Venezia 78. È stata la mano di Dio

Ritratto dell’artista (Sorrentino) da giovane, salvato dalla mano di Dio e dal dolore

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Nella Napoli degli anni 80 il diciassettenne Fabietto Schisa (Filippo Scotti) passa dalla tristezza senza amicizie dell’adolescenza alla consapevolezza dell’età adulta attraverso il dolore: la mamma che adorava tirare scherzi feroci ma belli alle vicine, e il padre funzionario del Banco di Napoli, comunista, sarcastico, gentile e fedifrago, muoiono per esalazioni di monossido di carbonio nella villetta di montagna che han finito di arredare. E Fabietto è vivo perché era allo stadio a vedere Maradona. Per cui un parente malinconico decreta che a salvarlo è stata la mano di Dio (che era anche il soprannome di Maradona dopo il gol di pugno agli inglesi ai mondiali). Il ritratto dell’artista (futuro regista) da giovane sembra girato dopo un patto di estetica e di contenuti con Federico Fellini e con Ettore Scola: è una sequenza di tenere e divertenti piccole tragedie famigliari (la sorella perennemente in bagno, la zia bellissima e spesso nuda che finisce in manicomio, parenti e vicini mostruosi e dolci, prodighi di attenzioni, anche sessuali, che tirano parolacce invereconde o che parlano con il laringofono, che portano da minuscoli miracoli a un finale che sembra quello dei Vitelloni. È un altro Sorrentino ancora da quello dei ritratti dei potenti, o di La grande bellezza, o dell’algido Youth La giovinezza o dell’internazionale ciclo dei papi. È un ritorno alle radici con tutta la ricchezza accumulata per via. Imperfetto ma più commovente.

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