Grande musica italiana. Che non arriva solo dai più celebri della classe, ma anche dalle “seconde linee”, quelle che da sempre permettono a una compagine di essere al top. Vi proponiamo una serie di lavori di grande fascinazione, che, nell’ultimo periodo, hanno dimostrato concretamente che la canzone d’autore da noi offre prospettive di enorme apertura e possiede un peso specifico che difficilmente ha uguali in altri panorami espressivi.

Giovanni Dell’Olivo

Giovanni Dell’Olivo
Memorie di Atlantide (AlfaMusic/Egea)
Voto: 8

“La verità non detta è una menzogna alata/ soltanto troppo vera per essere taciuta/ Così oggi vi racconto in metafora marina/ La storia del mio mondo, di come andò alla rovina/ Atlantide sommersa non è una storia antica/ e se soltanto fosse qui e adesso?/ Ma poi chi siete voi e chi me stesso?” L’incrocio di intenzioni e di immagini, di “acqua che rivarà” e di “poesie incompiute cantate controvento”, di introspezione e di immaginazione, di scorrerie e Vento molesto, fino a La peste è ritornata, quasi una premonizione, è preannunciato già dalle parole, dopo l’Introduzione, del brano di apertura, che porta lo stesso titolo dello spettacolo di teatro canzone nato nel 2019 e diventato da alcune settimane questo ottimo cd.

Le Memorie di Atlantide del cantautore (e direttore della Fondazione di Venezia, ente non profit bancario che si dedica alla sovvenzione di attività artistiche, culturali, scientifiche ed educative) Giovanni Dell’Olivo ne continua la particolare elaborazione discografica degli show che mette regolarmente in scena: era successo con Addio ad Ulisse e Mude de mar. Come da anni insieme all’ensemble di musica popolare Colletivo di Lagunaria, in cui spiccano le voci di Serena Catullo e Arianna Moro e la chitarra di Stefano Ottogalli, registra qui – mantenendo lo schema e l’intensità del live – 12 brani che sono la metafora di «una Venezia sia esteriore che interiore: è quella parte della società alla quale ci sentivamo più o meno appartenenti, che è andata scomparendo negli ultimi vent’anni. Oggi la pandemia non ha fatto che amplificare questa situazione».
La musica è tipicamente mediterranea, pur senza dimenticare influenze popolari venete, e passa dal rebetiko greco al fado portoghese, accoglie influenze mediorientali e ingloba anche una rivisitazione del brano Heureux qui comme Ulysse del francese George Brassens, diventato, conformemente alla tematica del concept album, Io, la mia barca, la laguna e te. E il più grande mito della letteratura fantastica antica, a cominciare dal filosofo Platone, diventa attualità e vita, propugna un’energia vitale e sotterranea, ci fa immaginare un’alterità idilliaca e visionaria quanto impegnativa e difficile.

