Rifkin’s Festival

Se Woody Allen fosse un critico, in un festival e sognasse capolavori...

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Rifkin’s Festival
di Woody Allen
con Wallace Shawn, Gina Gershon, Louis Garrel, Christoph Waltz, Elena Anaya, Sergi López

Rifkin (Shawn) è un critico (anzianotto come Woody Allen), che insegnava cinema classico, ha una moglie (Gershon) più giovane, che lavora come ufficio stampa per il molto giovane cineasta Garrell, e la segue al festival di San Sebastian perché la sospetta inquieta. In effetti la signora flirta apertamente con il cineasta, e Rifkin, da buon cinefilo della vecchia guardia soffre, perché l’amorazzo della moglie in effetti è cinematograficamente un babbeo e perché non finirà mai il suo grande romanzo americano: i suoi incubi li sogna in bianco e nero come capolavori del passato: ha la sua personale boccia di neve/slitta come in Quarto potere di Welles, si interroga come Fellini in 8 e 1/2, medita sui rapporti a tre come Truffaut in Jules et Jim, si immagina in Un uomo e una donna di Lelouch, si mette le lenzuola sulla testa come  in Fino all’ultimo respiro di Godard, va a tavola come nell’Angelo sterminatore di Buñuel e ovviamente, più scava nel suo dolore, più cita il maestro Bergman: Il posto delle fragole, Persona e addirittura un dissacrante finale con la morte che gioca a scacchi con lui come nel Settimo sigillo. Sono ovviamente parodie, ma non troppo, diciamo che è la summa di quel versante della produzione di Allen che attinge alla citazione letteraria e cinematografica, scherzando ma non troppo. Qualche fucilata qua e là e un tasso di risate leggere e costanti (non è obbligatorio essere cinefili e riconoscere le citazioni: in fondo sogni in bianco e nero). Il solito Allen? Ma certo: anche la sua risposta alle divagazioni sentimentali della moglie consiste nell’innamorarsi di una bella dottoressa spagnola a cui arriva -ovviamente- in un impeto di ipocondria. Il tutto raccontato a un analista. E il cerchio si chiude.

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