Gli Smile ci raccontano il nuovo singolo “Hideout” tra chitarre, arpeggi e melodia (intervista)

0

Ad ascoltarli direste che vengono dalla Stati Uniti, magari dalla West Coast, visto che il genere a cui si rifanno è quel jangle pop reso famoso da band come i R.E.M., ma se poi vai a leggere i nomi dei componenti ti accorgi che gli Smile sono italianissimi, e si tratta di Michele Sarda, Hamilton Santià, Francesco Musso e Mariano Zaffarano.

Nati a Torino nel 2019, dopo i primi live nei club del capoluogo piemontese sono stati travolti come tutti noi dal lockdown, che gli ha impedito di continuare a farsi conoscere dal pubblico attraverso i concerti, ma sono comunque stati notati da una casa discografica specializzata nel genere, la Subjangle, che insieme alla Dotto ha pubblicato il loro primo album The Name Of This Band Is Smile, uscito a marzo 2021. Pochi giorni fa è stato pubblicato un nuovo singolo inedito dal titolo Hideout (trovate il videoclip in fondo all’articolo), preludio ad un nuovo album della band, che è già in lavorazione.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Michele Sarda, cantante del gruppo: ecco quello che ci siamo detti.

La prima cosa che mi ha incuriosito è che avete fatto uscire un disco in pieno lockdown, senza possibilità quindi di poterlo promuovere dal vivo. Come mai questa scelta?
Sì, decisamente sì. Noi siamo nati nel 2019, e in poco tempo ci siamo ritrovati ad avere subito dei pezzi pronti. Abbiamo fatto appena in tempo a fare qualche concerto dal vivo, poi ci siamo trovati chiusi in casa come tutti quanti. Però i brani li avevamo, quindi abbiamo deciso di registrarli e di far uscire comunque il disco.

Vi rifate ad un genere, il jangle pop, che ormai in radio non si sente da un po’. Secondo me però avete un’ottima credibilità musicale: ascoltandovi senza conoscervi sfido chiunque a dire che siete dei ragazzi italiani piuttosto che statunitensi.
Innanzitutto grazie. Sopratutto io e Hamilton, il chitarrista, avevamo una band tra il 2004 e il 2006, durante i nostri anni all’università e già facevamo qualcosa che era più o meno simile, verso il college rock e qualcosa di un po’ più psichedelico. Però quello che avremmo sempre voluto fare era quello che stiamo facendo con gli Smile, perchè i R.E.M. e i The Smiths sono stati i gruppi più importanti della nostra vita, quindi è chiaro che ti venga da emulare quel suono. È vero che attualmente non ci sono tante band che fanno questo tipo di musica, che sembra non interessare a nessuno, ma secondo noi invece chitarre, arpeggi, melodia e ritmi serrati sono immortali.

Mi trovi d’accordissimo. Anzi, sembra che un po’ stia tornando questo suono che vede finalmente di nuovo protagoniste le chitarre invece dell’elettronica. Magari se vogliamo anche sotto la spinta del successo clamoroso dei Måneskin, che pur puntando molto su look e marketing piuttosto che sulla qualità delle canzoni in sè, hanno comunque contribuito a riaccendere l’attenzione e l’interesse, soprattutto dei giovani, verso un certo tipo di musica che ultimamente sembrava un po’ in declino.
Speriamo che sia così, io credo di sì. Magari per un periodo l’industria musicale o il pubblico possono dimenticarsi di un certo tipo di musica, poi però magari dopo qualche anno trova un nuovo modo di esprimersi e tornano prepotenti, allora la gente dice “wow, non mi ricordavo più cosa voleva dire sentire un ritornello che mi si attacca addosso per tutta la giornata e devo riascoltarlo perchè non riesco a farne a meno”. Anche per questo secondo me la melodia è una forma di espressione immortale che trova sempre nuovi modi per reinventarsi.

