Le Endrigo: un nuovo nome e un nuovo disco per eliminare le impalcature mentali che noi stessi avevamo costruito

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Un articolo determinativo declinato al femminile che rappresenta una rivoluzione per questo gruppo dal nome già celebrativo. Circa un mese fa, con l’arrivo del nuovo album di inediti, sono scomparsi gli Endrigo e sono arrivate Le Endrigo.

Un segnale semplice ma potente al tempo stesso, che riscrive la storia di questo gruppo bresciano dall’inizio. I tre infatti ripartono dal nome e si re-inventano sotto ogni aspetto: nuovi suoni, nuovi testi, nuove consapevolezze e una sola parola d’ordine: libertà. Totale.

Li abbiamo intervistati a pochi giorni dal loro debutto live in era post-pandemica. Il trio costituito da Gabriele Tura, Matteo Tura e Ludovico Gandellini suonerà infatti il prossimo 21 maggio a Brescia e, come ci hanno raccontato, sono pronti a trascorrere l’intera estate in tour.

Ormai da quasi un mese è uscito il vostro nuovo album ma prima del disco avete pubblicato un Manifesto in cui spiegate che sono morti gli Endrigo e nascono LE Endrigo. La motivazione di questa scelta è molto chiara, ma proprio in quel manifesto dite che vi piace sentirvi chiedere il perché di questa decisione. Quindi perché?

Noi veniamo da un certo ambiente punk e dietro a tutti i dischi, la comunità dei live, i club e la musica c’era e c’è soprattutto un’idea di cultura da trasmettere. Quando eravamo ragazzini per noi era più importante sentire un concetto espresso in un disco che a scuola. Non è bello da dire ma è così. Ci siamo trovati a voler fare la stessa cosa nel nostro piccolo: ci piacerebbe sempre esprimere concetti a cui noi teniamo attraverso la musica e abbiamo provato a farlo con questo nuovo disco. Ma è arrivato il momento in cui ci siamo accorti che volevamo portare questa cosa, dire la nostra, a livello più alto e intenso. Ci siamo chiesti: cos’è che ci portiamo dietro sempre? Il nome. Perché, anche chi non ha mai sentito una nostra canzone, nel momento in cui ci incontra vede il nostro nome. Allora abbiamo deciso di cambiarlo, di cambiare l’articolo determinativo in modo simbolico. Sappiamo che siamo uomini, verremo sempre percepiti come uomini e abbiamo dei privilegi oggettivi che la società ci riserva solo per questa ragione. Non abbiamo quindi la presunzione di poter capire cosa si prova davvero, com’è percepita e vissuta la realtà machista e maschilista dalle nostre amiche e colleghe. Ci teniamo moltissimo a dire che l’obiettivo non è sostituire la narrazione che deve essere affidata soprattutto a chi vive un disagio, ma aprire un punto di domanda in chi ci incontra e si chiede come mai abbiamo scelto di chiamarci così. Cambiare nome nasce da un’esigenza che si presenta quindi su due livelli: segnalare qualcosa che non va nel sistema ma soprattutto fare un lavoro su noi stessi, per ricordarci cosa vogliamo essere e spesso cosa dobbiamo sforzarci di essere. Perché, volente o nolente, anche noi facciamo parte di questo sistema e lo abbiamo alimentato, quindi non ci poniamo in una posizione superiorità. Ci prendiamo anche noi l’impegno di provare a cambiare prima di tutto noi stessi e poi la mentalità di qualcun altro.

È lo stesso motivo che vi ha spinto a lasciare come titolo dell’album solo il nuovo nome della band?

Assolutamente si. Anche perché questo album per noi è una sorta di reboot: è il terzo disco che facciamo ma è un po’ come se fosse il primo.

Questa decisione di cambiare nome, quindi, è anche una presa di posizione dal punto di vista socio-politico. Cosa ne pensate allora della polemica scaturita dopo il Primo Maggio sulle dichiarazioni di Fedez e di chi dice che chi canta “deve limitarsi a cantare”? L’arte e gli artisti fanno bene esporsi…

Non deve essere vissuto come un dovere, ci sono artisti che fanno musica fantastica e raccontano cose bellissime però restano fuori dal prendere posizioni sull’attualità in senso stretto. E ce ne sono altri che invece sentono la necessità di dire la loro. In ogni caso la scelta è da condividere. In realtà neppure noi facciamo canzoni realmente sociali, per prendere posizioni utilizziamo più i social forse o ciò che diciamo nei live tra un pezzo e l’alto. Però chi ha i mezzi, gli strumenti e le capacità per esporsi in maniera efficace fa bene a farlo se lo crede giusto. Fedez, indipendentemente dal giudizio in merito a ciò che ha detto e dalle questioni di “branding” che sono state sollevate su di lui, ha fatto bene a dire la sua. Quando la comunicazione, di fatto, smuove così tanto ed è efficace – perché se n’è parlato e se ne parla ancora a tutti i livelli – è sempre un bene. In molti hanno detto che potrebbe essere stata una presa di posizione strumentale, in verità non è conveniente per un artista mainstream e generalista come lui avere una posizione che può risultare in qualche modo divisiva. Per i numeri che raggiunge, se dovesse farne un discorso di opportunità, sarebbe più conveniente rimanere vago. Quindi è stato un bel gesto ed è stato bello che lo abbia fatto una persona che aveva i mezzi, gli spazi e la risonanza per farlo.

