di Caparezza
Universal
Voto: 7,5

Ci sono voluti ben tre anni e mezzo di attesa dopo Prisoner 709, ma Caparezza è tornato, ancora una volta con un album profondamente autobiografico, con cui racconta la sua personalissima Exuvia.

COS’È L’EXUVIA?

L’exuvia è la muta dell’insetto, ovvero ciò che rimane del suo corpo dopo aver sviluppato un cambiamento. Si tratta di un calco perfetto, talmente preciso nei dettagli da sembrare una scultura, una specie di custodia trasparente che prima ospitava un essere vivente e che adesso se ne sta immobile lì, aggrappata alla corteccia di un tronco, simulacro di una fase ormai passata.
Per il Capa, quindi, questo album vuole rappresentare l’inizio di una nuova vita, come fosse uno di quei riti di passaggio che si fanno nelle tribù quando si passa all’età adulta.

Anche la copertina del disco raffigura e condensa tutto ciò che troveremo dentro l’album: c’è un simbolo che rappresenta il passaggio da una condizione attuale (cerchio grande) ad una futura (cerchio piccolo) attraverso una serie di spirali (simbolo di morte e rinascita in gran parte delle culture del pianeta).

Come in un senso di continuità nel volerci raccontare in musica e metafore la sua vita e questo cambiamento di fase, Exuvia si ricollega a Prisoner 709 e ne è la naturale continuazione, anche per quello che riguarda alcune scelte sonore.

Il disco precedente, infatti, era ambientato in una prigione mentale e si concludeva con l’evasione del “prigioniero”. In questo nuovo album si parte esattamente da quel momento lì, come se dopo Prosopagno sia! (l’ultima traccia strumentale di Prisoner 709 che raffigurava proprio la fuga dalla prigione) pigiassimo play facendo partire Canthology, primo brano del nuovo disco: all’uscita della prigione c’è infatti una foresta, luogo in cui si svolge tutta l’avventura raccontata nei 14 brani e 5 skit di Exuvia: ogni pezzo, infatti, è una riflessione sul proprio passato, presente e futuro e racconta pezzi di vita, positiva o negativa che sia, come a voler compiere una vera e propria catarsi per passare finalmente ad una nuova fase.
Insomma, un’exuvia.

EXUVIA: RECENSIONE TRACK BY TRACK

E allora addentriamoci insieme al Capa, come novelli Dante, in questa selva oscura che si apre con Canthology.
Questo primo brano è concepito come un brutto sogno in cui tutti gli elementi e i personaggi dei 7 album precedenti si rivoltano contro il proprio autore: Van Gogh vuole sotterrarlo, Galileo lo contesta, l’Inno Verdano suona mentre viene ghigliottinato come Danton e si gioca a calcio con la sua testa.
Per chi è un po’ nerd (come chi scrive), questo pezzo è una goduria perchè fa andare a scovare tutte le auto-citazioni di canzoni degli album passati: ne abbiamo contate oltre venti, voi riuscite a trovarne di più?
Il ritornello è cantato da Matthew Marcantonio (leader dei Demob Happy) e quel “Get away” ripetuto incessantemente è un invito a lasciarsi il passato alle spalle per andare verso una nuova vita.
(“Il vento fischia una preghiera, sembra Larsen / mentre fisso una teiera, Bertrand Russell / Palle piene portate a zaino da Atlante / Vado a stare bene, butto la chiave nel sacro Gange.”)

L’invito viene accolto e Fugadà è una corsa a perdifiato dopo la fuga dalla prigione. Una voce femminile attira Caparezza nella foresta, come le sirene con Ulisse, e la canzone si apre con dei versi di Dino Campana, poeta fuggiasco per eccellenza.
Il pezzo è un vero e proprio saggio di stile: flow clamoroso, rime pazzesche, cambi di metrica. Tutte cose a cui il rapper pugliese ci ha già abituato da anni, ma ad ogni nuovo album riesce sempre a stupirci di come sappia continuamente evolversi portando il suo stile ad un livello ogni volta un po’ più alto.
Un esempio di questo sono anche le parole della prima strofa, lette come se le stesse scrivendo in quel momento, come a voler dire che la fuga sta iniziando in quel preciso istante, mentre sta scrivendo la canzone, dandoci l’idea, quindi, di un racconto in tempo reale.
(“In fuga dal mio disco precedente, da chi dice “Ti capisco”, invece mente. / Dai capelli che infoltisco, “Ecce rapper”. Mi dispiace preferisco le cerette. / Fuggo dalle mie cellette, Montecristo, nella foga mi ferisco: schegge, bende. / Non alzate le cornette, “Chi l’ha visto”. Cerchi geni? Suggerisco legge Mendel.”)

