Dicevamo – nella prima presentazione di alcuni album molto interessanti usciti di recente nell’ambito – che oggi diapason perfetto per le nostre orecchie è certamente la black music, specie quella elaborata con classe e personalità e facendo riferimento alla grande stagione dei decenni dai 60 agli 80 del secolo scorso, momento clou della sua evoluzione. Va solo aggiunto che il fatto che spesso la elaborino, la rinnovino e la propongano musicisti bianchi, ne testimonia in maniera ancora più incontrovertibile l’universale capacità di disegnare i desideri, le aspirazioni, le speranze, di chi suona e di chi ascolta. A ennesima, pur minima, dimostrazione che chi pontifica su “la fine della storia”, in qualunque contesto lo faccia, prende dei granchi, è proprio il caso di dirlo, sonori.

Gizelle Smith

Gizelle Smith
Revealing (Jalapeno)
Voto: 8

«Ho recepito un tale numero di bellissime influenze, che ora voglio solo canalizzarle per esprimermi alla maniera che mi è più congeniale, attraverso i paesaggi musicali che scelgo.» Ha un focus chiarissimo la brava cantante di Manchester, giunta con questo Revealing al suo secondo esito da solista. E aggiunge: «Nel corso degli anni sento che soprattutto i miei testi sono diventati più significativi e sono particolarmente importanti in questo album.» Soprattutto la nascita di questo cd è stata funestata dalla morte del padre di Gizelle, Joe Smith, già chitarrista e direttore artistico degli americani Four Tops, che l’aveva lasciata «senza identità, come una corda recisa». Ma la golden girl of funk, come la definiscono in GB, ha scelto la musica quale strumento di rinascita, quale grimaldello per risalire dalla Agony Road (il brano che apre il cd) che ha dovuto percorrere, per piantare i primi Three Tiny Seeds della convalescenza, per mettere in un cantuccio della mente The Girl Who Cried Slow, per superare i condizionamenti sociali perché è Better Remember (They’re Controlling You). Una prova decisamente all’altezza della ex-reginetta dei Mighty Mocambos, ormai a tutti gli effetti una solida realtà del funk e del soul mondiale. La sua vocalità naturale è perfettamente “classica” nelle intonazioni errebì-funk, la sua elaborazione stilistica, con distillati contributi rock, pop ed electronica, è centrata e carica di emozione, il suo piglio assolutamente moderno e ad ampio raggio si diffonde in altri brani preziosi, come la ripresa electro-funk della King Of The Mountain di Kate Bush oppure nella Miss World (Less Is More) sui cambiamenti climatici o ancora nella conclusiva Riot Cars, contro i metodi violenti della polizia USA.

Guillaume Méténier aka Soul Sugar @ Nickolas Chryssos

Soul Sugar
Excursions In Soul, Reggae, Funk & Dub (Gee)
Voto: 8/9

Evviva l’organo Hammond! La più calda e sensuale delle tastiere ha segnato una stagione dell’hard bop, poi ha sveltito il funk e infine ha permesso la creazione dell’acid jazz. Uno strumento che ogni volta viene dato per morto, perché datato, datato, datato… e invece risorge dalle sue stesse ceneri espressive come un’arzilla araba fenice. Oggi – in realtà è in pista dalla seconda metà degli anni Novanta, il suo precedente album è stato il rimarchevole Chase The Light del 2017 – è la volta di uno degli allievi di un old master come sua maestà Dr. Lonnie Smith, ovvero il francese Guillaume Méténier, deus ex-machina del progetto Soul Sugar, nonché attivo con l’alias Booker Gee. Inizialmente un classico trio soul-jazz, Soul Sugar si è evoluto in un collettivo che trae ispirazione dai generi cui abbiamo accennato sopra e dal reggae nelle sue varie declinazioni. Raccolta di brani pubblicati finora in formati diversi, questo cd, dal titolo esplicativo, vede la collaborazione di personaggi illustri, come il produttore Blundetto (ovvero Max Guiget), la super coppia ritmica Sly & Robbie, il cantante giamaicano Leo Carmichael (nella ripresa dell’hit di Luther Vandross Never Too Much e dell’intrigante I Want You di Marvin Gaye), il polistrumentista spagnolo Roberto Sánchez aka Lone Ark (che contribuisce alla forza dell’apertura Aximites e della retrò Faith), Slikk Tim e Thomas Naim. Strumentali tra dub scarno e bassi pesanti, suoni colorati di synth e influenze anni 70, fino a Greedy G, cover del duro strumentale reggae-funk dei Brentford All Stars, basato sul funky Get On The Good Foot di James Brown.

Kat Eaton

Kat Eaton
Talk To Me (Reason & Rhyme)
Voto: 7/8

Ha fatto tour come vocalist di Jools Holland, Marc Broussard, Teskey Brothers e Mama’s Gun; ha proposto numerosi concerti da solista a Londra, spesso sold out; ha co-firmato canzoni con Ruby Turner, Caro Emerald e Andy Platt (per Mama’s Gun e Young Gun Silver Fox); ha sperimentato generi inediti come “invitata” speciale a trasmissioni radio in Olanda e Belgio che propongono concerti live. La debuttante Kat Eaton, gallese di Cardiff, trasferitasi a Sheffield, città dove il funk è macinato da numerose band di semiprofessionisti e dove ha incontrato il suo alter ego e partner Nick Atkinson, che contribuisce in maniera determinante, come produttore, multistrumentista e co-autore, a questo lavoro, non è esattamente un’artista alle prime armi. E lo si ascolta fin dal primo brano, Barricade, con la voce che si presenta matura e solida in un nothern soul ritmato. L’impressione di un lavoro perfettamente radiofonico è confermata da tutto il percorso di Talk To Me, dalla seconda traccia Checking In, più lenta e “straniata”, a Need A New Way To Say I Love You, la più blues del lavoro, dalla ballata romantica All Kinds Of Crazy al soul-pop Dreaming Of You, dal rhythmn’blues disteso Put Your Love In My Arms all’intensa e profonda title-track e all’energica chiusa Out Of The Rain. Dire di un primo disco che avrebbe avuto bisogno di più coraggio è come scoprire che l’acqua molto calda può scottare, ma come Eaton ci ha provato in alcuni testi riusciti, che toccano i temi delicati del bere e della salute mentale, avrebbe potuto rischiare qualcosa di più anche con i suoni, che peccano di prevedibilità, ma non per questo non coinvolgono e non piacciono. Anzi.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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