Tanti auguri al maestro William Friedkin, il cazzuto ribelle del cinema americano

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William Friedkin

Nel cinema di William Friedkin il bene e il male non si scontrano mai, ma convivono perennemente all’interno dei suoi protagonisti. Secondo il regista dentro ogni ognuno di noi albergano sentimenti ed emozioni che spesso ci fanno compiere atti non propriamente corretti, o addirittura scellerati, e inaspettate manifestazioni di sincera bontà. Questa è l’idea di base di ogni film che il maestro ha girato nella sua incredibile e scoordinata carriera.

Lo spirito di libero autore, in grado di scontrarsi con le convezioni e le logiche produttive hollywoodiane, si fa riconoscere già nel 1962 con il documentario a bassissimo budget The People vs. Paul Crump. Impara così i primi concetti di produzione e di messa in scena, basandosi soltanto su poche esperienze televisive alle spalle, senza aver frequentato alcuna scuola di cinema. In questo lavoro Friedkin analizza e mostra le indagini riguardanti l’incriminazione che ha portato Paul Crump nel braccio della morte, dopo essere stato accusato dell’omicidio di una guardia giurata. Il minuzioso lavoro di Friedkin, non con poche difficolta, lo porta a vincere il festival del cinema di San Francisco e a un riconoscimento generale del pubblico e della critica. Un documentario così potente e incisivo che ha di fatto costretto le istituzioni a commutare la pena di morte per Crump in ergastolo. Con questa sua prima opera, girata con solo seimila dollari, Friedkin ha concretamente salvato la vita di un uomo.

Poi arriva la trasferta a Los Angeles e Friedkin realizza un paio di film interessanti tratti da pièce teatrali: Festa di compleanno (1968) e soprattutto Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970), primo lungometraggio hollywoodiano a tematica LGBTQ della storia. Prende invece le distanze dal suo film Quella notte inventarono lo spogliarello (1968), sconsigliando al pubblico di andare a vederlo.

Nel 1971 gira il suo primo capolavoro, Il braccio violento della legge. Un noir metropolitano basato su una vera indagine della narcotici e in particolare di due poliziotti newyorkesi, Eddie Egan e Sonny Grosso, usati chiaramente come consulenti durante tutto il periodo delle riprese. Friedkin colpisce ai fianchi di un’America assetata di potere e corrotta, in cui i poliziotti usano qualunque espediente per arrivare a catturare uno spietato ed elegante narcotrafficante marsigliese. Gene Hackman e Roy Scheider interpretano in maniera magistrale e realistica i due “sbirri” e il grande attore francese Fernando Rey quello dell’antagonista. Il regista usa la base stilistica del mondo documentaristico da cui proviene per realizzare un’opera genuina e sporca tra le strade della vera New York degli anni 70. Alcune incredibili sequenze, come quella dell’inseguimento tra la macchina e il treno della metro, sono girate dal regista in strada nell’autentico traffico cittadino senza chiedere alcun permesso ufficiale alle autorità. Un rischio incredibile che nessuno avrebbe mai corso, ma che rende quell’inseguimento uno dei più belli della storia del cinema. Il film vince inaspettatamente 5 Oscar, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore (Hackman).

Il braccio violento della legge, a cinquant’anni dalla sua uscita, è ancora il miglior poliziesco di sempre e il film che di fatto segna l’inizio del glorioso cinema degli anni ‘70, costellato da storici capolavori immortali. Dopo questo lavoro sono arrivati centinaia di film cloni fatti in tutto il mondo, Italia compresa, e un seguito ufficiale diretto da John Frankenheimer.

Due anni dopo esce l’horror che cambierà per sempre il genere fino a quel momento considerato di serie B, fumettistico e per adolescenti, L’esorcista (1973).

Tratto dal romanzo omonimo di William Peter Blatty, che ne diventa anche sceneggiatore, è un successo mondiale che porta le masse a fare code chilometriche fuori dalle sale cinematografiche per vedere qualcosa di mai realizzato prima. Si aggiunge un altro rivoluzionario capolavoro nella filmografia di Friedkin che va al di là di ogni schema, combattendo contro gli stessi finanziatori, contro i difficili effetti speciali meccanici avanguardisti dell’epoca, ma ancora efficaci, e soprattutto contro tematiche assolutamente tabù per quegli anni.