Si corre verso quella voce di donna che avvicinandosi si fa più nitida ed ecco arrivare proprio Una voce, il primo dei cinque skit del disco.
Per chi non lo sapesse lo skit è un breve intermezzo molto in voga soprattutto negli anni 90, usato alla fine o all’inizio dei brani rap. In Exuvia, essendo un concept album con una sua narrazione logica dall’inizio alla fine, ogni skit è funzionale alla narrazione della storia.

La voce che attira Caparezza dentro la foresta è quella di Mishel Domenssain, artista messicana scoperta dal rapper su Spotify e autrice del brano La selva, la cui strofa è diventata il ritornello di questo pezzo. In El sendero la fuga si ferma ed emergono i dubbi dell’artista, a cui sembra di avere tutto quello che cercava ma di non aver vissuto una vita abbastanza degna, al contrario di suo padre e suo nonno.
Ma la voce lo invita a camminare lungo il sentiero del dolore e dell’allegria e quell’ultima frase sussurrata, come arrivasse da lontano, ci fa capire che il cammino sta iniziando…
(“Arte mi devi guidare fa’ uno sforzo, /  dì a natura di vegliare il mio percorso. / Dalla borsa tiro fuori un grande corno / per soffiare via il mio panico dal corpo.”)

Ma prima di addentrarsi nella foresta c’è il tempo per dare un ultimo sguardo indietro ed arriva una vera e propria bomba: in Campione dei Novanta per la prima volta il Capa affronta colui che lo ha portato alla sua prima exuvia artistica: Mikimix.
La precedente vita artistica del rapper in passato era solo stata citata di passaggio in Habemus Capa (“Ti piace Capa? Ma quello è lo scemo di Sanremo!” /“sei tu Mikimix?” / Tu l’hai detto), ma ora gli viene dedicata un’intera canzone, come se fare i conti ed essere in pace col proprio passato sia un passaggio imprescindibile per potersene affrancare ed iniziare una nuova vita. E dopo essersene vergognato per molti anni, ora Caparezza trova anche parole di apprezzamento per il suo alter ego giovanile.
Curiosità: il brano contiene due samples, uno da Zighida degli Statuto e l’altro da Campione di Chef. Insomma, un campione di una canzone che si intitola Campione e che recita “chiamatemi campione” in un brano che a sua volta si chiama Campione dei Novanta. Game, set, match.
(“Aggiungi il vecchio me dentro il “Club 27”, risorto nel 2000 e mi sembra evidente. / Che fortuna fu la mia rovina! Ascolto roba new, è una robina, / il vuoto di una hit continua, in confronto Mikimix è Bob Dylan.”)

Dopo La matrigna, secondo skit che con quel “Vamos!” dà l’inizio al viaggio all’interno della foresta, arriva Contronatura. Lo spunto per il titolo è fornito da Giacomo Leopardi (il “Leopardi di Recanati” citato nello skit introduttivo), che nelle sue Operette morali scriveva Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura”.
Ma qui, entrando nella foresta, nella natura vera e libera, troviamo la sua semplice ed eterna normalità, ovvero quella natura che se ne fotte dell’uomo e a cui noi abbiamo attribuito una dote morale che in realtà non ha mai avuto. Difatti lei esiste e basta e non ha altro scopo se non reiterare il suo ciclo vitale, fatto di predatori e prede, di ambienti impervi e disastri, appunto, naturali come Katrina.
Ma l’uomo possiete l’intelletto, assente in natura, quindi ha uno scopo: essere migliore di lei e può farlo, quindi, solo andando contronatura.
(
Tu sei madre natura, mi vuoi niño selvaggio. / Sei gelate e calura nel cammino, nel viaggio / ma io voglio di più, più del portare avanti la mia specie, / quest’obiettivo, guarda, mi fa specie. Io ti pensavo più saggia di tutti, invece”)

Eterno paradosso prende spunto proprio da quanto raccontato nel brano precedente (ovvero che chi si prende cura della natura, nei fatti, sta agendo contronatura) ed allora ecco qui una lista di paradossi, partendo da una considerazione personale: è paradossale fare il rapper a 47 anni? O, per dirla con le parole del testo “un adulto che fa un genere da ragazzini / tanto ai ragazzini piace la roba per adulti.”

È il tempo di un nuovo skit, Marco e Ludo, per riprendere il filo della narrazione ed introdurre il brano successivo: il sentiero nella foresta si biforca ed ognuna delle due deviazioni ha un piantone che cerca di convincere Caparezza attirandolo dalla propria parte.

