Il riferimento è la coppia ritmica contrabbasso/batteria, ma Emanuele Filippi evita lo strumento più corposo in favore di una guizzante sei corde elettrica. Per il resto i cinque quintetti che vi presentiamo offrono un ventaglio strumentale tanto ampio e ricco da far sì che, all’ascolto, le diverse combinazioni quasi si completino l’una con l’altra. Così si passa da voce/vibrafono/clarinetto basso a pianoforte/violino/sax tenore, dal divagante piano/chitarra elettrica/sax soprano all’“ortodosso” quanto solido piano/tromba/sax alto. A ennesima, quanto sempre utile, dimostrazione che il jazz in Italia lo si sa suonare. E bene.

Koine Sound Collective

Koine Sound Collective
Landings & Departures (autoprodotto)
Voto: 8/9

Il collettivo del contrabbassista Fabrizio Fogagnolo (il pianista co-fondatore Enrico Penazzi ha lasciato da diverso tempo) è ormai attivo da tre lustri, eppure questo Landings & Departures è solamente il loro secondo album ed esce a oltre dieci anni di distanza dal precedente Everything’s In The Roots, di cui peraltro appare il logico seguito, anche perché i brani che ne fanno parte sono sedimentati da tempo nel repertorio di quello che oggi si presenta come un quintetto. E se le composizioni sono tutte a firma del leader – ad eccezione dell’ottima ripresa della hit dei Radiohead Pyramid Song e della corale Sleep di Eric Whitacre, riproposta come suggestiva apertura con la suadente voce di Alessia Turcato in toccante evidenza – è il clarinettista (qui usa lo strumento basso) Achille Succi a brillare per l’incisività dei suoi interventi, sempre determinanti nello stabilire il percorso sonoro più veemente all’interno dei pezzi. Più di abbellimento e di arricchimento invece le pennellate di Cristiano Pomante, vibrafonista capace di brevi e ficcanti assolo, che completa il cast del cd.
La linea espositiva del Koine Sound Collective è ben definita dall’ondivaga Kite Of Gill, che, su ritmi frastagliati e momenti di quiete, si fa inseguire verso terreni accidentati dove vive di situazioni che rispondono al dubbio con l’irruenza oppure con l’atarassia. I protagonisti lo definiscono un concept album sul tema della vita vissuta e del ricordo: ovviamente in fase di ascolto questo filo conduttore non appare con chiarezza, mentre è del tutto limpida la volontà di confronto con certe atmosfere ECM, con lirismi di matrice nordica, con giochi ritmici di eleganza sottile, con le intuizioni dell’ultimo jazz contemporaneo europeo, il tutto narrato finemente e cesellato con il bulino del talento.

Emanuele Filippi Quintet

Emanuele Filippi
Musica Fragile (artesuono)
Voto: 8

Chi scrive ha una particolare predilezione per un pianista dal tocco raffinatissimo e dalle idee sofisticate, Fred Hersch. Per questo il sottoscritto non può non drizzare le orecchie quando legge certe parole che il musicista americano dedica all’opera di un collega: “un disco indubbiamente delicato, ma al contempo profondo e forte. Si rivela come una serie di bellissimi brevi racconti musicali, suonati magistralmente con precisione e passione”. Ovviamente il commento è del tutto pertinente e peraltro dettato da una certa “familiarità” tra lo stile dei due, tra i due modi di rapportarsi al jazz più attuale. Il che è un complimento per il giovane talento friulano, che, tra l’altro, ha la fortuna di essere prodotto in questo suo secondo lavoro (dopo il Polyphonies del 2018) dall’altro eccellente pianista Glauco Venier, di cui è stato allievo al conservatorio di Udine.
Musica fragile propone 11 brani, più la rapida chiusa di Au Revoir, “arrivederci”, che volano sulle ali delle riflessioni del pianista sul rapporto tra i diversi stati emotivi e l’atto creativo. «Penso che la fragilità sia una condizione importante nella formazione della persona. Non è bene secondo me nasconderla o negarla. Riconoscerla aiuta a capire sé stessi e gli altri. La chiave della musica in questo senso mi ha permesso, attraverso la mia fragilità, di entrare in mondi meravigliosi altrimenti preclusi». Il quintetto senza contrabbasso è completato da altri quattro giovani assai interessanti: Cosimo Boni alla tromba, Nicola Caminiti al sax alto e al flauto, Marco Bolfelli alla chitarra elettrica e Roberto Giaquinto alla batteria.

