La cordigliera dei sogni
di Patricio Guzman
Il terzo passo della geografia (o geologia) politica di Guzman, dopo il deserto di La nostalgia della luce e la Terra del fuoco di La memoria dell’acqua, parte dalle Ande, dalla Cordigliera che delimita il territorio del suo Cile della gioventù e del mito e che si trasforma nel testimone di pietra del Cile distrutto dalla dittatura dopo il colpo di stato di Pinochet nel lontano 1973. La ferita è profonda e ancora aperta, al punto che Guzman non è mai tornato da cileno nel suo Cile ma da esule. La prima parte, che gioca su un bello scherzo fotografico (la Cordigliera com’è e che sullo schermo può essere confusa con Cordigliera rappresentata da un minuziosissimo dipinto che adorma la metropolitana di Santiago), la cordigliera raccontata da artisti e da memorie, che da testimone di pietra trasfigura nella testimonianza politica: la monumentale quantità di materiale cinematografico raccolto dal fotografo Pablo Salas, che ha registrato migliaia di ore di scontri e di manifestazioni nel tempo (non solo nel colpo di stato) e che in sostanza, andando oltre l’indignazione e il dolore dei lutti, ha registrato minuziosamente l’applicazione di un modello politico economico (quello della Scuola di Chicago: capitalismo allo stato puro con eliminazione militare degli ostacoli) con cui gli Usa hanno usato il Cile come laboratorio per la via dello sviluppo in America Latina.







































