Lo scriviamo da tempo. La salute del jazz italiano è eccellente, sia per l’altissima qualità della musica, sia per la caratura internazionale, sia per la presenza nei conservatori, sia per l’organizzazione dei musicisti. Purtroppo però il rinnovamento del pubblico è ancora troppo lento e gli spazi per gli artisti, specie i più giovani, non sono molti. Noi continuiamo a proporre album di musicisti italiani il cui standard espressivo è a livello dei più interessanti talenti mondiali. E spesso se ne accorgono anche all’estero, come potrete leggere più sotto.

Jocando Latina

Jocando Latina
Jocando Latina (Alfa Music)
Voto: 8

Un disco che piace a tutti. Anche a chi considera il jazz commestibile come un rafano a colazione e a chi pensa che l’improvvisazione sia l’arte dell’inconsistenza. I cinque della band nata ormai vari anni fa – e il progetto si è articolato nel tempo, consolidando idee e contributi – per suonare in maniera attuale musica latina sono jazzisti talmente impegnati in altre iniziative sonore a proprio nome oppure in collaborazione con altri, che hanno dovuto attendere la crisi dettata dalla pandemia per trovare uno spazio nel calendario libero per tutti e utile a riunirsi in sala d’incisione.
Il repertorio è firmato dal tastierista Alessandro La Corte, il chitarrista Angelo Carpentieri e il bassista Paolo Pelella (completano la formazione il batterista Carlo Salentino e il percussionista Davide Cantarella) con un appeal immediato e diretto, che ricorda certi Weather Report “latini” oppure una fusion di classe superiore. Due riprese degli evergreen Meio de campo del brasiliano Gilberto Gil, un’elegia del gioco del calcio, e Hurry dell’uruguaiano Hugo Fattoruso completano il cd, aperto con una dedica a Ennio Morricone e chiuso da una a Chick Corea, che bene indicano le due coordinate entro cui si muove il sound godibile e sorridente dei cinque, che si snoda tra melodismi mainstream, assolo perfettamente congegnati, raffinatezza estetica e persino qualche, meno di quante ci sarebbe piaciuto ascoltarne, extra-vaganza.

Alboran Trio

Alboran Trio
Islands (autoprodotto)
Voto: 9

Scusate il ritardo. Abbiamo atteso che un cd votato da una delle riviste specializzate top mondiali, la giapponese “Jazz Hyhyo”, come il miglior disco jazz del 2020 trovasse un’etichetta che lo pubblicasse e lo distribuisse in giro per il mondo come un must della musica italiana attuale. Invano. Allora ve lo proponiamo con alcuni mesi di ritardo ma con il suggerimento pervicace di ascoltarlo con attenzione e mente aperta. Il terzo lavoro del trio varesino – i due precedenti, Meltemi del 2006 e Near Gale del 2008 per la label tedesca ACT, sono piuttosto lontani – mostra la formazione, pur guidata dal pianista Paolo Paliaga, autore di tutti i brani, a un livello di interplay assoluto, con i due ritmi, il contrabbassista Dino Contenti e il “nuovo” batterista Ferdinando Faraò, assolutamente immersi nel fluire sonoro, nelle intenzioni emotive, nel contenuto artistico.
«Abbiamo lavorato per arrivare a suonare senza giudizio, senza pregiudizio, senza idee preconcette su che cosa dovesse essere la nostra musica, senza un’idea di dove saremmo arrivati suonando», dice Paliaga. Eppure Islands è tutt’altro che un disco in cerca di un’identità: è quasi ipnotico nella sua continua tensione ritmica, è quasi drammatico nella potenza del disegno espressivo, è quasi spirituale nelle evocazioni. Il tutto senza che quei “quasi” abbiano un’accezione negativa, ma anzi sappiano diventare stimolo nell’un senso o nell’altro di un percorso in cui la linea della melodia – come avviene con Fred Hersch, per dare un riferimento di valore assoluto ai nostri – è sempre il filo di Arianna che libera la mente dell’ascoltatore dal labirinto della quotidianità.