Torna lo stile documentaristico per farci entrare nella vita di una famosa attrice, interpretata da una stratosferica Ellen Burstyn, borghese e colta che viene catapultata nella follia quando la figlia dodicenne (Linda Blair) viene posseduta da un demone.

Dopo le prime “stranezze” della bambina la madre si affida alle mani di medici e psicologi che di fatto mettono in atto un esorcismo laico costruito su dolorose analisi mediche e fallimentari cure per poi affidarsi a un giovane prete di quartiere interpretato da Jason Miller, un attore dilettante che Friedkin aveva visto a teatro e che sostituì il già scritturato Stacey Keach. Miller, che in quel periodo consegnava ancora latte nelle case, si ritrovo quell’anno a partecipare a un film di importanza mondiale e a vincere il premio Pulitzer per la sua prima opera teatrale. Al cast si aggiunge lo svedese Max Von Sydow, all’epoca quarantatreenne, nel ruolo dell’anziano esorcista chiamato dal giovane collega per espellere il demonio dal corpo della bambina. Il film crea un terrore crescente con una messa in scena realistica sotto ogni punto di vista, che de-umanizza il mondo fanciullesco e sicuro di un finto ambiente perbene. Tutta la parte finale dell’esorcismo, le bestemmie della bambina, la violenza visiva e scioccante hanno costretto molti spettatori a fuggire dalle sale e provocato svenimenti che ne hanno accresciuto la popolarità. Friedkin, da credente cattolico, sa come muoversi nei meandri del pensiero religioso e lo utilizza a suo vantaggio per scandalizzare i benpensanti. Inevitabili i vari seguiti, scopiazzamenti e serie tv.

A questo punto Friedkin non aveva firmato solo due successi, ma aveva creato dei veri fenomeni culturali e Hollywood sembra essere nelle sue mani. Nel 1977 decide di fare il film della vita basandosi sul lavoro di Henri Georges Clouzot, Vite vendute (1953), e soprattutto sul romanzo originale di George Arnaud, Il salario della paura.

Nessuna limitazione artistica e di budget per un’opera che ricorda come problematiche le stesse che avrà in seguito Francis Ford Coppola per Apocalypse Now.

Girato nella Repubblica Dominicana e nella foresta messicana tra tempeste tropicali, scene d’azione complicatissime e mille avversità, il film aumenta i costi di giorno in giorno. Friedkin racconta la storia di quattro reietti, un rapinatore di banche, un terrorista, un uomo d’affari sul lastrico e un killer, che, dopo essersi rifugiati in un paese del Sud America per fuggire da situazioni a rischio, cercano di recuperare dei soldi trasportando nitroglicerina per spegnere l’incendio di un pozzo petrolifero. Se riusciranno a portare a termine il lavoro potranno rifarsi una vita, ma la foresta sarà il loro ostacolo peggiore.

Il salario della paura rappresenta il vero William Friedkin, ma sarà un totale insuccesso al botteghino. Troppo cupo, troppo pessimista e con un rivale campione d’incassi che non gli lascerà spazio, Guerre stellari. Se ci fosse stato Steve Mc Queen come protagonista, fortemente voluto dal regista, invece di Roy Scheider, forse le cose sarebbero andate diversamente. Il film negli anni diventa un cult e un esempio per i futuri registi e amici come Quentin Tarantino e Francis Ford Coppola.

Per riprendersi dal tracollo decide di accettare la regia di una commedia, Pollice da scasso (1978). Viene fuori un buon lavoro, ma lontanissimo dal Friedkin che avevamo imparato a conoscere.

Torna a un progetto personale con Cruising. Prende una star come Al Pacino e la trascina nella storia di un poliziotto infiltrato negli ambienti sadomaso in cui gli omosessuali vengono uccisi da un serial killer. Un film così scomodo da far indignare la comunità gay americana, che boicotta con manifestazioni e scontri prima le riprese e poi la successiva uscita nelle sale. Anche in questo caso è tutto troppo violento, troppo esplicito, troppo negativo, troppo tutto… Il film viene osteggiato dalla critica e dal pubblico, ma fa trovare a Friedkin una nuova poetica e una nuova estetica pur raccontando sempre mondi in cui non ci sono confini tra il bene e il male. Cruising dopo dieci anni viene totalmente rivalutato e diventa un altro cult.

