Roberto Mancini: la Sampdoria, la vita e uno scudetto lungo 30 anni

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Roberto Mancini

Esattamente 30 anni fa, il 19 maggio 1991, la Sampdoria vinse l’unico scudetto della sua storia battendo a Marassi un Lecce già spacciato per 3-0 con reti di Cerezo, Mannini e Vialli. Espulso nel primo tempo Antonio Conte (l’attuale Mister campione d’Italia) nel per somma di ammonizioni. Io c’ero. Mezza Genova impazzì, l’altra metà si consolò col Grifone di mister Bagnoli (altra storia incredibile). Fu l’ultima vera “favola” del calcio italiano nonostante quella Sampdoria così anni ’80 e un po’ anni 90 fosse stata costruita nel tempo da un petroliere miliardario (l’indimenticabile Paolo Mantovani) e, tirando la storia per i capelli, ebbe quella completezza di vittorie che all’attuale Atalanta ancora manca.

Per celebrare tale evento, romanticissimo a sua volta (il 1991 fu un anno di rottura epocale un po’ ovunque: nel calcio, nella musica, nella politica, nella tecnologia. Dopo nulla sarebbe stato più lo stesso), ho appena letto un libro strepitoso intitolato Roberto Mancini, senza mezze misure e dedicato al simbolo assoluto di quella Samp d’Oro: Roberto Mancini, marchigiano, classe 1964, bandiera per 15 anni in maglia blucerchiata. Ex “Bimbo” prodigio del calcio mondiale, carattere bello fumantino, allenatore vincente in Italia e all’estero, attuale CT della nostra giovane Nazionale che si appresta finalmente a giocare l’Europeo 2020 già rinviato causa Covid. Autore (del libro) è Marco Gaetani, giornalista del sito di Repubblica, a cui ho posto qualche domanda su questa meraviglia di sportivo.

Ah, dimenticavo: Mancini non giocò nemmeno un minuto di quell’epocale Samp-Lecce valida per il tricolore ’90/’91. Era squalificato, attendeva il trionfo a bordo campo, ma i numeri li aveva già fatti qualche settimana prima nella partita decisiva di San Siro contro l’Inter. Quei numeri che avrebbe distillato per tutta la sua lunga carriera da calciatore. Perché Mancini era il calcio, il vizio, lo scorrere del gioco vissuto a modo suo, l’arroganza sublime del colpo di tacco. In definitiva l’occhio che di striscio vede un corridoio (o una saetta per il gol) dove per altri, troppi, ci sono solo gambe sudate, zolle e calzettoni sporchi.

Marco, tu sei del 1987. È stato complicato ritrarre il Mancini talento sampdoriano (non parlo di quello laziale o della sua carriera da allenatore: quella è già storia più recente) visto che, anagraficamente, lo hai solo sfiorato?
Bella domanda. Guarda, documentandomi su quel periodo e raccogliendo materiale su di lui, mi sono accorto che quel calcio degli anni ’80 (e di buona parte dei ’90) veniva trattato in maniera molto meno ansiogena rispetto ad oggi. E questo, credimi, mi ha permesso di arrivare ad un racconto abbastanza fedele per quel che riguarda la sua tempra di calciatore. Anche perché Mancini, quando indossava maglietta e pantaloncini, parlava sì tantissimo, ma raccontava ben poco di sé. Il Roberto “intimo”, quello che si apre sulla Fede religiosa o sul suo privato familiare, è uscito fuori in tempi più recenti. Ecco, unendo questi due aspetti eterogenei (la cronaca sportiva meditata più la confessione personale), ho avuto davvero la sensazione di calarmi nei suoi panni. E di provare a capirlo.

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Quando si parla di biografie articolate come la tua, spiace sempre che il diretto interessato non si renda disponibile neanche per una dritta o un semplice parere. La vedi così anche te?
Onestamente non lo so. La presenza personale di Mancini, nella stesura di questo libro, poteva senz’altro darmi qualcosa di più. Oppure, negando brutalmente una mia interpretazione, regalarmi in cambio un suo ricordo inedito. Chi lo sa. Penso che le due cose si compensino – lo storytelling di cuore e la veridicità della fonte diretta – quindi alla fine va bene anche così.