Alessandro D’Alessandro @Paolo Soriani

Alessandro D’Alessandro
Canzoni (Squilibri)
Voto: 8/9

Organettista di grande spessore, il coordinatore artistico dell’Orchestra dei Bottoni, formazione di soli organetti di vario registro, ritmica e voce, debutta da solista – ma aveva già vinto la Targa Tenco per l’album in dialetto Canti, ballate e ipocondrie d’ammore, realizzato insieme con Canio Loguercio – con questo cd, il cui titolo completo è Canzoni – per organetto preparato & elettronica. D’Alessandro fa un’operazione di rivisitazione, di rianalisi, di revisione, partendo dalle caratteristiche del suo strumento, la ricchezza del patrimonio popolare di mezza Europa che si porta appresso, la possibilità di eseguire sia la linea melodica che l’accompagnamento, la forza delle sfide virtuosistiche in piazza, di una manciata di canzoni d’autore celeberrime, di due brani tradizionali (l’armeno Bingeol e lo svedese Hu Noppar Hharen Kroka) e di un succoso, divertente inedito, la filastrocca Tiritera delle canzoni che volano, suonata in quartetto e con le voci contrapposte di Elio e Davide Riondino, che ne firma il testo, dedicato ai brani della nostra musica leggera e pop, dalla “canzone di quel signore che sognava di andare nel cielo dipinto di blu” a quella “che ancora non c’è”.
Da pelle d’oca la riproposta de I giardini di marzo con il solo organetto, che è solitario anche in una Azzurro quasi surreale e inafferrabile, nella marleyana, ma non pare proprio, I Shot The Sheriff e in Sul porto di Livorno di Piero Ciampi. Varie altre canzoni vedono il Nostro accompagnato, oltre che dalle personali spolverate di elettroniche ed effetti, da un solista eccellente: Arnaldo Vacca e i suoi strumenti etnici oppure il chitarrista Roberto Angelini (nella maestosa Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley), il vibrafonista e percussionista Raffaele Di Fenza o il sassofonista Daniele Sepe, magnifico nel brano di origine scandinava.
Altre quattro le canzoni cantate: Il manichino di Gino Paoli, con Sergio Cammariere e lo spagnolo Joan Manuel Serrat (autore originale, tradotto in italiano dal genovese di Monfalcone); Quello che non voglio di Fausto Mesolella e Stefano Benni con il duo Musica Nuda, Petra Magoni alla voce e Ferruccio Spinetti al contrabbasso; Mario di Pino Donaggio, con Peppe Voltarelli; Ritals del compianto Gianmaria Testa, con la recitazione di Neri Marcoré e Sonia Bergamasco. Il tutto scorre come un ruscello zampillante, pieno di scorci emozionanti e di punti di vista inusuali dei brani proposti, di sentimenti amplificati e di stimolanti ri-forme del noto e accettato, fino alla bonus track conclusiva: Campagna dei Napoli Centrale di James Senese, rifatta alla grande dal vivo dall’Orchestra dei Bottoni al completo.

Diego Bitetto

Diego Bitetto
Il Giardino di Mai (autoprodotto)
Voto: 7/8

“Sei un disgraziato che, senza famiglia/ se non s’è perso non s’è mai trovato/ e ora tenti un timone e una chiglia/ con mani marinaie da impiegato/ ma non ti viene, non ha preso il giro/ questo tempo neanche di sventura/ tempo di niente, tempo di sutura/ tra un grande esordio e un dimesso ritiro.” Così si autodefinisce il savonese Bitetto in una poesia del suo volume di sonetti I senza nome, e ancora oggi, che debutta come cantautore che discende per linea diretta dalla lezione di Fabrizio De Andrè, si muove “con questa testa che ho da marinaio/ con queste mani che ho ragioniere/ andare dove che volevo andare/ e ogni volta non andava bene…” (parole di Per sempre, che apre il cd, narrando elegantemente d’amore e di ricordi).
Un album impegnativo, old style, con le liriche che vanno ascoltate e hanno bisogno di discussione, di confronto, che arrivano solo dopo il delay dell’assimilazione individuale, della decrittazione dal linguaggio bitettiano al proprio processo di crescita personale. Registrato completamente in solitudine, con il pianoforte come strumento cardine, ma arricchito da tutte le possibilità offerte dall’elettronica (spesso trattata in maniera “analogica” come contributo di archi e pieni orchestrali), Il Giardino di Mai alterna ballate ritmate a lievi tarantelle, valzerini eterei a filastrocche infantili, marcette sorridenti a canzoni d’autore a tuttotondo. E lo fa trattando temi tutt’altro che facili: le difficoltà economiche, la violenza sulle donne, la sofferenza dell’abbandono, la crisi in Colombia, il disagio mentale, L’amore che toglie, fino all’amato Edgar Allan Poe e al suo racconto-capolavoro La Maschera della Morte Rossa fatto canzone emozionante.
Il contrappasso tra i diversi spessori narrativi dei 15 brani scivola, anche grazie all’evidente formazione classica del Nostro, che ama i lieder e la musica da camera per ensemble corposi, e alla sua vocalità solida e particolare, in un continuo gioco a nascondino tra parole e suoni, tra invenzioni e sorrisi, tra scavi interiori profondi come voragini e voli di colibrì tanto rapidi da risultare immobili, con la stessa apertura mentale dei fratelli Conte, che del resto sono astigiani, terra in cui Bitetto da tempo vive.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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