Bisogna prendere una decisione. Quale strada seguire? È arrivato il momento de La scelta, in cui i due personaggi introdotti nello skit precedente si presentano e raccontano la loro vita: da una parte Ludwig Van Beethoven, un musicista che ha composto fino alla morte nonostante tutte le difficoltà incontrate nella vita, tra cui la sordità che l’ha colpito a 30 anni ma che non gli ha impedito di continuare a comporre. Ludo indica quindi a Caparezza la strada della consacrazione della propria vita all’arte.
A sorvegliare l’altro sentiero troviamo invece Marco, ovvero Mark Hollis dei Talk Talk, che cerca di dissuadere il rapper dal dedicare tutta la propria vita alla musica, portando sé stesso come esempio, avendo infatti abbandonato lo show business all’apice del successo per dedicarsi alla famiglia.
Ma qual è la scelta giusta?
(“Casa e famiglia o canzoni e le prove / O con i figli o tra i corni e le viole / Mi dico giocati il jolly, per dove? O Mark o Bee”)

Difficile dare la risposta giusta davanti ad un bivio così importante, soprattutto se si è fatti al contrario. Infatti se leggiamo al contrario Azzera pace ci dice che “è Caparezza”, quindi confusionario e con poche idee chiare sul da farsi.
Curiosità: è una delle prime volte, se non la prima in assoluto dall’inizio della pandemia, che il Covid viene citato espressamente in una canzone.
(“Io temo il Covid e pure i flashmob e le dirette e l’autocompiacimento. / Resto silente, banda mariachi dentro, / lì nel web ogni maestro è Do Nascimento.”)

Per superare al meglio questo rito di passaggio che è l’exuvia necessario essere se stessi. Il problema è che fare arte, in questo caso musica, consiste nel mettersi una maschera, e Michele è se stesso solo quando la indossa, “trasformandosi” in Caparezza.
E quindi come in Eyes Wide Shut, maschera sul volto e creatività all’opera per creare un linguaggio alternativo alla realtà, in una canzone che è l’elogio della maschera stessa e, di conseguenza, dell’arte, perchè l’arte è migliore della vita.
(“Come puoi dirmi di non fingere se la scelta di fingere è un bisogno reale? / Se anche l’età cambia il mio volto con un colpo teatrale. / Se togli l’arte dal mio mondo è solo un posto banale, ricorda: / Art is better than life”)

Ghost memo, quarto skit, ci introduce ad un cambio di ambientazione: proseguendo lungo il sentiero nella foresta, infatti, Caparezza si trova tra i resti di una città fantasma, dove tutto è mutato a causa delle radiazioni.

Un po’ Come Pripyat, la città ucraina evacuata nel 1986 dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Ed in questa città abbandonata nella foresta le mutazioni in atto sono molteplici ed hanno portato una realtà statica e ferma nel tempo come può essere quella di una città fantasma ad una realtà trasformata: il rap è diventato l’esaltazione dell’opulenza, la criminalità è diventata un’ambizione sociale e i meridionali sono diventati leghisti.
A Caparezza sembra quindi di parlare a vuoto o “al vuoto”, come Mastorna nel film incompiuto di Fellini che ha ispirato un po’ tutto l’album e di cui ci ha parlato durante la conferenza stampa di presentazione del disco.
(“Non parlo al mondo come prima ma parlo a vuoto come Pripyat, / nell’indolenza collettiva che mi avvelena come Pripyat.”)

Dopo aver visto mutare la realtà intorno a sé, ora per Caparezza è il momento di analizzare la sua personale mutazione negli anni, dovuta allo scorrere del tempo e all’età che avanza e decide di farlo immedesimandosi in un cappellaio matto ormai invecchiato che scrive una lettera ad Alice per chiederle come sta e ricordare i bei tempi passati insieme: come quando da bambini si diventa adulti, la meraviglia è svanita e Il mondo dopo Lewis Carroll è molto diverso.
(“Sono troppo vecchio per fantasticare, sono troppo giovane per il black out. / Faccio controvoglia quello che mi pare perché mi ricordo che così si fa. / Dove sei meraviglia? La noia mi tiene la briglia.”)

Pi Esse è l’ultimo skit dell’album e descrive un Paese delle Meraviglie allo sbando per colpa della razionalità, con un Bianconiglio ormai stanco che tira fuori un orologio senza lancette: il tempo, infatti, ovvero lo Zeit, è anch’esso vittima del decadimento generale. Questo brano, come ha raccontato il Capa, è nato durante il primo lockdown, quando il tempo non passava e sembrava invecchiare insieme a noi, e prende spunto dalla Lettera al padre di Frank Kafka: il tempo viene sostituito al signor Hermann Kafka, trasformandolo quindi in una sorta di padre.
(“Dimmi Zeit, cosa ti è successo?  Non mi tieni il passo. / Ritorni indietro come Sisifo, non tieni il masso. / Correvi a perdifiato, adesso perdi fiato, che disastro, / sembri Pilato non sei più pilastro.”)

