Lo scrittore Alessio Torino dice, a proposito della letteratura, che «tutti abbiamo ormai un immaginario mainstream condizionato, indotto da quello che vediamo sui social, nelle serie tv. La parola scritta riesce un po’ a scardinarlo, riportandoti nel tuo stesso habitat. Altrimenti vivi straniero a te stesso, immerso in una omologazione che ti colonizza la mente». Lo stesso si può dire, mutatis mutandis, per la musica, anche se la sua presenza in rete è diversa da quella delle parole, così spesso ridondanti, banali, inutili, semplificatrici. Eppure anche in musica abbiamo bisogno di esplorare degli spazi di “illuminazione” e di “ricalibrazione”, di ascoltare canzoni che ci permettano di uscire dalla banalità dell’offerta quotidiana, dalla preponderante offerta che vorrebbe “colonizzarci la mente”. Un diapason perfetto per le nostre orecchie è certamente la black music, specie quella elaborata con classe e personalità e facendo riferimento alla grande stagione dei decenni dai 60 agli 80 del secolo scorso, momento clou della sua evoluzione. Ascoltiamola insieme.

Alan Evans

Crushed Velvet and the Velveteers
Love & Truth (Vintage League Music)
Voto: 8

Lui è un grande. Punto. Alan Evans, il multistrumentista leader dei Soulive, è una delle poche “autorità” riconosciute in ambito soul e funk della musica di oggi. Non serviva un’ulteriore conferma. Eppure eccola qui, poderosa, fiera, diretta. Quasi ineluttabile. Love & Truth ci porta immediatamente negli anni 60 e 70 e in quel di Detroit, con la supermusica dell’etichetta Motown nelle orecchie, solida e vitale, stimolante e corposa, impattante come nessuna. Evans, al terzo cd con il nickname Crushed Velvet and the Velveteers, allinea otto brani che hanno i sapori intensi di allora (qua e là allargando la visuale della Motor City a quelle offerte dalle idee provenienti da Memphis, Chicago e da New York, come nella Good Thang, che surfa sull’onda della blaxploitation, nella We Are Not Ok, che evoca Barry White, oppure nella brillante conclusione Keep On Fightin’) e la sensibilità sonora di oggi. Il tutto con la partecipazione di strumentisti come i tastieristi Darby Wolf dei Rubblebucket e Neal Evans, fratello del factotum, il trombonista BT Thomas e il trombettista Alex Lee-Clark. E soprattutto di vocalist scintillanti, tutti autori delle liriche dei rispettivi brani: l’ottima – aspettiamo a breve il suo debutto da solista – Kim Dawson della Euforquestra (in tre brani, tra cui l’emozionante ballad soul You Are My Home), l’intensa Saundra Williams, metà del duo Saun & Starr, nell’altra ballad Every Second Of The Day, più corale e frastagliata, il canadese-camerunense Stephane Detchou alias Brother GoodLove in due brani, il cantante degli After Funk Yanick (Allwood) e Lyle Divinsky, che ha da poco lasciato i Motet.

PM Warson

PM Warson
True Story (Légére)
Voto: 7

Craig Charles è l’attore, presentatore, commediografo, autore, tastierista, cantante, poeta e deejay che dal 2002 conduce sulle onde radio della BBC la seguitissima trasmissione del sabato pomeriggio The Craig Charles Funk and Soul Show, durante la quale propone dai classici del genere alle ultime uscite. Lo scorso anno, presentando il singolo di debutto di PM Warson, profetizzò il cantautore inglese come “big in 2021” con l’uscita del primo cd. True Story, se proprio non presenta un big, di certo è un album piacevole, che corre sul lettore come acqua zampillante (e l’ONU ha giustamente posto come slogan per la Giornata mondiale dell’acqua 2021 “valorizzare l’acqua”, un bene più che prezioso, indispensabile, che invece tutti diamo per “scontato”, “acquisito”, cioè senza valore), anche perché registrato direttamente su nastro con corpose sezioni live di fiati e ritmi. Le canzoni volano su binari soul anni 50 e 60, swinganti e sorrette dal timbro vocale inusuale, per certi versi da crooner, del protagonista e da un ricco parterre di musicisti e di coristi, con una produzione – dello stesso PM – scorrevole, cinetica, fresca, anche se abbastanza prevedibile. Tra i brani spiccano la title track, la conclusiva (Just) Call My Name, In Conversation, che aveva emozionato Charles, e Losing & Winning dal taglio cinematografico, senza dire delle cover della dylaniana To Be Alone With Me e della hit di Ray Charles (firmata Ashford & Simpson) I Don’t Need No Doctor, riprese con il giusto rispetto. In definitiva un cantautore blue eyed soul che dimostra di possedere tutti i “ferri del mestiere”, ma che aveva bisogno, come spesso avviene per i debut album, di una produzione non solo di lucida “presentazione”, ma anche di coraggiosa ricerca. Sarà di certo per la prossima.

The Bamboos

The Bamboos
Hard Up (Pacific Theatre)
Voto: 8/9

Sono al 21esimo anno di attività gli australiani Bamboos del chitarrista, autore e produttore Lance Ferguson, sorretti dalla voce della fenomenale Kylie Auldist. Nove musicisti che sanno proporre un sound propulsivo e moderno, elaborato con una progressiva escalation in album sempre carichi di vitalità e “saggezza”, di riferimenti al passato e innovazioni attuali, di ricerca e “storia”. Questo decimo Hard Up continua sulla linea rossa della fusione di soul, funk – che stavolta è la fonte sonora preferita – e breaks, che loro declinano in maniera personalissima, come dimostrava già il singolo Ride On Time, ripresa (cosa rara per la band) dell’hit disco datato 1989 dei nostri Black Box, resa dal vivo in un’eccitante formulazione funk. Il suono dei Bamboos è sempre pieno e robusto, con chitarre wah wah, una batteria solida come roccia, riff di fiati in parata, cori che intonano inni, per proporci il loro soul-funk di oggi, su cui galleggia e incide la voce piena di sentimento e di pura forza di Auldist oppure quelle maschili degli ospiti Joey Dosik dei losangeleni Vulfpeck nella spensierata It’s All Gonna Be O.K., Ev Jones alias Jones Jnr. che duetta nell’orecchiabile While You Sleep e l’ottimo frontman Durand Jones degli Indications (eccellente gruppo soul della Louisiana) nell’errebì di stampo soul If Not Now (Then When). Registrato in una casa colonica subito a nord di Melbourne, l’album mostra una band più compatta che mai, musicalmente ai vertici come mostra lo strumentale Upwey Funk (tutti vengono dal giro jazz e funk della città, che sta salendo la ribalta mondiale con Hiatus Kaiyote, Kaiit, Emma Donovan, Surprise Chef e non solo), senza crepe o momenti deboli neppure quando il “tiro” rallenta verso il soul, come in I Just Heard You Leaving, dove emergono ancor più tutte le sfumature della voce di Auldist.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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