Torniamo all’album: poco fa avete detto che si tratta di un nuovo inizio, quasi un reboot. C’è un brano che si intitola “Standard rock per chi ci ascoltava prima e ora è rimasto deluso”. Pensate che questo disco possa deludere il vostro pubblico abituale?

Si e no. Questo pezzo era nato come una provocazione, nell’ambiente un po’ punk dal quale veniamo il pubblico e l’artista sono sempre molto vicini, c’è uno scambio alla pari e la critica ti arriva diretta. Così anche noi a volte rispondiamo a modo nostro. Il titolo è una presa in giro a noi stessi e a chi può davvero pensare che siamo cambiati, anche perché in realtà è il pezzo più rock del disco e dal vivo lo faremo. Però, bisogna essere onesti, non c’è stato un grande scombussolamento da parte del nostro pubblico, quando sono usciti i singoli qualcuno ci aveva scritto “non mi piace” o “siete cambiati” ma ricollocati nel disco ogni cosa ha trovato il suo posto e anche il pubblico ci ha detto di averlo capito. E di aver compreso la direzione. È una cosa che ci ha fatto particolarmente piacere perché in un periodo in cui in tanti preferiscono uscire con pezzi isolati, una volta al mese, c’è chi riesce ancora a comprendere la narrazione e il racconto che prepari. La tracklist che studi, collochi e fai snodare in un certo modo ha ancora un suo valore.

Nel suo complesso il disco è un mix di suoni diversi e generi musicali differenti, ma anche i testi sono molto liberi. Immagino che anche utilizzare l’assoluta libertà espressiva come unico filo rosso dell’album sia una decisione totslmente voluta…

Noi ci siamo approcciati a questo disco levandoci di dosso soprattutto le nostre paranoi su non utilizzare certi tipi di suoni o di testi. Ci eravamo creati un’impalcatura mentale totalmente autoriferita. A un certo punto abbiamo detto basta. Abbiamo deciso di fare quello che ci pareva ed è la cosa più bella da fare anche per chi ti ascolta e ti segue dal vivo. Quindi si, è un disco in massima libertà e un po’ noi, bisogna dirlo, siamo dei rompipalle. Se iniziano a dirci “menomale che ci sono ancora i gruppi come voi che utilizzano le chitarre elettriche” noi le eliminiamo, è automatico. I tifosi degli strumenti non ci piacciono, ogni strumento ha un suo valore e può servire. È un misto tra essercene fregati e la voglia di smettere di essere lo zoo in cui vedere “gli ultimi tizi che suonano con le chitarre elettriche”. Basta feticci.

Da cosa è nata l’ultima canzone, “Korale” che forse è quella più forte nei toni ma anche molto evocativa visti i cori?

Il titolo è una parola che non significa nulla. Gabriele ha insegnato italiano ai richiedenti asilo per tanto tempo, è stato il suo lavoro. Non è un lavoro normale ma un’esperienza intima e forte che ha  segnato la sua quotidianità per anni. Quando è arrivata la fine di quel percorso ci teneva a trovare un modo di raccontarlo. Lo abbiamo fatto con i diretti interessati. Abbiamo scelto una parola senza senso perché erano persone che provenivano da diversi luoghi e in Africa anche a distanza di pochi kilometri cambiano i dialetti, esistono centinaia di diverse sfaccettature. Chi non è andato a scuola conosce solo il suo dialetto quindi ci serviva trovare una parola che fosse legata a tutti e a nessuno. L’idea era di cantare assieme ad alcuni dei ragazzi solo il ritornello. Il testo è raccontato dal punto di vista dei richiedenti asilo che arrivano qui e si trovano davanti a una realtà molto diversa. È una chiusura di un cerchio personale, nel disco c’è tanto di nostro e inserire anche quell’esperienza è stato importante. In studio poi, con tutti i ragazzi, è stata una giornata molto bella e particolare. Anche perché per loro era la prima esperienza in questo campo, è stato davvero emozionante. Il pezzo chiude il disco perché è un po’ a se e non volevamo mischiarla nel mucchio. Poi ha un finale che sentiamo molto e ci piaceva che chiudesse l’album: è stata una scelta sia musicale che emotiva.

Vi vedremo in tour in estate?

Intanto il 21 maggio partiamo da Brescia alla Latteria Molloy. Sicuramente quest’estate saremo in giro, andremo dove ci chiamano e dove si potrà. Ovviamente ci stiamo andando con i piedi di piombo per ragioni che tutti conosciamo. E anche i concerti saranno pensati per un pubblico seduto: sarà un semi-acustico. E poi speriamo di tornare il prima possibile con un bel concerto nei club, alla vecchia maniera, tutti sudati a interagire.

La tracklist completa del nuovo album:

  1. Non son capace
  2. Cose più grandi di te
  3. Anni verdi
  4. Stare soli
  5. Smettere di fumare
  6. Un lunghissimo errore
  7. Infernino feat. Bologna Violenta
  8. Standard rock per chi ci ascoltava prima e ora è rimasto deluso
  9. Il cazzo enorme di chi suona
  10. Korale

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