E se il tempo è il padre si potrebbe dire che la morte è la madre, l’exuvia massima, il rito di passaggio definitivo e quello che temiamo più di tutti. In La certa, invece, è proprio la morte a parlare e si pone nei nostri confronti come una figura positiva, uno spauracchio che però ci dà motivazione per vivere al meglio la vita durante il tempo che abbiamo a disposizione nel corso della nostra esistenza, che se non avesse un limite temporale probabilmente ci porterebbe all’apatia e alla depressione.
(“Vorresti dimenticarmi ma tutto parla di me che sono l’unica realtà evidente. / Ti immagini non ci fossi? Di sicuro non avresti combinato la metà di niente. / Sono anni che ti sprono a dare il meglio ma tu vivi nelle ombre degli inganni. / Forse quando partiremo sarai vecchio, con le tue valigie colme di rimpianti.”)

Ed arriviamo alla fine del viaggio, all’Exuvia vera e propria, che può essere vista sia come fine di questo percorso che come inizio di uno nuovo. Il fatto che questa canzone, che in realtà chiude l’album e la storia che viene narrata al suo interno, sia stata scelta come primo singolo estratto rappresenta la natura ciclica di questo lavoro, come suggerito anche dalle parole che chiudono la canzone e, di conseguenza, il disco: “Sottoposto al rituale, obbedisco / come fosse il rituale di un sottoposto / e comincio a cantare il mio nuovo disco / come queste cicale dal sottobosco.

CONCLUSIONE

Come anticipato qua e là nel corso del nostro “racconto” dell’album, in Exuvia si respira spesso un’aura cupa e di tensione, che serve probabilmente a “trasportarci” nella foresta in cui si trova l’autore, con i suoi pericoli e la sua natura selvaggia, per farci entrare in sintonia con lui, anche se un po’ si discosta dal “bianco e nero” di Prisoner 709, aggiungendo qua e là delle macchie di colore grazie a variazioni musicali, metriche o del modo di cantare, come a voler dare un barlume di speranza nella fuga in vista della rinascita, celebrata con l’exuvia finale.

Chi non ha troppa voglia di ascoltare e comprendere fino in fondo il racconto che Caparezza ci vuole fare e cerca nei suoi album solo canzoni spensierate da ascoltare senza concentrarsi troppo sulle parole e sul loro significato rimarrà deluso: anche stavolta, come nel precedente album, manca il lato puramente ironico misto a critica sociale che ha contraddistinto molti dei passati album del Capa. Per intenderci, non c’è una Kevin Spacey, un Inno verdano o una Io diventerò qualcuno.

A livello di testi e di uso delle metriche, però, il rapper pugliesce riesce ogni volta a stupirci per il livello a cui riesce a portare il suo stile e la sua penna: è ormai da diverso tempo il re incontrastato di questo genere ma ad ogni nuova uscita riesce incredibilmente a spostare l’asticella un po’ più in su, raggiungendo nuove vette grazie a raffiche di rime, giochi con la metrica e una valanga di citazioni.

Ma racchiudere Caparezza solo nell’ambito del rap è forse perfino riduttivo in quanto appartiene di diritto anche alla schiera dei cantautori, e crediamo di non peccare di lesa maestà se accostiamo le sue liriche a quelle di mostri sacri come Fabrizio De André, Roberto Vecchioni o Francesco De Gregori. Il genere è ovviamente diverso, ma la classe, la poetica e l’incredibile lavoro che c’è dietro la scelta delle parole dei suoi testi proiettano Caparezza nell’Olimpo della musica italiana e tra qualche anno parleremo certamente di lui come di uno dei più grandi di sempre.

Qui sotto la copertina e la tracklist dell’album:

1. Canthology (feat. Mattew Marcantonio)
2. Fugadà
3. Una voce (skit)
4. El sendero (feat. Mishel Domenssain)
5. Campione dei Novanta
6. La matrigna (skit)
7. Contronatura
8. Eterno paradosso
9. Marco e Ludo (skit)
10. La scelta
11. Azzera pace
12. Eyes Wide Shut
13. Ghost memo (skit)
14. Come Pripyat
15. Il mondo dopo Lewis Carroll
16. Pi Esse (skit)
17. Zeit
18. La certa
19. Exuvia

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2 COMMENTI

  1. Al primo ascolto dell’album credevo che La certa fosse la musica (la certezza che ti sprona e in qualche misura ti tiene in vita). Gli ultimi due album raggiungono un livello di introspezione davvero altissimo, direttamente proporzionale al livello di comprensione degli ascoltatori che – come me – lo accompagnano da quasi vent’anni e sono diventati adulti consapevolmente da poco, insieme a lui.

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