Che ne pensi del Mancini troppo coccolato, per non dire “viziato”, nei suoi anni di calciatore? I suoi presidenti storici (Paolo Mantovani in primis. Sergio Cragnotti. Perfino Massimo Moratti che, nel 1996, fece carte false per averlo in maglia interista) gli hanno sempre concesso tutto. Un po’ meno, giustamente, i suoi vari allenatori…
Già, anche se l’unico mister con cui ebbe effettivamente dei grossi problemi fu Eugenio Bersellini (alla Sampdoria dal 1984 al 1986. Una Coppa Italia in bacheca. Ndr). Uno, il Sergente, a cui usciva il fumo dalle orecchie quando gli vedeva fare un colpo di tacco o vagare in mezzo al campo, privo di compiti tattici. Renzo Ulivieri, il suo primissimo allenatore doriano, invece gli avrebbe dipinto volentieri addosso un ruolo da “nuovo Boninsegna” aiutandolo a segnare caterve di gol (la stoffa, d’altronde, c’era eccome); ma Mancini aveva costantemente la casacca numero 10 nei suoi pensieri. E non se ne fece mai nulla. 

Quindi gli unici due mister che effettivamente lo capirono del tutto furono Vujadin Boskov (il convitato di pietra nell’intera epopea manciniana) e Sven-Goran Eriksson che, tra Sampdoria e Lazio, lo tramutò addirittura nel suo allenatore in campo. In pratica ci sono voluti due stranieri per liberarlo dai complessi del calcio italiano…
Assolutamente sì. Boskov lo assecondò totalmente creando una invenzione tattica mica da poco: arretrò Mancini (facendogli fare finalmente il fantasista) e aggiunse profondità all’attacco con Gianluca Vialli. Stesso Vialli che – non dimentichiamolo – nei primi anni di serie A giocava da ala sinistra! Una rivoluzione epocale. Con Eriksson, negli anni della piena maturità, il Mancio diventa ancor di più un punto di riferimento per la squadra. E capisce che nella vita farà (anche) l’allenatore. Di successo.

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Tra le centinaia di partite strabilianti giocate da Bobby Goal, pensi che la sua più brutta in assoluto resti la finale di Coppa dei Campioni del 20 maggio 1992, nel vecchio Wembley, contro il Barcellona atomico di Cruyff? In quel match sparò in curva due punizioni dal limite che fanno tuttora sanguinare il cuore…
Sì, anche se Roby non fu mai un grande specialista per quel che riguarda le punizioni, in quel caso giocò davvero una partita scialba, nervosa e lontanissima dal suo status di campione. Ci fu un lampo, uno solo, nel secondo tempo, quando con la coda dell’occhio trovò Vialli lanciato in area; con quel pallonetto di Gianluca che uscì di pochissimo, a Zubizarreta battuto…

Si fermò il tempo mentre quel pallone sfilava triste a pochi centimetri dal palo.
Una pena a rivederlo ancora oggi. Quell’assist geniale avrebbe cambiato la storia (della Samp e del Mancio), ma non andò così. Anche perché la Samp del ’92, reduce dallo scudetto dell’anno prima, arrivò a quella sfida con uno scimpanzé bello grosso sulle spalle. Una roba tipo: se battiamo il Barcellona diventiamo immortali, se perdiamo ci resterà sullo stomaco per tutta la vita.

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Secondo te la Sampdoria (la celebre “Sampd’oro”) del 1991/1992 fu smantellata troppo in fretta? Con gli addii determinanti di Vialli, Cerezo, Boskov e Pari (pedina fondamentale del centrocampo blucerchiato) più la scomparsa dolorosa di Paolo Mantovani, Mancini si ritrovò praticamente col cerino in mano…
Per me il rammarico principale fu l’acquisto del brasiliano Silas nell’estate del 1991. Quando, a quei tempi, azzeccare il terzo straniero era fondamentale per il rafforzamento di una squadra in crescita. Silas deluse tantissimo, Beppe Dossena se ne andò a stagione in corso e la Samp, da lì sino alla finale di Wembley, ebbe enormi problemi di costruzione in mezzo al campo. Ok, ora la sparerò grossa, ma se i dirigenti blucerchiati avessero puntato sul Mattheus della situazione, l’uomo forte tra le linee, probabilmente quella squadra sarebbe durata molto di più. E ora avrebbe una certa coppa in bacheca…

Cambiamo argomento (e squadra) parlando di Nazionale. Mancini, in maglia azzurra, brilla di sfuggita solamente all’Europeo tedesco del 1988 e poi più nulla. Che razza di talento assurdo ci siamo persi in quella veste tra il 1986 e il 1996, ovvero durante i suoi anni d’oro?
Nel ’86, ai Mondiali in Messico, magari no perché a quei tempi Roberto stava ancora cercando sé stesso e non aveva uno status internazionale. Nel ’90 ci fu la pagina oscura della tribuna (il luogo maledetto da cui seguì l’intero Mondiale di casa nostra. Ndr) e, abbastanza incredibilmente, Azeglio Vicini non puntò mai sulla coppia Mancini/Vialli. Coppia che stava facendo faville ed era comunque reduce da una vittoria in Coppa delle Coppe. Poi, tra l’abbondanza di punte e la quadra trovata all’improvviso con Baggio/Schillaci, la storia prese la piega che conosciamo tutti. Nel 1994, invece, per me si consuma l’assenza più malinconica.