Ascoltando le vostre canzoni ho trovato un mixaggio e, in generale, un modo di utilizzare il suono “molto poco italiano”, per citare Boris. Soprattutto, e direi finalmente, la voce che si fonde in mezzo agli strumenti, e non che spicca pesantemente in primo piano, come succede con molte produzioni italiane.
A parte la bellissima citazione di Boris, che è un grande collante della band, visto che anche noi spesso ci esprimiamo a citazioni della serie, ovviamente quella è stata una precisa scelta sonora: volevamo che le nostre canzoni suonassero come tante delle cose che ci ispirano e che quindi arrivano soprattutto dagli anni ’80 americani, in cui la voce era una parte, uno strumento esattamente come gli altri, quindi doveva essere più o meno tutto allo stesso livello. Abbiamo fatto in modo che suonassero così i singoli e il disco stesso, a differenza di quella che spesso è l’abitudine di lavoro in Italia, con prodotti masterizzati in maniera magniloquente, con queste onde sonore schiacciatissime ai margini, quindi tutto molto presente. E poi nella musica mainstream, in cui la voce è protagonista, effettivamente è troppo “fuori”, però siccome siamo abituati a sentire queste canzoni, va a finire che poi quando un gruppo va in studio e prova a registrare, tende ad emulare quello che è abituato ad ascoltare.

Avete mai pensato o provato a fare canzoni in italiano? Pensi che sia più facile cimentarsi con l’inglese, che è anche più duttile come utilizzo a livello metrico, o magari più semplicemente credi che in italiano sareste meno credibili?
Ormai sono vent’anni che suono, quindi ho provato anche a scrivere in italiano, ma proprio non fa per me, sono come dei panni che non mi sento bene addosso. L’inglese invece è un abito con cui ci sentiamo perfettamente a nostro agio. Inoltre l’idea di poter parlare anche all’estero è una cosa che ci piace molto, tanto che un’etichetta inglese specializzata nel genere, la Subjangle, ci ha notato dal nulla e ci ha chiesto se volevamo far uscire il disco con loro. In questo caso, quindi, l’inglese ci ha aiutato molto. Poi bisogna dire anche che a livello espressivo si tratta di una questione di abitudine, perchè visto che la mole di musica in inglese che ascolto è molto superiore rispetto a quella in italiano, è come se mi fossi alfabetizzato alla musica associandola a quella lingua piuttosto che all’italiano, quindi penso che come Smile continueremo sempre a fare canzoni in inglese.

Il vostri primo disco, The Name Of This Band Is Smile, è uscito a marzo, in pieno lockdown e adesso, dopo soli 4 mesi, un nuovo singolo inedito, Hideout. Come mai avete fatto uscire un nuovo brano dopo così poco tempo?
Ci scappava. Avevamo voglia di cambiare pagina, perchè nel frattempo le personalità si sono un po’ spostate e hanno lasciato spazio alla coesione nella band, che è andata crescendo, portando la nostra chimica di gruppo su un altro livello. Nulla di completamente diverso da quello che abbiamo fatto finora, ma ci stiamo spostando, con canzoni che sono un po’ diverse da quelle del primo album e volevamo dare inizio a questa seconda fase con un singolo. Non ci siamo prefissati nulla e non era nemmeno un pezzo che avevamo già lì da prima, semplicemente abbiamo detto “perchè no?”, quindi in dieci giorni la canzone era scritta, registrata e pronta per uscire. E così è nata Hideout.

Ci troviamo in questa situazione di “stallo” per quello che riguarda il mondo musicale, con live che prevedono pubblico seduto distanziato, divieto di assembramenti, quasi impossibilità di suonare al chiuso, e così via. Ovviamente questo blocca la promozione dal vivo dei vostri brani e la possibilità di farvi conoscere al pubblico tramite i live. Cosa pensate di fare per ovviare a questo problema?
Fare uscira musica in continuazione. Stiamo lavorando al secondo album e siamo a buon punto: molto probabilmente nei prossimi mesi uscirà già qualcosa, perchè vogliamo tenere alto il ritmo con dei singoli nuovi. Secondo noi il miglior modo per promuovere la nostra musica è farne in continuazione, a getto continuo, e in questi mesi contiamo di promuoverci così, nella speranza di poter tornare a suonare presto dal vivo. Poche settimane fa abbiamo aperto la stagione estiva dell’Hiroshima Mon Amour, togliendoci anche una grossa soddisfazione, perchè non vedevamo l’ora di tornare a suonare, e speriamo di continuare a farlo nei prossimi mesi.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

 

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Google Youtube abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

 

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome