povera patria/schiacciata dagli abusi di potere/di gente infame che non sa cos’è il pudore/ si credono potenti e gli va bene/quello che fanno/ e tutto gli appartiene/non cambierà/non cambierà/ no, cambierà, forse cambierà

La prima strofa di una canzone tra le più semplici e dirette di un Franco Battiato già maturo e giunto a una grande affermazione di pubblico e critica, è il segno nel quale voglio ricordare l’importanza del ruolo dell’artista. Artista. In questo caso mai parola fu più indicata nella sua accezione ampia, totale, oltre le cose che si toccano.

Perché alla scomparsa terrena di un uomo che ha voluto declinare alla conoscenza non finita del mondo il proprio lavoro, non segua per una volta almeno il consueto piagnisteo che produce l’unico effetto da evitarsi: dimenticare il senso del suo lavoro.

Non piangete la scomparsa di Battiato, cercate di capire il significato di ciò che ha fatto e ha lasciato.

Facendo seguito al suo pensare, Battiato non è morto nel senso che noi occidentali intendiamo la fine della materia e con essa della vita interpretabile solo dal punto di vista biologico.

Se la vita fosse soltanto uno stupido avvenimento biologico, come si tenta fessamente di dimostrare nei più asettici laboratori sparsi nel mondo, noi saremmo un fenomeno del tutto trascurabile.

Sarebbe inutile l’etica.

Sarebbe superfluo avere dei principi.

Sarebbe stupido persino il rispetto della vita stessa: se niente conta nel profondo, se niente rimanda a qualcosa di più della materia, niente è rispettabile.

Dando retta infatti al pensare “scientista” di grande attualità e in voga a tutte le latitudini e presso tutti i governi, rispetto, etica e principi fondamentali sembrerebbero essere cose di cui farsi gioco e persino sbarazzarsi.

Fortunatanente per noi, vivere è qualcosa di più di ciò che sembra.

Di conseguenza anche morire conserva un significato non finito.

Non controllabile.

Non incasellabile.

Morire non è cosa concreta.

Morire non è.

  Diversi anni fa un amico musicista condusse me e mio fratello ad un incontro con Franco Battiato nella sua casa milanese. Avevo circa trent’anni, il compositore andava dunque verso i cinquanta. Arrivammo in un quartiere sobriamente elegante del centro, ancora intriso di un alone ottocentesco. Grandi facciate le cui balconate erano qua e là decorate da statue liberty si affacciavano su strade che apparivano giustificatamente buie. La pietra grigia e austera dei palazzi incuteva un senso di rispetto, ed era appena calata la sera. Come mia consuetudine io salii a piedi, il mio amico e mio fratello ascesero invece a quell’olimpo grazie a uno di quegli ascensori vetusti in ferro battuto, stretti e foderati di velluto rosso.

Quando entrai, un po’ dopo rispetto agli altri, l’appartamento mi accolse con una sensazione mista tra il sacro e l’ordinario. Sapeva ancora degli odori della cena da poco consumata, a me familiari per via della mia origine siciliana, ma mescolati a finissimi sentori di spezie poste a fondere su alcuni bracieri sospesi. Attraversato un ingresso mantenuto scuro fui nel salone dell’appartamento, che date le sue dimensioni doveva ricoprire l’intera superficie dell’ultimo piano del falansterio, occupato dal musicista e dall’anziana madre. L’enorme stanza vetrata era fasciata di tappeti non solo stesi a terra, ma anche appesi alle pareti, e tutto intorno ai due divani centrali era una selva di amuleti, statue, oggetti africani, egizi, irlandesi, corni intagliati, stampe antichissime, pergamene, bracieri di ottone decorato, e una gigantesca kenzia sporgeva accanto al pianoforte adornato di un arazzo a mo’ di copertura, che finiva di occupare lo spazio centrale. Anche volendo, sarebbe stato quasi impossibile muoversi senza imbattersi in un oggetto che non emanasse aura di antichità e valore artistico.

Battiato era uno uomo alto, con un segno distintivo di aristocratica antichità nel corpo e nei modi, tratti che facevano a pugni con una sicilianità talmente spicciola e a me familiare, da produrmi un certo iniziale sgomento. La madre non la si vide mai, ma la si sentiva proferire di tanto in tanto qualche parola in siciliano stretto da altre stanze, alla quale lui rispondeva in dialetto.

Eravamo in quattro: io, mio fratello Sandro, l’arpista e violista Vincenzo Zitello, Franco Battiato. Il silenzio tombale della casa amplificava il rintoccare di una pendola posta in qualche dove sconosciuto, e il musicista parlava piano, quasi fosse affaticato da chissà quali imprese appena compiute, e dal basso della mia adolescenza protratta ad oltranza, della mia ingenuità e della mia verginità rispetto alle cose del mondo, mi parve vecchio. Vecchio di una vecchiaia potente. Vecchio di una vecchiezza rodata e capace di reinventare le cose per forza di conoscenza. 

   Uno dei versi più curiosi del primo Battiato pop era stato: “non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz, punk inglese.” Per poi aggiungere: “neanche la nera africana”*. Versi che mi avevano toccato nella loro aggressività giocosa. Non che io mi identificassi in alcun genere, ma ero pur sempre un virgulto di cui la stampa parlava assai bene associandolo alla new wave. Il mio amico Vincenzo per le presentazioni se ne venne con una sparata simpatica, e indicandomi disse qualcosa tipo: – Lui è un riconosciuto artista new wave. – Piccato da questa uscita, cercai di obiettare serioso che ciò che diceva la stampa non mi riguardava granché. Ma Battiato non aveva alcuna voglia di parlare di musica, tantomeno di ciò che la stampa potesse capirne e rispose con una battuta di spirito, quando gli buttai là le mie origini di oriundo, che mi parevano un terreno di dialogo assai più stimolante.

Essendo oriundo anche Vincenzo, parve a tutti di essere una discreta congrega di dissidenti siculi nel cuore di Milano, e questo pose fine ad ogni possibile disputa. Se quel problema di posizioni o di categorie musicali non esisteva, apparve in quelle ore sempre più palese che una delle qualità più acute del mio semiconterraneo fosse l’astuzia. Un’astuzia solenne, omerica, capace di muovere le montagne, se anni addietro gli aveva permesso di incunearsi nella discografia più patinata con canzoni che lui stesso avrebbe definito “ambigue”. Impresa nella quale sentivo profondamente di fallire. Farsi capire, avere la capacità di far giungere agli altri chi sei, imponendolo con una evidenza univoca, irresistibile. C’era da imparare, ma la lezione per ciascuno di noi è assimilata con tempi e modi differenti. O forse è vero che vi sono lezioni che mai riusciremo a mettere in pratica pur avendole colte in profondo.

Questa cifra dell’astuzia come capacità di dialogo col mondo mi rimase impressa, e mi ricordò velatamente che Gurdjieff, il maestro esoterico al cui insegnamento Battiato si era già e si sarebbe ancora abbeverato, era ricordato anche per la sottile sua intelligenza ficcante, capace di andare ben oltre la forma, capace di istituire attorno a sé un’aura speciale, che non si spiega a parole, ma che sa scavare e scavare, e creare tunnel profondi attraverso i quali tutte le cose si toccano, segretamente.

Franco stesso si recò in cucina, tornando dopo un farfugliamento con la misteriosa madre con un vassoio di paste siciliane, inaffrontabili senza dell’acqua di accompagnamento, perché chiunque abbia conosciuto l’esperienza della dolceria isolana, sa che la quantità di zucchero contenuta in essa espone ad una prova importante palato e sangue. L’acqua, condotta sempre da lui, fu una bottiglia di San Pellegrino, in vetro, e l’osservazione dei dettagli mi conduceva attraverso una sequela di messaggi a svelare che Battiato viveva in una dimensione del passato, ma un passato attivo e capace di scardinare nuovamente presente e futuro. Una specie di artigianato dello spirito, capace di riportare alla superficie qualche monolite in grado di dire di noi e per noi ciò che ancora non si era stati in grado di intendere.

  Verso metà serata suonò il campanello e si presentò Saro Cosentino, già suo collaboratore di alcuni brani. Era un ragazzo serio, vestito in modo ordinato, sembrava uno studente universitario accanto alla solennità di Franco, all’arruffamento pazzoide della chioma rossa di Vincenzo, e all’aria posata di mio fratello. Per parte mia so di essere stato un giovane dandy, ma senza possibilità di collocazione.