Dopo il deludente L’affare del secolo (1983) arriva un altro film memorabile, Vivere e morire a Los Angeles (1985). Un noir poliziesco che segue più livelli narrativi per raccontare l’ambizione di un poliziotto disposto a tutto, proprio a tutto, per catturare il falsario che ha ucciso il suo socio, portandolo in un vortice di situazioni al limite. Il film è pura energia in movimento con un altro inseguimento da manuale, come quello de Il braccio violento della legge, e dei personaggi ossessionati dal loro ego. Grandi attori, scelti personalmente dal regista, non ancora famosi come William Petersen, il futuro agente Grissom della serie CSI, il grande Willem Dafoe e John Turturro.

Le luci sporche di Los Angeles e la colonna sonora del gruppo pop Wang Chung fanno da perfetta cornice al più bel poliziesco degli anni ‘80.

Da quel momento in poi arriva un periodo di totale instabilità con film poco riusciti come il thriller processuale Assassinio senza colpa (1987), che prende decisamente un’altra posizione rispetto alle idee sulla pena di morte di People vs. Paul Crump, L’albero del male (1990), un horror che in seguito Friedkin disconosce per i continui tagli della censura televisiva, e il buon film sportivo Basta vincere (1994) con Nick Nolte.

Notevole è invece il thriller erotico Jade (1995). Ambienti torbidi e corrotti familiari al regista che trova nei tre protagonisti, David Caruso, Chazz Palminteri e Linda Fiorentino, degli abili alleati. Purtroppo anche in questo caso non avrà consenso generale e il film non incassa quello che forse avrebbe meritato.

William Friedkin

Dopo cinque anni di riflessione, Friedkin riappare con due film della Paramount. Il primo è Regole d’onore (2000), un thriller giudiziario pieno di retorica che vede il regista in secondo piano rispetto alle decisioni della produzione, ma che ha un notevole successo commerciale e si piazza al terzo posto nella classifica degli incassi dei lungometraggi realizzati da Friedkin. Ottimi i due interpreti Samuel L. Jackson e Tommy Lee Jones, che rivediamo come protagonista nel successivo, The Hunted – La Preda (2003). Scritto dallo stesso Friedkin il film racconta di un solitario ex addestratore delle forze speciali che si vede costretto ad aiutare la polizia per dare la caccia a un suo ex allievo privo di ogni controllo. Rispetto al lavoro precedente i temi del modo militare e della guerra vengono trattati in maniera più profonda e critica. Ne viene fuori un ottimo action che regala a Jones e a Benicio del Toro due notevoli performance. Neanche a dirlo è un insuccesso.

William Friedkin

Gli ultimi due film della sua carriera sono completamente diversi dai lavori precedenti e Friedkin torna a prediligere gli interni piuttosto che i grandi spazi aperti.

Bug – La paranoia è contagiosa (2008) è una parabola esistenziale sui traumi psicologici dei due protagonisti, Michael Shannon e una strepitosa Ashley Judd, che diventa un successo di critica nella sezione Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes.

William Friedkin

Killer Joe (2011), come il precedente, è un’opera totalmente indipendente che neutralizza tutto il “bene” della società americana in una storia di assassini e assicurazioni da riscuotere per una utopica “bella vita”. Padri e figli che si scannano, simboli fallici, sesso in cambio di morte… l’universo di Friedkin diventa sempre più nero, ma anche grottesco. Grande interpretazione di Matthew McConaughey, cha ha il ruolo effettivo della sua maturità artistica e l’inizio di una nuova carriera.

Dopo Killer Joe c’è uno stop apparentemente definitivo e Friedkin si dedica alla regia di opere teatrali e al documentario su un vero esorcista, Padre Amorth. Nel mezzo un Leone alla Carriera al Festival di Venezia del 2013.

A ottantasei anni Friedkin può vantare una straordinaria e variegata vita artistica che l’ha portato ad essere uno dei più importanti registi della sua generazione e un esempio per chiunque voglia fare del vero e “cazzuto” cinema.

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Massimo Santimone
Nato a Genova nel 1967 e vissuto felicemente con un cinema a due metri dal portone di casa. Con un diploma in sceneggiatura preso presso la Scuola d’Arte Cinematografica di Genova ho realizzato diversi spot e cortometraggi, di cui uno fighissimo dal titolo “Il Caso Ordero”. Una cosa tira l’altra e sono arrivato a fare inserti di cinema e poi programmi in diverse radio: Radio Genova Sound, Radio Nostalgia, Radio City e ora Radio Aldebaran. Dal 2017 sono il direttore dei programmi del Riviera International Film Festival.

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