Comete: “Solo cose belle”, il mio disco terapeutico con cui esorcizzo i piccoli, grandi dolori

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È uscito una settimana fa, il 4 giugno 2021, l’album di inediti di Comete: Solo cose belle. Un disco definito dal cantautore “un bagno di realtà” che – a dispetto, forse, di cosa ci si aspetterebbe dal titolo – è un vero e proprio inno all’autenticità e all’imperfezione.

L’album attraversa infatti diverse fasi e momenti della vita, raccontando le gioie, gli amori, l’euforia, le delusioni, le sconfitte e le debolezze di un ragazzo come tanti. Comete – all’anagrafe Eugenio Campagna – romano, ha avuto in questo lavoro discografico la capacità di mettersi completamente a nudo. E lo ha fatto utilizzando parole profonde mixate a un sound fresco, dai tratti pop.

Cantautore di spessore, classe 1991, Comete era passato sul palco di X-Factor nel 2019 e, anche in quella occasione, era riuscito a mettere in luce il suo evidente talento tanto nelle interpretazioni che nella scrittura. Con la cover di En e Xanax di Samuele Bersani aveva infatti commosso la giudice Malika Ayane, entrando perfettamente nel clima di fragilità e voglia di rivalsa che quel pezzo mette in musica.

Nel suo album cerca di fare lo stesso: Solo cose belle tenta di cantare la vita così com’è, imparando ad accettarla. Anche la copertina, come lo stesso Eugenio ha spiegato sui social, vuole lanciare un messaggio ambivalente: l’occhio raffigurato accanto al titolo è infatti quello capace di sognare ma, a volte, anche di piangere.

Abbiamo intervistato Comete per farci raccontare qualcosa in più su Solo cose belle.

Solo cose belle è il titolo del tuo album che preparerebbe a un disco pieno di riferimenti onirici e fiabeschi. Invece canti anche di debolezze e difetti, di questioni autentiche. Pensi sia questa la vera bellezza?

La bellezza secondo me sta anche nell’inquadrare le cose in un certo punto di vista. E le cose a cui mi riferisco sono quelle di tutti i giorni, in questo album ci sono le mie storie che assomigliano alle storie di tutti. Dalle ansie e le paure, all’amore, all’accettazione di una vita che a volte non va come vorremmo. Però è l’angolazione la cosa importante: vedere le cose sotto una luce diversa e fare a chiarezza  su tutto ciò che diamo per scontato ma anche sulle nostre paure. Io ho fatto questo lavoro in primis per me stesso, ma poi ho capito che queste canzoni le volevo condividere. Questo è il senso del mio lavoro: dare il mio punto di vista, possibilmente alternativo, sulle cose.

Il filo conduttore di questo disco è la fine di un amore, si parla del dopo. Quanto è autobiografico e, se lo è, perché hai deciso di metterlo in musica?

È completamente autobiografico. Le relazioni passate e presenti sono sempre state un modo molto importante per conoscermi. C’è una canzone bellissima dell’ultimo album di Giovanni Truppi che dice: “stare con te mi definisce”, a volte ti definisce stare con una persona e scrivi canzoni di un certo tipo, altre volte invece ti confonde. Io penso di aver scritto un po’ entrambe le facce. Provo sempre a raccontare di me in relazione a un’altra persona ma quello che scrivo è facilmente trasportabile anche a un livello generale: il disco è autobiografico ma ho tentato, a modo mio, di renderlo fruibile e vero per tutti, di puntare a una comunicazione più ampia. Non volevo fare uno storytelling della mia vita. Cerco sempre di dare non delle riposte di verità assoluta ma di spiegare cosa ho fatto in certi momenti. L’utilità di mettere in musica un’esperienza forse è stata questa.

Nonostante i testi di Solo cose belle siano spesso malinconici, i ritmi non lo sono quasi mai: da cosa viene la scelta di aver scritto, in fondo, in questo album, canzoni pop?

A questa cosa ho pensato dopo in verità, sono partito in automatico e me ne sono reso conto una volta realizzato il disco. Io mi reputo una persona che spesso si complica la vita, come penso faccia molta gente – soprattutto nel 2021, dopo un periodo assurdo – .  Abbiamo mille ansie, mille paure, tantissimi pensieri con cui fare la lotta ogni giorno: nella canzone pop invece ci sono 3 minuti in cui devi effettivamente andare a “quagliare”, non ti puoi perdere in chiacchiere, vai dritto al punto e quello racconti. Per me scrivere è sempre stato e sarà sempre terapeutico, perché vado a circoscrivere quel momento come un quadretto. E ogni volta che lo fisso cerco di esorcizzare un dolore o almeno di dirmi che sto bene come sto, come scrivo in Carlotta. Scrivere canzoni per me è sempre stata una grande possibilità: mi metto alla prova e spesso chiudo delle sofferenze in quei 3 minuti. Mi allontano, mi estranio da quel momento, capisco che sono finite, me ne ricordo ascoltando quel pezzo. 3 minuti sono pochi ma poi – per fortuna – si va avanti con altre storie.

