Tricarico torna con “Amore dillo senza ridere ma non troppo seriamente” (recensione)

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Amore dillo senza ridere ma non troppo seriamente
di Tricarico
Artist First
Voto: 7,5

Ci sono voluti ben 5 anni di attesa dopo Da chi non te lo aspetti, anche se inframezzati dalla pubblicazione di alcuni singoli, ma da oggi è finalmente disponibile il nuovo album di Tricarico, dal titolo Amore dillo senza ridere ma non troppo seriamente, l’ottavo di inediti per il cantautore milanese.

L’album è prodotto da Vittorio Corbisiero ed è disponibile su tutte le piattaforme e store digitali, mentre una edizione limitata del disco fisico è disponibile su Music First e su altri siti e-commerce come Amazon e IBS.

RECENSIONE

Amore dillo senza ridere ma non troppo seriamente si apre con una breve intro a cui segue A Milano non c’è il mare, che vede la partecipazione straordinaria di Francesco De Gregori: una collaborazione nata nel 2019 quando il Principe ha invitato Tricarico in uno dei suoi concerti Off the record al Teatro Garbatella di Roma e, successivamente, ad aprire tutti i suoi live del De Gregori & orchestra della stessa estate.
Il cantautore romano ha sempre avuto parole di stima per “l’altro” Francesco, tanto da definirlo «suo gemello sghembo», accostandolo anche a Piero Ciampi, fino a celebrare questa amicizia e reciproca stima con l’incisione di questo brano insieme.

Si prosegue con un altro singolo, pubblicato anch’esso nel 2019, Abbracciami fortissimo. La frase iniziale prende spunto da una leggenda che ci racconta direttamente Tricarico: «Nel 2000 Avanti Cristo in un piccolo villaggio a nord di Sumatra una divinità vicina a Shiva presa dalla furia per i continui litigi tra uomini e donne, fece comparire nel mezzo del villaggio un fiume. E disse : “gli uomini staranno con gli uomini e le donne con le donne”. All’inizio tutto sembrava perfetto poi qualcuno si buttò nel fiume per giungere dalla parte opposta ma la corrente lo spingeva giù dove c’era la grande cascata e cadendo moriva. Un giorno un uomo era così innamorato da pensare di buttarsi nel fiume per raggiungere il suo amore che per lui ogni mattina cantava, ma non volendo morire precipitando nella cascata ebbe un’intuizione: risalì il fiume per 700 metri e si buttò. La corrente in quei 700 metri gli permise di spostarsi sulla riva opposta dove finalmente potè abbracciare fortissimo il suo amore. Qualche anno dopo, quando gli uomini impararono a fare i ponti in quel punto fu costruito il ponte di abbracciami fortissimo. Da qui ho preso ispirazione per la scrittura del brano omonimo».

Il primo brano “completamente” nuovo che incontriamo è Era soltanto un gioco, canzone che narra di un amore che si scopre non essere più amore, ma più probabilmente una bugia o forse semplicemente un abbaglio, nonostante la contraddizione di sentire il bisogno di una persona nonostante non la si ami o non ci si viva bene insieme. Musicalmente troviamo degli echi che richiamano il Ligabue de L’amore conta ed un’apertura centrale sinfonica che dà un senso di maestosità al brano.
(“Quando sto con te dopo un po’ voglio stare da solo / E quando sto da solo dopo un po’ voglio stare con te”)

Anche Mi manchi negli occhi è uno dei singoli che hanno anticipato il lancio dell’album, pubblicato lo scorso dicembre e il cui testo è stato composto insieme al gallerista Giancarlo Pedrazzini.  È una piccola gemma, una ballad delicata che rimanda ad alcuni grandi classici di De Gregori, come ad esempio Bellamore o Sempre per sempre, che si poggia sul pianoforte a tratti quasi semplicemente picchiettato e sugli archi, in un crescendo emotivo che arriva al culmine nel ritornello, esplodendo in una celebrazione dell’amore e della vita.

