Fabrizio De André: i primi 40 anni de “L’indiano”

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fabrizio de andré - l'indiano

Quarant’anni fa oggi, ovvero il 21 luglio del 1981, veniva pubblicato il decimo album di inediti di Fabrizio De André, senza titolo e quindi ufficialmente da intitolarsi proprio Fabrizio De André, ma per tutti è diventato L’indiano a causa dell’immagine di copertina, un’opera dell’artista statunitense Frederic Remington intitolata The Outlier, che vede un nativo pellerossa a cavallo.

Il disco arriva a tre anni di distanza dal precedente lavoro inedito Rimini, anch’esso scritto in collaborazione con Massimo Bubola, ma nel mezzo ci sono stati due eventi decisamente importanti sia per la vita che per la carriera artistica di De André: il tour con la PFM e i due fortunati album live con le registrazioni di quei concerti, ma soprattutto il rapimento di cui lui e Dori Ghezzi sono stati vittima tra il 27 agosto e il 20 dicembre 1979, per mano dell’Anonima Sequestri.

L’album

Il tema del disco è il confronto tra il popolo nativo americano e quello sardo, entrambi (seppur in modi e tempi diversi) vittime della colonizzazione. Così lo stesso De André raccontava la similitudine: «Gli indiani di ieri e i sardi di oggi sono due realtà lontane solo apparentemente, perché sono due popoli emarginati e autoctoni. Gli indiani sterminati dal generale Custer, chiusi nelle riserve. E i sardi cacciati sui monti dai cartaginesi, fatti schiavi dai romani, colonizzati poi. Le analogie fra le due civiltà sono tante. La caccia è un denominatore comune. Attraverso la caccia, tribù diverse (gli indiani) e persone che abitano in paesi diversi (i sardi) riescono ad avere rapporti sociali. Per loro è anche uno sfogo, un modo per conoscersi, per dimenticare di essere odiati senza motivo. Conosco alcuni sardi che si odiano per sentito dire, fino a quando non si incontrano nelle battute al cinghiale».

E sono proprio i suoni della caccia (registrati in Gallura nel mese di gennaio 1981 grazie alla Compagnia di caccia di Marco Lattuneddu) che fanno da fil rouge tra diversi brani dell’album, come a voler rimarcare ancora di più l’elemento che accomuna i due popoli.

Le canzoni

L’album si apre con la chitarra elettrica blues di Quello che non ho, e pone subito una chiara distinzione tra quello che hanno gli oppressori, ovvero gli strumenti per opprimere e colonizzare i popoli autoctoni (“Quello che non ho è una camicia bianca / Quello che non ho è un segreto in banca / Quello che non ho sono le tue pistole / Per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole”). Ma alla fine, purtroppo, la conquista si compie, e agli oppressi non rimane più neanche quello che avevano in precedenza (“Quello che non ho è questa prateria / Per correre più forte della malinconia”).

Canto del servo pastore ci presenta l’anima più pura dell’abitante autoctono di una terra: magari poco istruito (“Qual è la direzione / Nessuno me lo imparò / Qual è il mio vero nome / Ancora non lo so”), ma vivendo lontano dalla comunità, dal mondo “civilizzati” rimane puro d’animo, genuino, sincero, a contatto con la natura e dotato di una sensibilità tale da entrare in simbiosi totale con essa (“Mio padre un falco, mia madre un pagliaio”).

Il pezzo più famoso del disco è certamente Fiume Sand Creek, racconto del massacro di pellerossa avvenuto il 29 novembre 1864, quando alcune truppe della milizia del Colorado, comandate dal colonnello John Chivington, attaccarono un villaggio di Cheyenne e Arapaho situato vicino al fiume Big Sandy Creek, massacrando molte donne e bambini.
De André ha dichiarato di aver tratto i maggiori spunti per il brano da Memorie di un guerriero Cheyenne, libro/intervista che raccoglie le memorie del guerriero Cheyenne Gambe di Legno. Per motivi probabilmente di narrazione poetica De André e Bubola cambiano il grado militare e l’età dell’allora quarantatreenne colonnello Chivington, che diventa “un generale di vent’anni”, incrociandolo evidentemente col più famoso Generale Custer, autore della parallela strage di nativi del Washita.

Grazie alla penna magistrale di De André perfino un massacro riesce ad assumere una connotazione poetica, e questo accade perchè la vicenda viene raccontata attraverso gli occhi di un bambino che non capisce cosa sta succedendo intorno a lui e crede di essere in un sogno (“chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì / chiesi a mio nonno ‘È solo un sogno?’, mio nonno disse ‘sì'”), salvo poi purtroppo accorgersi che era tutto vero e che si trovava di fronte alla morte (“Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso / il lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso”). Il massacro finì nel modo peggiore, visto che gli uomini erano a caccia (“i nostri guerrieri troppo lontani / sulla pista del bisonte”), nel villaggio c’erano solo donne, vecchi e bambini ed alla fine proprio tra loro ci furono oltre 150 morti (“Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek”).

