Setak: «Purtroppo oggi la memoria è considerata una complicanza da nascondere»

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setak alestalé
Foto di Margot Cianfrone

Radici, identità, scorrere del tempo, complicità. Ritroviamo tutto nel secondo album del cantautore Setak, Nicola Pomponi  all’anagrafe, dal titolo Alestalé.

Un disco di 12 brani scritti e composti dall’artista insieme a  Fabrizio Cesare, e anticipato da Quanda sj ‘fforte  e  Coramare,  interamente in dialetto abruzzese che, però, si mescola a sonorità internazionali, dando vita ad una produzione artistica sì tradizionale, ma contemporanea.

Alestalé  arriva dopo due anni dal disco d’esordio Blusanza, che, come ha dichiarato durante l’artista durante la nostra intervista, è la cosa di cui è più orgoglioso nella vita.

Ma ci spiega tutto Setak!

Ecco la tracklist di  Alestalé: E indande pjove, Alestalé, Picchè, Quanda sj ‘fforte, Jù ‘nderre, Coramare, Aspitte aspitte, Ninn’è ‘cchjiù, Ma tu mó chj vvu’ da me, Facile, Camillo, Lu juste arvè.

Setak, intervista

Setak è il tuo nome d’arte e ha dichiarato che è un riferimento al soprannome della tua famiglia: “lu setacciar”. Ci spieghi meglio? Cosa significa?

Deriva dal soprannome di famiglia “setacciaro”, anzi, come dicono dalle mie parti, “lu setacciar”, perché i miei antenati costruivano i setacci che servivano a filtrare la farina.

Da noi le famiglie vengono identificate con i loro soprannomi storici, spesso molto antichi: anche se dovessi diventare presidente della Repubblica per la gente del mio paese sarò per sempre “lu fij dilu setacciar”.

Alestalé è il titolo di questo secondo progetto discografico. Cosa ti sei lasciato, artisticamente alle spalle e cosa, invece, hai portato di nuovo?

Blusanza, il mio primo disco, è la cosa di cui sono più orgoglioso nella vita.

Mi ha dato, tra le tante cose, il fattore più prezioso, che è poi ciò che ti distingue dagli altri: l’identità!

Più che essermi lasciato alle spalle qualcosa direi che c’è stata una naturale evoluzione del percorso intrapreso con il primo disco, rispetto al quale ho maturato una maggiore estroversione sia musicale che testuale.

Ci sono molte riflessioni in questo album, dallo scorrere del tempo fino all’importanza della complicità.

Cosa ha ispirato questi brani?

Questo disco racconta il mio “personale” e soprattutto la mia parte più intima.

Ho voluto mettere sul piatto tutta la mia vulnerabilità, cercare quella degli altri per capire la propria.

Farsi domande senza necessariamente avere risposte, parlare della bellezza della sconfitta come fonte di crescita e del costruire un futuro entusiasmante con  a forte consapevolezza del passato che ci ha preceduto.

Oggi, dove la musica e la comunicazione non ha confini, che ruolo hanno le proprie radici? Che significato assume un disco in dialetto?

Io non posso cantare un presente che non abbia un forte attaccamento alle mie radici, non ci riesco.

Viviamo in un’epoca in cui la memoria rappresenta una complicazione quasi da nascondere.

Parliamo e scriviamo consapevoli del fatto che domani non dovremo rispondere di quello che abbiamo detto oggi.

Per questo è fondamentale riconsiderare l’importanza della memoria come bagaglio indispensabile per andare avanti.

Il significato di un disco in dialetto per me è lo stesso di qualsiasi altro disco in qualsiasi altra lingua.

All’album hanno partecipato anche Francesco Di Bella e Fabrizio Bosso.  Cosa “invidi”, ovviamente in senso positivo, a livello professionale a questi due grandi musicisti?

Di Francesco ammiro il suo essere molto centrato sia nella vita che nella dimensione artistica. Mi mette tranquillità.

Mi sembra estremamente impermeabile a tutte le cose superflue che gli  possono accadere, dote rara.

Di Fabrizio sono affascinato dalla sua capacità di gestire con facilità e leggerezza il suo incredibile talento, sta sempre con i piedi per terra.

Ad ogni modo li ritengo due campioni e sono davvero orgoglioso di averci collaborato.

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In un ambiente, quello musicale, dove tutto cambia, cosa resta, secondo te, sempre uguale?

Premettendo che la parola “musica” credo che oggi rispetto al passato significhi altro, temo che sia sempre più vicina al termine “intrattenimento”.

La musica in quanto tale ha perso di centralità.

Detto questo, nonostante la velocità e la distrazione con cui attualmente affrontiamo la musica, mi auguro che all’interno di questo calderone in cui c’è di tutto (social, smalti, vestiti strani, bei ragazzi, problemi intestinali) restino quelle che mi piace definire “le canzoni che pesano”.

Cosa ti fa paura di questo ambiente?

Mi fa paura constatare che le cose più interessanti che ascolto spesso sono quelle con meno visualizzazioni.

Ho paura della superficialità, la mancanza totale di coraggio da parte di una discografia che ha trasformato la musica in puro intrattenimento.

Mi fa paura chi usa la musica solamente come veicolo per diventare famoso.

Mi fa paura tutta questa retromania che non ci fa andare avanti ma, appunto, indietro.

Mi fa paura il non tenere presente della memoria storica.

Mi fa paura “l’importanza” della comunicazione che è diventata molto più importante di una bella canzone.

Mi fanno paura i critici musicali che temono di essere
considerati “vecchi”.

Mi fa paura la necessità di sentirsi apprezzati.

Mi fa paura il fatto di attribuire spessore a qualcosa in base ai “numeri”.

Mi fa paura chi si mette in gioco senza sapere che prima di noi ci sono stati John Lennon, Paul Simon, De Gregori e De André.

Cosa ti spinge, oltre la passione ovviamente, ad investire la tua vita nell’arte?

La musica come ogni forma d’arte dovrebbe essere guidata solo da una spinta, l’esigenza! Quando finirà l’esigenza di fare musica smetterò.

I live, mancano sia agli artisti che al pubblico. Qual è stato il più bello a cui hai partecipato come spettatore?

Difficilissimo! Amo i live “intimi”, quelli dove puoi ascoltare senza troppo rumore attorno a te.

Se devo citarne uno direi il concerto di Ry Cooder e Nick Lowe all’Auditorium nel 2009. Senza fronzoli, talento e passione smisurati. Commovente.

Cosa ti auguri?

Mi auguro tanta consapevolezza, vorrei essere una persona migliore.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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