Il pianoforte è lo strumento più completo. Quello che riesce pressoché immediatamente a mettere in luce le qualità (e i difetti) di chi si accinge a maneggiarlo. Ma anche quello che altrettanto immediatamente permette di evidenziare (o non evidenziare) potenzialità e personalità, talento e coraggio. Debuttare con un disco suonato esclusivamente alla tastiera acustica è operazione che fa tremare i polsi e insieme volo pindarico di fantasie adolescenziali. Ve ne presentiamo due usciti di recente, uniti da una notevole affinità tematico-espressiva. Entrambi uniscono il jazz alla musica classica in una fusione che ha avuto nel tempo riferimenti importantissimi, dal Modern Jazz Quartet a Wynton Marsalis, da Keith Jarrett a Enrico Pieranunzi, tanto per pescare a caso nel mazzo corposo di chi ha cercato il confronto tra i due universi sonori. Entrambi rientrano in quella corrente jazz sempre meno carsica denominata “neo classica”. Entrambi sono da ascoltare.

Giuseppe Di Maio

Giuseppe Di Maio
Beyond (AlfaProjects/Egea)
Voto: 7/8

Ha raccolto i 2500 euro per realizzare il suo cd di debutto con il crowfunding il pianista napoletano Giuseppe Di Maio, diplomato al Conservatorio S. Pietro a Majella e specializzatosi a Fiesole e Salisburgo. Enfant prodige (a 13 anni si esibiva con l’orchestra Scarlatti), ha partecipato ad alcuni progetti di musica classica, nel cui ambito svolge attività concertistica, prima di approdare al jazz. Un atterraggio soft, “telecomandato” dalla sua formazione, che lo ha portato a elaborare un progetto interessantissimo di rivisitazione, rielaborazione e approfondimento delle caratteristiche ritmico-melodiche di otto preludi – i numeri 1, 2, 3, 4, 10, 11, 20 e 21 – della produzione del genio polacco Frédéric Chopin. Ciascun brano del disco in effetti inizia con la lettura di un frammento delle partiture originali chopiniane, per poi svilupparsi nel percorso immaginifico del Nostro, senza soluzione di continuità.
Partendo direttamente dalle impressioni che hanno suscitato in lui la ripetitività di una cellula ritmica, un’armonia che ha inflessioni blues, il fraseggio rapido della mano sinistra, l’affinità armonica oppure ritmica con la bossa nova, il semplice desiderio di continuare il discorso impostato dal preludio, Di Maio si lascia andare Beyond (“oltre”), attentissimo alla continuità con lo “spunto” iniziale, che diventa un autentico “preludio” alle sue ispirate improvvisazioni, che, pur se un poco scolastiche, possiedono un appeal molto emozionale e intenso, percorrendo con uno swing sottile anche strade inattese, come la bossa oppure il choro.

Sergio Romano

Sergio Romano
Skies (AlfaProjects/Egea)
Voto: 8

Anche il romano Sergio Romano propone un omaggio a Chopin nella lirica – inevitabilmente – The Raindrop, cui somma due dediche a Johann Sebastian Bach, nella suadente apertura It All Began Like This e nella prospettica, brillante Walking In The Rain (il titolo vi dirà qualcosa di sinatriano, ma non ci azzecca proprio con il vecchio Frankie dagli occhi azzurri), a dimostrazione che la musica classica continua a essere fertile territorio di “saggezza” espressiva, riferimento colmo di pietre preziose, suggestione senza tempo. Romano, benché rodato da molte collaborazioni, si presenta al debutto da titolare di un album come solista dalle visioni multicolori, ma sempre legate a un clima rasserenato e “colto”, solido ed emotivo.
Tredici composizioni originali che hanno come focus la serenità, la nitidezza, l’immediatezza, che non cercano mai quelle che Gianrico Carofiglio definisce nel libro Con parole precise “frittate di stereotipi, arcaismi, citazioni, circonlocuzioni ridondanti, periodi involuti e ardui, uso sistematico di anglismi, lessico inutilmente ricercato ed esibito, abuso delle subordinate”. Romano ama piuttosto il sorriso pop di Suddendly The Sun, la freschezza zampillante di Fairy Dance, il sospiro luminescente di Sometimes It Rains At Night, il romanticismo suadente di My Blue Side, l’impressionismo solare di That Joy Of Summer, la malinconia lirica di The First Light At Dawn e così via su canovacci melodici e armonici piani, ma che sanno raggiungere sempre una meta. E volano senza tempo.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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