Queste le parole con cui lo stesso Faber presentava il brano durante il tour del 1991: «è un tentativo di sterminio, questa volta purtroppo riuscito quasi fino in fondo: sto parlando degli Indiani d′America.
Piccolo massacro dopo piccolo massacro, insomma, sono riusciti quasi a sterminarli tutti quanti. I pochi che sono rimasti sono nelle riserve in condizioni abbastanza vergognose.
La canzone si chiama Sand Creek, e si riferisce a uno di quei piccoli massacri, dove un gentiluomo, un certo colonnello Chivington, con un’accozzaglia di ubriaconi, neanche vestiti da soldati, riuscirono a far fuori una cinquantina di vecchi e bambini, perché i guerrieri nel frattempo erano andati a caccia del bisonte.
Non la vorrei fare tanto lunga, anche perché io riesco ad esternare meglio attraverso le canzoni che non attraverso le chiacchiere.
Voglio soltanto dire, però, che la sera del 12 Ottobre del 1992 non starò certo a brindare al cinquecentenario della scoperta dell′America. Anche perché desidero ribadire, ricordare che non si trattò di una scoperta, caso mai di una riscoperta, perché quando Cristoforo Colombo con il solito capello fluente, occhio sognante, piede sicuramente fetente, sbarcò sull’isola di San Domingo, c’era una popolazione, c′erano quelli che poi sarebbero stati chiamati Domenicani, ed erano lì da circa 20 o 30.000 anni: avevano attraversato lo Stretto di Bering insieme a tutti gli altri che sarebbero stati chiamati a loro volta Indiani.
Quindi la sera del 12 Ottobre 1992, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli Indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il giorno del più grave lutto nazionale».

A chiudere il lato A dell’LP troviamo un’Ave Maria cantata in lingua sarda dal tastierista Mark Harris. Il brano è una versione del canto tradizionale sardo Deus ti salvet Maria, scritto nel XVIII secolo dal poeta Bonaventura Licheri) come strumento adatto alla catechesi tra i ceti popolari. Il brano di De André è rielaborato da un adattamento di Albino Puddu.

La seconda parte del disco si apre con Hotel Supramonte, delicata ballad che riesce a raccontare in modo perfino romantico quelli che certamente sono stati i mesi più difficili della vita di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, ovvero quelli del sequestro. Sebbene loro non furono portati sul Sopramonte, la forza evocativa del nome di questo massicco montuoso dell’entroterra sardo (comunque covo di latitanti) è stata usata al servizio della canzone.
Si tratta certamente del brano più autobiografico dell’intero album, anche se lo spunto è stato dato a Faber da una canzone di Massimo Bubola dal titolo Hotel Miramonti, poi riadattata nel testo per raccontare i mesi di prigionia, come fosse stato un lungo soggiorno in hotel (“Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile / Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere / E un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve”).

In qualche modo legata al rapimento di Fabrizio e Dori Ghezzi è anche Franziska: il cantautore ha infatti raccontato di averla scritta basandosi sui racconti dei loro “custodi” carcerieri, tanto che la stessa descrizione fisica e psicologica del bandito della canzone è ripresa dall’aspetto e dall’abbigliamento dei sequestratori.
Nella canzone si parla della vita di un bandito latitante, ma visto con gli occhi della sua compagna, costretta a stare in casa per via della gelosia del suo uomo, ed in solitudine a causa della sua latitanza. Ma anche lui risente della situazione e di notte dorme col fucile accanto, ma abbracciato alla sua fotografia e al rosario donatogli da lei (“Tu bandito senza luna / Senza stelle e senza fortuna / Questa notte dormirai  col suo ritratto / Proprio sotto il tuo fucile”).

Se ti tagliassero a pezzetti è probabilmente la canzone più bella dedicata alla libertà nella discografia di De André, e per presentarla con le sue parole si tratta di «un tentativo di liberticidio, anche se allegorico, che va a finire male: la libertà riesce a ridissotterrarsi e a riemergere».
La paternità del brano è da attribuire in maniera “maggioritaria” a Massimo Bubola, che al suo interno ha inserito un riferimento anche alla Strage di Bologna, accaduta solo un anno prima (“T’ho incrociata alla stazione / che inseguivi il tuo profumo / presa in trappola da un tailleur grigio fumo / i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino / camminavi fianco a fianco al tuo assassino”)
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La forza della libertà, come spiegato dallo stesso De André e raccontato in maniera estremamente poetica nel testo, è la capacità di riuscire a rigenerarsi, emergere, nonostante i molti tentativi degli uomini di soffocarla e ucciderla (“Se ti tagliassero a pezzetti / il vento li raccoglierebbe / il regno dei ragni cucirebbe la pelle / e la Luna tesserebbe i capelli e il viso / e il polline di dio, di dio il sorriso”).
Curiosità: il brano dovette subire un doppio cambiamento per via della censura: “signora libertà, signorina anarchia” diventò “signora libertà, signorina fantasia”, mentre “il polline di un dio, di un dio il sorriso” più semplicemente “il polline di dio, di dio il sorriso”.

Con il brano che chiude l’album si torna al parallelismo con gli indiani d’America o, per essere più precisi, con la loro visione del Paradiso: padre e figlio si trovano infatti nei Verdi pascoli, dove “gli aranci sono rossi, i limoni sono grossi” e “non c’è da andare a scuola”. Musicalmente l’unico brano reggae dell’intera discografia di De André, probabilmente scaturito dall’enorme successo che riscuoteva Bob Marley in quegli anni.

Un album fondamentale, arrivato dopo quello live con la PFM che cambiò la storia della musica dal vivo italiana, e prima della svolta etnica, che arriverà tre anni dopo con Creuza de mä. Canzoni come Fiume Sand Creek, Hotel Supramonte e Se ti tagliassero a pezzetti sono tra i punti più alti della lirica deandreiana e, di conseguenza, della musica d’autore italiana.

Tracklist

1. Quello che non ho
2. Canto del servo pastore
3. Fiume Sand Creek
4. Ave Maria
5. Hotel Supramonte
6. Franziska
7. Se ti tagliassero a pezzetti
8. Verdi pascoli

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