Emanuele Primavera Quintet

Emanuele Primavera Quintet
Above The Below (Abeat)
Voto: 8

La certezza che ti coglie fin dal primo ascolto è che non si tratta di un album realizzato in fretta, per rispondere a istanze del momento oppure per cogliere un’opportunità passeggera. Above The Below, secondo esito da leader del batterista siciliano, è un lavoro articolato, studiato nei dettagli, che non lascia nulla al caso, anche se le sorprese sono numerose nel fluire dei diversi brani, così come i momenti prevedibili hanno strutture e solidità di grande livello. Siamo nell’ambito di un jazz che ha avuto una lunga gestazione dal vivo – il progetto nasce nel 2017 e ha visto la luce nell’autunno scorso – e che è stato ripulito dall’aggressività e l’incoscienza del giovanilismo artistico (com’è quello dei cinque musicisti: il più “anziano” è il 41enne leader) e dalle scorie di pedisseque attenzioni a modelli anche prestigiosi (ricordiamo che il nostro nel 2006 con il Know Quartet aveva dedicato il cd Know Monk al pianista di Rocky Mount).
Un jazz corposo, dai riferimenti internazionali, attento soprattutto alla narrazione, all’evolversi del discorso espressivo, con tutte le immagini e le chiavi necessarie, tra dialoghi serrati e assolo pregnanti, tra cantabilità intensa e percorsi non allineati, tra nitidezze marine e grovigli autunnali. Così il contrabbasso di Carmelo Venuto – solista eccellente in Finding Clarity In Discomfort -, la tromba di Alessandro Presti, il piano dell’ex enfant prodige Alessandro Lanzoni e i sassofoni dell’“emigrante” Nicola Caminiti, si fondono in una trama d’essai che ha i suoi vertici nella quasi sperimentale Impro Entropya, nella (inevitabilmente) magmatica E.T.N.A. Energy Ticks Need Aching e nella riflessiva Sea Lament.

Marcello Sirignano Quintet

Marcello Sirignano Quintet
The Missing Strings (Alfa Music/Egea)
Voto: 8

Di sicuro ci vuole del coraggio. Riprendere sei evergreen jazz, rispettivamente di Duke Ellington, Sonny Rollins, Bill Evans, John Lewis (Modern Jazz Quartet), Benny Golson e la Invitation resa immortale da John Coltrane, e proporli con un quintetto in cui il violino del leader fa da contraltare solistico ai sassofoni di Marco Guidolotti (e al piano di Andrea Rea, capace di mille sottili intuizioni) è un’operazione inedita, che manca anche alle discografie di un Didier Lockwood o di un Leroy Jenkins, tanto per citare due stelle assolute dello strumento. Il violinista romano, noto anche in ambito pop, ma soprattutto collaboratore di tutta o quasi la crew (tanto per citare il titolo di un album del 2006, di cui era co-titolare con Danilo Rea e Stefano Di Battista) jazz romana, in particolare proprio del pianista nato a Vicenza, più celebre e solo omonimo del collega napoletano di questo lavoro, con cui ha inciso vari cd.
Il quintetto, completato dai ritmi Dario Rosciglione al contrabbasso e Lucrezio de Seta alla batteria, si muove con una sicurezza dettata da arragiamenti solidi e da una disponibilità attenta alle doti individuali, in un percorso che si rivela capace di forzare alcune convenzioni espressive consolidate, dando spazio appunto a un missing string come il violino nel linguaggio soprattutto hard-bop dei brani. La grammatica scelta da Sirignano per riproporci questi standard senza tempo concentra il discorso in un territorio che sa essere estremo e infinito, pur nel suo fluire riflessivo e “saggio”, un territorio dove si sviluppa con esattezza l’idea che come il talento e il coraggio, quando si fondono, diventano un’autentica categoria dell’animo, così il violino e il sassofono (magari con l’aggiunta anche della Roma Pop String Orchestra in Pent-Up House) diventano una fontana di luci e colori.

Fabio Accardi Quintet

Fabio Accardi
Breathe (Mordente Music)
Voto: 7/8

Il rodato batterista barese torna con un quinto album di classe e talento, di emozione e sentimento. A tre anni da Precious, il concept album dedicato alla Terra e a chi ne difende la biodiversità, con la medesima formazione, ad eccezione della new entry Giorgio Vendola al contrabbasso, Accardi propone sei brani a sua firma e la hit Daydreaming dei Radiohead, rivista con un incedere in crescendo, che sa essere intensamente introspettivo e profondo, impalpabile e incisivo, sempre di grande spessore comunicativo. Gli ottimi Claudio Filippini al piano, Gaetano Partipilo all’alto e al soprano e Francesco Poeti alla chitarra sono partner di gran pregio, ciascuno dalla solida e personale voce strumentale, in questo percorso che vuole ricordare il “respiro” del mondo, dell’individuo, della collettività, in un susseguirsi di vibrazioni che la musica sollecita e che l’orecchio convoglia verso il corpo intero.
Jazz pieno, senza sotterfugi né ossessioni, lontano dalle tentazioni sia dell’accademia che della sperimentazione, spesso cantabile, spesso lirico, spesso suadente, sempre convincente.
La scaletta allinea l’apertura in crescendo di Let The Earth Breath, la mossa Bene mi fa, punteggiata di assolo, la dolcissima Lullaby For A Little Angel, l’introspettiva A Talk With God, le ottime Daydreaming e Oxygen, prima dell’elegante chiusura con Once Upon A Time. Una prospettiva aperta verso i paesaggi del cuore e quelli della natura, alla ricerca di un’armonia senza malizie, cercando in ogni frammento sonoro di cogliere il colore del momento e di approfondirlo con voci solistiche di pregio internazionale. Non per nulla, il leader – e non citiamo i suoi collaboratori – vanta partnership con personaggi del calibro di Dave Liebman, Greg Osby, Robin Eubanks, Ralph Alessi, Glenn Ferris, Rick Margitza, Bill Holman, Steve Lacy, Chihiro Yamanaka eccetera eccetera.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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