Glovo è un brano che fa parte dell’album ma era già edito. Nel videoclip del pezzo si vede un ordine di Glovo – appunto – consegnato a casa tua ma in realtà indirizzato alla ragazza che ti ha lasciato e non vive più lì. Il pacco quindi doveva essere consegnato altrove. Anche questo ti è successo davvero?

Più o meno, è successo al contrario ed è stato abbastanza pesante. Ho dovuto recuperare la mia ordinazione a casa della mia ex, mi sono fatto accompagnare in motorino da un amico e poi ho finito per mangiarlo lì. Forse sarebbe stato meglio andarsene via, è stato piuttosto imbarazzante. Nel testo della canzone faccio un accenno a questo episodio, forse non si capisce perfettamente, invece nel video ho voluto proprio raccontare cosa è successo.

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C’è una canzone che si intitola Menomale in cui canti di essere felice del fatto che tante cose non dipendano da te, anche la possibilità scegliere se soffrire o no. Perché sei contento che non dipenda da te?

Menomale nell’album sembra un po’ più leggera delle altre, io la reputo una canzoncina anche a livello melodico, è molto “tranquillona”. Secondo me però è anche quella che nasconda il fil rouge dell’intero disco, c’è stato un momento in cui ho pensato di chiamare l’album proprio Menomale, poi ho capito che era più coerente Solo cose belle. Sono contento che non tutto dipenda da me perché io penso –ed è un personalissimo parere –  che se potessi decidere tutto probabilmente non abiterei nella casa in cui vivo, deciderei di avere più soldi, forse sceglierei di non innamorarmi della persona sbagliata ma di quella giusta, che però, poi, in fondo non sarebbe quella giusta. Menomale che non tutto dipende da me perché credo che noi non abbiamo la chiave della nostra felicità: la chiave della vita – felicità e infelicità comprese – sta nell’imprevisto, nelle cose che non dipendono da noi, nelle batoste della vita che poi dietro l’angolo ci fanno incontrare persone che non avremmo mai pensato di incontrare, fare un’esperienza o un viaggio che non avevamo preventivato. Grazie a Dio allora non tutto dipende da me, perché se così fosse avrei una vita perfetta e noiosissima. Quello che dipende da noi è la cura dell’altro. Il modo per essere felici nella vita, per me, è un po’ vivere per l’altro. Vivere per se stessi, certo, ma prendersi tanta cura dell’altro.

La tua cover di En e Xanax quando hai partecipato a X-Factor ha emozionato tutti e resta uno dei momenti memorabili nella storia del programma. Si tratta di un brano che racconta un po’ lo spaccato di una generazione: pensi che anche Diazepam, un pezzo che fa parte dell’album, in maniera diversa, possa riuscire a raccontare una fetta di una nuova generazione che poi è la tua?

En e Xanax è  un capolavoro degli anni 2000, una canzone che reputo stupenda e che racconta in generale un amore che va oltre quello di coppia. Può diventare una dedica a se stessi, all’amore che ognuno di noi dovrebbe provare per se stesso, alla voglia di farcela e di essere felici e sereni senza la necessità di gocce per dormire. Io mi auguro che Diazepam possa seguirne le orme e possa in qualche modo essere una canzone nella quale qualcuno riuscirà a rivedersi. Penso che siamo tutti fuori di testa: come dicevo poco fa siamo presi da mille pensieri, ansie e paure. Diazepam parla di momenti in cui non stai proprio al massimo ma che possono far parte della vita: ingrassi un po’, ti fai fare la ricetta delle gocce per dormire e poi finisci a canticchiare “pam, pam, pam” come se nulla fosse.  In questo pezzo cerco di circoscrivere un frangente importante della mia vita in cui –  dopo un periodo difficile – si è chiuso un cerchio. Dopo aver scritto quella canzone sono stato davvero meglio e sono uscito da un momento no fatto di angosce e lotte con le onde interne. Ho davvero perso la ricetta delle gocce ma non sono andato a farmene fare un’altra, ho imparato a dormire sereno. Volevo dirlo e ho deciso di chiamare così la canzone anche per fari sì che le persone che affrontano momenti difficili non si sentano a disagio o sole. Sono cose che possono arrivare dopo una delusione d’amore o una delusione sul lavoro, per una crisi esistenziale o adolescenziale, quel frangente in cui non sai cosa fare nella vita. È tutto normale, è tutto giusto ed è tutto un casino.

Dove ti vedremo quest’estate?

Quest’estate saremo certamente a Roma e Milano e saranno i due concerti/festoni. E poi stiamo lavorando su diverse date, molte saranno in acustico ma ce ne saranno anche tante con la band. In questo momento è tutto un po’ strano, anche costruire delle date e dei concerti, per cui abbiamo optato per essere più “agili” possibile, il che vuol dire che starò molto in giro con la mia chitarra. Ma l’importante è che si suona: ho aspettato tanto per l’uscita del disco, abbiamo tardato proprio per poterlo portare live, è un album che va suonato.

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