“Xena Tango”, un libro da recuperare

Da Genova all’Argentina: il percorso dei nostri migranti ha portato in Sudamerica i germi e gli stimoli per far nascere la musica che Borges definì “una ventata, una follia che sfida gli anni frettolosi”. Ce lo ricordano i racconti, i saggi e le interviste di un ottimo volume.

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Xena Tango

Completava il progetto Xena Tango il bel libro omonimo, curato dal giornalista e critico musicale Giampiero Vigorito, che ha riunito diversi contributi – tra cui il suo importante saggio “Tango, fútbol y revolución”, dedicato ai tre campionati del mondo di calcio svoltisi in Sudamerica e ai loro intrecci con il tango arrivati “a generare una filosofia, uno stile di vita, una malattia incurabile” – che illustrano in maniera ricca e articolata il contributo della cultura genovese al, Enrique Santos Discépolo dixit, “pensiero triste che si balla”. E non solo.
Il disco era stato uno dei migliori tra quelli usciti nel 2014. L’ottima Roberta Alloisio (che ci ha lasciato prematuramente quattro anni fa) alla voce, suo fratello Gian Piero, noto collaboratore di Giorgio Gaber e cantautore di pregio, alla chitarra, così come Stéphane Casalta e Nicola Costa, i grandi argentini Luis Bacalov al piano e Walter Rìos al bandoneon, proponevano tanghi celebri e brani di Ivano Fossati, Vittorio De Scalzi (New Trolls), Carlo Marrale (Matia Bazar), Giorgio Calabrese, gli stessi Alloisio, Bacalov e Casalta e Pablo Banchero. E venne presentato diverse volte in concerti, spesso divenuti veri e propri eventi sonori.

“Tango” by Naglimantas

Il volume Xena Tango, edito da Compagnia Nuove Indye con il sottotitolo esplicativo Le strade del tango da Genova a Buenos Aires, ricorda e si ispira a quanto è rimasto dei portati del fenomeno migratorio tra Liguria e Argentina, durato circa un secolo, fino a metà 900. Concentrati nel quartiere La Boca della capitale, i nostri compatrioti portarono le loro tradizioni e i canti, il loro dialetto (che, mischiato allo spagnolo, diede vita a un linguaggio meticcio detto cocoliche) e la cultura, le loro melodie e le attitudini. Ida Guglielmotti, che cura le due interviste del libro – a Bacalov e Giorgio Calabrese: argentino l’uno, genovese l’altro – scrive “se il tango avesse una carta d’identità ufficiale, probabilmente ci sarebbe scritto ‘nato in Argentina da genitori genovesi’”.
Il tango come esito poetico di un esilio, che non fu solo dettato dalla necessità e dal bisogno, non solo dalla ricerca di un futuro migliore, ma talvolta dall’ineluttabile destino di “rischiare gli esiti della propria esistenza per la bellezza di terre infinite”, come scrive Fossati, specie avendo nel cuore la finitezza delle terre liguri, chiuse tra mare e monti.

“Tango pack 1” by Tacostock

Un insieme di sentimenti, attitudini, tradizioni, sudore e lacrime, il tango, “cantato” soprattutto in una serie di dieci, ottimi racconti. Si inizia con l’epistolare “Lettere dai due mondi” di Miriam Formisano, cui si deve anche “Una tanda en la Boca”, che ci fa scoprire una Buenos Aires speciale, piena di “fervore”. Poi Francesca Gatto narra il riappropriarsi di un’identità ne “La valigia blu”, mentre Marina Petti se ne va “A spasso con Borges” e Celestino Fatica racconta, nelle sue “Confessioni di un tanguero italiano”, come ballare la milonga (la danza uruguaiana confluita nel tango, velocizzandolo appena e marcandone di più il ritmo) faccia scorrere il sangue più velocemente anche lontano dal Sudamerica. Anna D’Ettorre ci parla de “Il ritmo dell’assenza”, dettato dai ricordi, a volte dolorosissimi, che “escono” da una scatola di scarpe da tango; Mariantonietta Pugliese ci presenta l’“Ultimo spettacolo a Buenos Aires” e Ingrid Grethel Mavrovic, partendo dalla canzone “Tango” di Lucio Dalla, ci offre immagini intrise di blues latino, una catena dove la malinconia e la felicità sono inseparabili, fatta di “Lezioni di tango”. L’ultimo racconto, “Tereza e Ivan, passo a 2.0” di Pina M. R. Petrone, collega il tango alla contemporaneità del web e delle chat, ricordandoci che, sempre e comunque, il luogo migliore al mondo è “dentro un abbraccio”.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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