Tony Miele

Tony Miele
Needed Noises (Alfa Projects)
Voto: 8/9

“Rumori necessari” è un album complesso e articolato, che il chitarrista napoletano ha concepito e realizzato facendo riferimento a un ventaglio di riferimenti estremamente ampio, che va dalle architetture classiche di Johannes Bach al rock irrispettoso di Jimi Hendrix, dal minimalismo contemporaneo di Steve Reich persino a certe intuizioni funk. Il tutto aggregato tenendo in grande conto le linee dettate dal jazz modale di George Russell. Il chitarrista napoletano, che hanno scritto molto pur lasciandosi varie libertà improvvisative, lascia quasi totalmente da parte lo swing classico del jazz per sfruttare energetiche strutture in contrappunto e una concezione armonica dilatata, per cercare angolazioni inusuali cui potrebbe fare riferimento un John Scofield europeo (ma senza gli amori per la musica popolare, leggi country, del grande chitarrista dell’Ohio), per combinare timbri di pregio e un’ottima sezione ritmica, sostenuta anche da loop creati con campioni di suoni concreti o rumore bianco.
Per ottenere tutto questo Tony si avvale della collaborazione del flautista Domenico Guastafierro e del violoncellista Marco Pescosolido, di formazione classica, del multiforme bassista Aldo Capasso e del batterista Gianluca Palmieri, ormai definitivamente trasferitosi negli USA a fianco di Greg Howe e a insegnare. Tra le dieci, intense e riuscite composizioni di Miele, è l’acustica Canto XXX a rappresentare il vertice del cd.

Roberto Magris

Roberto Magris
Suite! (JMood)
Voto: 9

Il pianista triestino da ormai quasi 15 anni è il deus ex-machina dell’etichetta di Kansas City JMood, con la quale ha inciso oltre 20 album. Questo doppio lavoro è certamente uno dei suoi più riusciti – non è l’ultimo, dato che è già disponibile Shuffling Ivories in duo con il contrabbassista Eric Hochberg, presente anche qui – e dei suoi più ambiziosi: si tratta di una vera e propria suite dedicata al tema della pace e della fratellanza tra i popoli. Se in musica “niente è nuovo, nulla è vecchio, si tratta giusto di un cerchio tracciato nella sabbia”, come scrive nelle note di copertina, di queste tracce la risacca si mostrerà molto rispettosa, lasciandole sedimentare a lungo nelle nostre orecchie.
Magris alterna l’iniziale ritorno ai suoi amori giovanili, il progressive geniale dei King Crimson di In The Wake Of Poseidon che diventa un inno formidabile, aperto dallo spoken word di PJ Aubree Collins (che in due brani recita poesie del Nostro su come migliorare il mondo e noi stessi e sul mistero dell’esistenza e in altri due canta) a brani jazz brillanti e swinganti, come Sunset Breeze, The Island Of Nowhere, Chicago Nights, in cui si mette in luce tutto il quintetto completato appunto da ottimi strumentisti della scena della Windy City (Hochberg, il trombettista Eric Jacobson, il sassofonista Mark Colby e il batterista Greg Artry), alla lunga, paradigmatica A Message To The World To Come, che mescola atmosfera post bop a momenti spirituali.
Altre riprese sono la One With The Sun, scritta da Jerry Martini, sax di Sly and the Family Stone, per Carlos Santana, la Summertime di George Gershwin al solo piano, micidiale tanto quanto è delicato nella deliziosa ballad Love Creation e partecipe nella Imagine di John Lennon, e due evergreen di Nat King Cole Too Young To Go Steady e Never Ler Me Go, ancora con Magris solitario, con il suo stile solido che si porta echi macerati di Tommy Flanagan e Kenny Drew.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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