Mondiali di Usa ’94 e noi che giochiamo la finalissima col Brasile con Baggio mezzo rotto agli adduttori della coscia. E la tiriamo avanti fino all’ultimo rigore, quello fatidico dell’altro Roberto, tirato in cielo.
Esatto. Tra caldo, infortuni, umidità e partite bloccate, magari con appena 45 minuti di Mancini in quel Mondiale, durante quella finale così contratta, chissà cosa sarebbe potuto succedere. contro i brasiliani.. Ovviamente non lo sapremo mai.  Resta solo il rammarico del dubbio.

Parliamo del Mancini in giacca, cravatta e sciarpa di cachemire. È stato finora un allenatore soltanto da grandi distanze (i campionati vinti con Inter e Manchester City; il girone di qualificazione per andare ad Euro 2020 letteralmente dominato) oppure sa dire la sua anche nelle partite secche?
Mancio è uno straordinario vincitore di coppe nazionali (non solo la nostra Coppa Italia), ma effettivamente in Champions League è sempre andato male, soprattutto negli anni col City, dove però vinse un campionato al cardiopalma. Durante la sua parentesi di qualche anno fa allo Zenit di San Pietroburgo, ce l’eravamo quasi dimenticato. Poi, però, è successo qualcosa.

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Cosa in particolare?
Beh, da quando è diventato CT della Nazionale è tornato al suo primo amore: non campioni strapagati da gestire, ma giovani da lanciare. Ragazzi “da progetto”. Gente da plasmare secondo una ben precisa idea di calcio.

E’ tornato alle origini?
In pratica sì. Sarò pazzo, ma a me questa Nazionale, questa Giovane Italia, ricorda un po’ la sua Lazio del 2002/2003. Là le macerie del crack economico di Cragnotti, con Mancini in panca e in grado di ricostruire. Qui lo shock dell’eliminazione del novembre 2017 agli spareggi mondiali contro la Svezia. Il disastro assoluto di Gian Piero Ventura. Eppure il Mancio, con calma e sale in zucca, sta ricostruendo pure stavolta.

Quindi sei positivo in vista dell’Europeo. Anche se di squadre realmente forti, in questi tre anni di gestione manciniana, ne abbiamo affrontate ben poche. Solo Francia e Portogallo (due sconfitte azzurre) oppure Polonia e Olanda (due affermazioni da parte nostra). In parole povere, a giugno cosa accadrà?
Guarda, è difficilissimo dare un giudizio definitivo basandosi solo sulle qualificazioni di un grande torneo. Altrimenti la Svizzera avrebbe già vinto la coppa! A parte l’enigma del centravanti e l’incognita-Immobile, direi che abbiamo un centrocampo esplosivo tra Barella, Jorginho e Verratti più Insigne in veste di catalizzatore. E di questo dobbiamo dire grazie a Mancini che ci ha creduto non poco.

Teniamo finalmente la palla e non la buttiamo via. Non distruggiamo più il gioco avversario in una logica antica di puro catenaccio…
Sì, coltiviamo questa idea di possesso palla, di costruzione dal basso e, nel football attuale, è già una gran cosa. Anche se con Turchia (11 giugno), Svizzera (16 giugno) e Galles (20 giugno) non collezioneremo nove punti pieni, per me il primo turno lo passiamo tranquillamente. E, col vantaggio di giocare a Roma e non a Baku o a Madrid, magari anche il secondo. Dai quarti in poi si vedrà.

Pensi che Mancini, da ex giocatore totalmente dedito alla fantasia, ci stia preparando il sorpresone?
Ripeto: se arriviamo agli Europei con un Ciro Immobile in modalità Malinovskyi (e Malinovskyi dell’Atalanta, in questo periodo, non lo tieni proprio: con la palla fa quello che gli pare), possiamo anche puntare al podio. Pensa poi se Mancini portasse nel gruppone dei 26 un giocatore poco pubblicizzato come Raspadori del Sassuolo (per ora è nella lista dei 33 azzurri papabili. Ndr)

Giacomo Raspadori, il “nostro” Aguero. Mancini lo convocherà definitivamente?
Sarebbe bellissimo, ma per me alla fine non lo farà. Eppure io coltivo il sogno (e il mio tarlo). Perché un giovane “affamato” come Raspadori in squadra, sarebbe davvero una mossa degna del Mancio. Un vero colpo da maestro.

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Se vuoi saperne di più su Roberto Mancini, senza mezze misure (66thand2nd) di Marco Gaetani punta il mouse esattamente qui.

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