Dopo Tre numeri in più, brano squisitamente pop che nella struttura richiama i suoi più grandi successi come Io sono Francesco, arriva Superficialità, una ballad che punta il dito contro la superficialità dilagante nel mondo moderno, dai rapporti umani fino al mondo musicale, togliendosi anche un sassolino dalla scarpa (“è per me che io voglio cantare questa canzone / per me che mi hanno ignorato / per me che mi sono escluso / e ho ammirato la vostra superficialità”) e decidendo quindi di cantare per chi non è superficiale, ma decide di andare a fondo e dedicare alle cose e alle persone il giusto tempo.

L’ultimo dei singoli che hanno preceduto la pubblicazione dell’album è La bella estate, in rotazione radiofonica da un paio di settimane: la canzone si apre con un coro che richiama il gospel ed ha un arrangiamento poggiato su un riff blues arricchito con dei fiati da big band che accompagnano un testo ironico e scanzonato, dove il cantautore milanese racconta di come la protagonista della sua “bella estate” sia stata una donna molto speciale: non una delle tante ragazze o amanti che si avvicendano nel corso del brano in una sorta di elenco senza fine, bensì sua nonna.
Curiosità: in questo brano suona la chitarra Max Cottafavi, storico chitarrista di Ligabue.

La luna storta è certamente uno dei migliori brani dell’album: una power ballad semplicemente perfetta con un ritornello che sembra scritto apposta per essere urlato in uno stadio davanti a centomila persone. Una canzone che ci piacerebbe sentire cantata da Vasco.

Il sogno è il protagonista di Apri gli occhi: lo sforzo di tenere gli occhi chiusi per la paura di lasciar svanire la magia di un mondo felice, in cui tutto è bello, e trovarsi di fronte una realtà diversa. Ma se si ha l’amore di una persona accanto si possono aprire gli occhi e sognare insieme per far succedere il miracolo.

Voglio vivere sembra quasi una risposta a I giardini di Marzo di Lucio Battisti, visto che ne cita anche una strofa (“ma il coraggio di vivere, quello non ce l’ho, dici tu”), descrivendo una situazione di chiusura totale verso il mondo esterno dovuta ad una storia finita male. Ma il crescendo del brano con una chiusura strumentale potente con quel “voglio vivere” urlato come un mantra, suona come una sorta di autoincitamento a riprendere in mano la propria vita e vivere.

La coda con cui si chiude l’album è emblematica: ci troviamo in mezzo ad un temporale ma si sentono dei passi di qualcuno che cammina lentamente fischiettando, che quindi è felice tanto da non accorgersi nemmeno della pioggia, forse perchè sulla scia del brano precedente ha deciso di iniziare a vivere.

CONCLUSIONE

Come avrete potuto capire dalla recensione, Amore dillo senza ridere ma non troppo seriamente è completamente incentrato sulle relazioni umane e sulla loro importanza: siano esse d’amore o familiari, profonde o passeggere, con situazioni in cui ognuno si può riconoscere e che può interpretare in modo totalmente personale.

Tricarico è sempre lui: inconfondibile, ancora una volta coerente con se stesso e col suo percorso artistico, con sempre quella punta di ironia amara, come se fosse una pennellata per dare un tocco in più a uno dei suoi quadri. In una parola “sghembo”, per dirla alla De Gregori.

Un valore aggiunto all’album è dato anche dall’ottima produzione di Vittorio Corbisiero, con la scelta precisa di pubblicare un album completamente suonato dove a farla da padrone sono gli strumenti classici. Una scelta ripagata in pieno dalle varie atmosfere ed emozioni che si susseguono nel disco, e che possono essere restituite in questa maniera così intensa solo da arrangiamenti “come una volta”, che accompagnano alla perfezione il linguaggio fuori dagli schemi di Tricarico.

Qui sotto la copertina e la tracklist dell’album:

1. Intro
2. A Milano non c’è il mare (feat. Francesco De Gregori)
3. Abbracciami fortissimo
4. Era soltanto un gioco
5. Mi manchi negli occhi
6. Tre numeri in più
7. Superficialità
8. La bella estate
9. La Luna storta
10. Apri gli occhi
11. Voglio vivere
12. Coda

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