Con l’arrivo di Saro si finì sulla musica. Della scena alternativa italiana Battiato aveva contezza solo dell’opera dei C.C.C.P., che lo appassionavano, dimostrando in un colpo solo di non detestare affatto né l’idea del punk, né le sgrammaticature ad esso associabili. Propendo piuttosto verso un suo naturale disinteresse, vicino al dissenso, per il jazz inteso come disciplina dell’improvvisazione, giacché Battiato aveva forgiato la sua visione del mondo attraverso fucine di affinamento e pratiche artistico-spirituali la cui estetica era basata sulla ripetizione ossessiva, meticolosa, di sapienza millenaria, e sul rispetto assoluto della forma. Come l’arte dei Dervisci Rotanti, che citò quella volta come faceva in numerose interviste di quel periodo e come poi avrebbe fatto ancora nel tempo. Parlò dei Dissidenten, parlò di Mahler e della quinta sinfonia, e di Schönberg. Parlammo della Sicilia, delle pale di fichi d’India che avevano accolto il mio gruppo al primo sbarco per un concerto sull’isola, e gli raccontai come uno dei miei compagni avesse addentato un frutto buccia compresa, e di come avessi passato buona parte della giornata a estrargli spine da lingua e labbra con una pinzetta. Quella congrega di siciliani veri o derivati se la rideva dell’ignoranza dei nordici rispetto alle meraviglie del sud. E l’alternanza di temi colti e temi davvero minimi fu ciò che aggiustò ogni cosa: altezze inarrivabili e vita quotidiana, la differenza tra acque minerali, la preferenza per determinati dolci, l’intensità di certi sapori speziati provati in Marocco, il glaciale senso civico dei tedeschi, i cimeli egizi, le copie miniate di testi antichi, tutto passava in una mescola deliziosa. Come in un passapomodoro, che macina bucce e polpa, semi e sugo, e produce un nettare sopraffino capace di bucare i sensi nell’inverno più cupo e spietato. L’inverno dell’indifferenza che avanza, col nulla.

Quell’inverno oggi è più persistente e diffuso di un tempo, più potente e minaccioso. L’inverno che vorrebbe ottundere il pensiero libero, e vorrebbe uniformarci e assimilarci, assoggettarci e livellarci più di quanto avremmo ritenuto possibile noi, ribelli artigiani dello spirito.

Noi allievi inconsapevoli di maestri invisibili. Maestri a nostra insaputa di allievi invisibili.

Quindi oggi, in questo triste giorno, la mia canzone di Battiato è proprio una di quelle che non amai alla sua pubblicazione, quella “Povera Patria” la cui elementare semplicità suona ora come una spietata fotografia del nostro presente,  poiché è un canto politico nel senso più fondo e potente, e perché dice la distanza eterna tra il sensibile e la gestione incauta del potere. E per tale ragione, come ogni canto politico, risulta applicabile a qualunque presente.

  Tre anni fa Marco Castoldi Morgan durante una colazione a due in un albergo di Rimini ancora addormentato mi confessò che il maestro stava male. Molto. E che faticava a comunicare, e questo lo addolorava privandolo di ciò che più caro aveva avuto nella vita. Marco era stato per Battiato una sorta di discepolo, un figlioccio, visto che Franco non ha avuto figli. Ciò che a tutta prima era noto solo alla sfera delle persone più care, negli ultimi tre anni si era diffuso sempre di più negli ambienti e diceva di un uomo ritiratosi per sempre.

Credo di poter dire senza tema di essere smentito che per quell’uomo il lavoro della parola con la malattia sia divenuto un lavoro interiore, una consapevolezza non più comunicabile, e per questa ragione più assoluta e protetta dal mistero stesso della nostra interiorità. Qualcosa di indicibile.

  Per questo non mi unirò al pianto per la scomparsa di Battiato. Perché se morendo si finisse e basta, tutta la disperata ricerca del bene cadrebbe. Come cadrebbe il senso stesso della vita.

Ma un solo sguardo saggio e antico di un bambino può darci conferma del fatto che torneremo ancora, e ancora, prima di spiccare voli imponderabili.

Impensabili ora.

Indicibili in qualunque dialetto e in qualunque lingua antica o moderna. Inarrivabili per qualunque forma d’arte.

Per questo io dico solo: a rivederci, Bardo.

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* “Centro di gravità permanente”, da La Voce del Padrone.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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