Venezia 78. The Card Counter

Giocatore professionista, ex galeotto, ex qualcosa di orrendo in cerca di redenzione. Anche sanguinosa

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Il card counter  Oscar Isaac (da noi esce come Il collezionista di carte) , cioè l’uomo che vince ai tavoli di gioco perché sa contare le carte di ogni mazzo (odiatissimo dai casinò che lo espellono se non peggio) vive ramingo e solitario, veste di grigio, è introverso, non si fa notare, dorme nei motel e riveste i mobili e il letti delle camere con teli grigi legati con spaghi sottili. Sembrano fantasmi di stanze. È un uomo che potrebbe fare un colpo da miliardari ma disdegna i tornei, si è perfettamente addestrato in dieci anni di carcere e alla fine scopriamo che in carcere c’è finito perché era uno dei torturatori fotografati in azione nel carcere militare di Abu Grahib. Infatti si porta nella testa un inferno di sangue merda e urla. Nel suo peregrinare incontra due persone: una donna che gestisce una scuderia di pokeristi (ma dovrebbe vendere l’anima per avere i soldi per giocare) e il figlio di un altro torturatore di Abu Grahib che si è suicidato. Il ragazzo cerca aiuto per torturare e uccidere l’istruttore dei torturatori. Il giocatore/torturatore vorrebbe farlo tornare alla pace degli affetti.  The Card Counter è l’ennesimo film di Paul Schrader sull’inseguimento dei rimorsi (dai tempi di Blue Collar, Hardcore, American Gigolò fino al più recente First Reformed. È uno strano pensatissimo film decisamente ben scritto in contaminazione tra i classici dei giochi di carte tipo Cincinnati Kid e l’ansia sotterranea  di uno snuff movie. Esemplare Isaac, appena visto nel remake di Scene da un matrimonio

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